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Bari, un ciclo di incontri su Salvemini

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di LEONARDO DONVITO

Martedì 3 ottobre nell’Aula Aldo Moro dell’Università di Giurisprudenza di Bari si è tenuto il primo incontro di un ciclo, intitolato “L’eredità di Gaetano Salvemini”, dedicato proprio all’intellettuale originario di Molfetta.

 

Il tema di questo primo approfondimento, con l’introduzione di Ennio Triggiani (professore  e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche proprio dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari) ma realizzato da Renato Camurri (professore di Storia Contemporanea all’Università di Verona), è stato il profilo di Salvemini come intellettuale cosmopolita. –Il Dipartimento di Scienze Politiche- ha detto Triggiani- vuole proporre un ciclo di conferenze su Gaetano Salvemini. Inizieremo con Camurri, uno dei più grandi studiosi proprio di Salvemini: quest’ultimo costituisce una delle ricchezze della nostra università. Salvemini coniugava la veste di studioso con quella del militante, e Camurri ne mantiene viva la memoria.  Gaetano Salvemini è stato un grande meridionalista, e credeva che noi del Sud non dobbiamo piangerci addosso. Camurri ha svolto un lavoro molto complesso per delineare politicamente la figura di Salvemini.-Dopo ha preso la parola Camurri: -Ringrazio Mastroleo, presidente della Fondazione di Vagno. Il mio approccio a Salvemini nasce dall’esperienza in America. Salvemini aveva già a lungo coltivato l’idea di lasciare l’Italia, ma questa si realizzerà a partire dal 1925 e nel 1933 si stabilì ad Harvard, negli Stati Uniti.  L’esilio è un fenomeno che ha caratterizzato tutte le civiltà, ma mai come nel Novecento, e questo può essere di natura sociale, politica o intellettuale. Con questo genere di esperienza gli esuli europei adottarono una prospettiva diversa rispetto ai fatti che avvenivano in madrepatria, e maturarono un pensiero critico ed anti-conformista. Su Salvemini occorre inoltre aggiungere che fu sottovalutato per tre ragioni: l’assenza di ricerche negli archivi americani, il sovrapporsi fra l’esperienza del fuoriuscitismo e dell’esilio, la presenza dell’esilio ebraico, che fu rimossa fino al 1988. Tornando a Salvemini bisogna ribadire che lui fosse già di mentalità cosmopolita, avendo vissuto a Firenze, città molto aperta nel campo della cultura e dell’arte, dove lui strinse legami particolari, come quello con Bernard Berenson, storico dell’arte.  Successivamente, l’8 giugno 1925 Salvemini è arrestato, e dopo avere avuto libertà provvisoria e aver incontrato diversi intellettuali, proprio con l’aiuto di alcuni di loro, cioè Chabod e d’Entrèves varcherà il confine verso la Francia. Nel 1927 Salvemini pubblicò in America un libro importante, cioè “The Fascism Dictatorship in Italy”, e datiamo le sue successive esperienze americane nel 1928, 1930 e 1932. Nel 1933 invece lo studioso pugliese sarà chiamato ad Harvard, dove rimarrà sempre in una posizione precaria, ma nonostante questo in una lettera a Berenson esprimerà la propria soddisfazione per la sua esperienza negli Stati Uniti. Approfondendo la figura di Salvemini come docente, si nota che il suo successo fu dovuto all’innata attitudine mentale per lo spirito critico ed indipendente; inoltre si dedicò all’attività di pubblicista, fu conferenziere e si interessò alle scienze sociali. Sempre nel periodo americano Salvemini si occupa di antitotalitarismo e di politica, aderisce alla “Mazzini Society”, associazione antifascista, ma il 6 maggio 1948 tiene la sua ultima lezione in America e torna in Italia. Questa scelta è dettata dalle pressanti richieste dei suoi amici, perché il suo peso politico era aumentato negli anni dell’esilio ed una lettera a Franco Venturi evidenzia il bisogno di dover ricostruire una classe dirigente italiana mentre in una lettera a Ferranno emerge il suo grande senso del dovere.- Gianvito Mastroleo, presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno, ha concluso quest’incontro, privo di banalità, “rilanciando” l’attualità di Gaetano Salvemini. La serie di incontri si concluderà lunedì 6 novembre.