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Il giovane Vito Ricchiuto racconta la sua passione per la scrittura tra Vittorio Bodini e la sua terra

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di MARIA DEL ROSSO

Vito Ricchiuto è un giovane scrittore pugliese, classe 1994, vive a Bari, città in cui ha sempre vissuto.

 

 

 

E’ conosciuto al pubblico per il suo libro d’ esordio “I lineamenti essenziali del vuoto”, edito da Les Flaneurs Edizioni di Bari, che ha ottenuto vari riconoscimenti, tra i quali la menzione speciale al Premio Letterario Nazionale “Porta d’Oriente” e il terzo posto sia al Premio Nazionale di Letteratura e Teatro “Nicola Martucci – Città di Valenzano” che al Concorso Nazionale di Narrativa, Teatro e Musica “La Città di Murex”.

E’ Iaureato in Lettere presso l’Ateneo del capoluogo, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Ha conseguito diversi premi in concorsi letterari e ha pubblicato suoi racconti e poesie in alcune antologie, tra le quali “SOS Bangladesh” e “Drops from the world” per fini umanitari.

Vito, sei un giovane scrittore pugliese che ha già pubblicato il libro “I lineamenti essenziali del vuoto”(Les Flaneurs edizioni) con ottimi riconoscimenti nel campo letterario.

Al riguardo, ai giovani come te quali consigli vorresti suggerire per intraprendere il mestiere dello scrittore?

Ti ringrazio, Maria. Beh, da quando sono maggiormente entrato nelle dinamiche delle presentazioni e dell’editoria, in seguito alla pubblicazione del libro, ho scoperto che uno scrittore che voglia davvero esercitare tale mestiere non può farsi mancare qualità spiccatamente imprenditoriali: sapersi vendere, coinvolgere l’uditorio, essere sempre pronto a cucire relazioni con la gente giusta al momento giusto. Quindi il consiglio effettivamente più utile che si possa dare a un giovane è: fatti conoscere, fatti leggere, fatti avanti, sii imprenditore di te stesso. È il consiglio più utile, sì, ma non quello più prezioso o profondo: sebbene l’aspetto manageriale abbia un ruolo imponente, quasi traumatizzante per quanto mi riguarda, esso rimane sempre e comunque un momento secondario, successivo rispetto al confronto serrato e crudele con la pagina bianca, con le proprie idee e parole: la germinazione, la costruzione del testo letterario. Forse, è proprio questo ciò che interessa davvero a un giovane alle prime armi: come si scrive? Da dove si comincia per tirar su una storia? Come capire se ciò che si è scritto possiede valore letterario?  Le risposte a queste domande, purtroppo, non sono univoche, ed è anzi bene che ogni scrittore si formi le proprie idee lungo il percorso personale di scrittura e ricerca. Tuttavia, una prima indicazione certamente può essere data: l’umiltà. Umiltà di non voler pubblicare immediatamente i primi esperimenti, ma aspettare che il pensiero e lo stile maturino; umiltà di confrontarsi con gli altri e anche, spesso, di sbattere il naso contro le critiche; umiltà di assimilare tali critiche per poter migliorare. Umiltà di leggere il più possibile e imparare dai grandi maestri di ogni tempo. L’umiltà di essere completamente sottomessi alla propria opera, di essere disposti a scartare il materiale anche di mesi e mesi di lavoro, se necessario, affrontando con coraggio il fallimento.

Hai origini salentine, terra del grande poeta Vittorio Bodini.

Quale poesia hai piu’ a cuore del poeta salentino e con quale aggettivo descriveresti la sua poetica?

Sono molto legato alla figura di Vittorio Bodini: quando ero ai primi anni delle superiori, con ancora poche letture sulle spalle, un mio caro parente me ne parlò, illustrandomi i particolari della sua biografia e della sua opera, e mi regalò la prima raccolta, “La luna dei Borboni”. Ricordo ancora il fortissimo impatto che ebbi con la poesia d’apertura: “Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado.” In pochi versi c’era tutto, da un’impressione paesaggistica profondamente vivida fino a una considerazione esistenziale sulla piccolezza e casualità della condizione umana. Ogni volta che rientro nei paesi salentini queste parole mi si riaffacciano subito alla mente, come suggello perfetto di quelle strade e di quei volti. Quella di Bodini, del resto, è una poesia immaginifica, che descrive elementi realistici, ma talmente ingranditi e ampliati da sconfinare nell’allucinazione e nel surreale, proprio come accade quando li si osserva sotto il sole arido dell’estate pugliese; trasmette bene il suo rapporto conflittuale con questa terra, da lui vista come datrice al contempo di vita nel suo fascino, ma di morte nel suo astorico immobilismo.

Altri versi che mi stanno molto a cuore, tratti da una poesia sempre della stessa raccolta, sono i seguenti: “Era un confine ogni albero che il treno varcava / spogliando i rami del loro fogliame di corvi, / e quel delirio d’ali nere nell’aria / arsi frammenti erano d’una lettera / che tenteremmo invano di ricomporre”.

Recentemente sei stato premiato aggiudicandoti  il primo posto nella categoria studenti universitari del concorso letterario “Lucius Annaeus Seneca”.  Quanto è importante nei tempi attuali (egoisti e superficiali) far riscoprire la bellezza della poesia ai giovani?

Hai parlato di tempi egoisti e superficiali, lasciando intendere che quindi la poesia possa essere uno strumento per combattere le brutte bestie dell’egoismo e della superficialità. A essere sincero, io non credo particolarmente in una simile funzione educatrice della poesia: il passato, e forse anche il presente, insegna che è possibile potersi commuovere leggendo la Divina Commedia e allo stesso tempo perpetrare crimini e discriminazioni verso i più deboli. Del resto, se qualcuno coltiva idee discutibili, per esempio la convinzione di essere superiore ad altri uomini, nella lettura della poesia costui non troverà che altri motivi per alimentare il proprio elitarismo. Secondo me, la poesia andrebbe divulgata non tanto per una sua funzione educatrice, quasi fosse una costrizione, un indottrinamento, ma perché costituisce un giacimento di esperienze estetiche e possibilità di riflessioni incredibilmente ricche, di cui tutti dovrebbero poter usufruire e godere. Esattamente come conoscere una determinata legge permette di non farsi ingannare e far valere i propri diritti, leggere poesia è una risorsa, è una forma di potere: abitua al ragionamento complesso, alla creatività, arricchisce la percezione, permette di comprendere meglio se stessi e gli altri, migliorando così le relazioni personali. Gli effetti della poesia, dunque, li definirei cognitivi, piuttosto che educativi; trasmissione di strategie mentali, piuttosto che di valori. Ne deriva che quindi far conoscere e amare la poesia alle giovani generazioni è assolutamente fondamentale, non meno che far conoscere e amare loro la matematica, la lingua inglese, l’informatica.

Il mondo di oggi per essere affrontato richiede una mente complessa e preparata al dubbio.

Se potessi realizzare un reading poetico con quale artista ti piacerebbe collaborare e perché?

Certamente con Toni Servillo. È un attore eccezionale, e secondo me solo attori eccezionali possono recitare poesie ad alta voce senza disperderne la bellezza nel tono o negli artifici. E lui nel film “Viva la libertà” dà un’interpretazione incredibile e da togliere il fiato della splendida “A chi esita” di Brecht.

Per Pierre Reverdy “Il poeta è una fabbrica di immagini.” Invece, secondo te la figura del poeta quanto è fondamentale per stimolare la creatività e costruire una società piu’ attenta all’ arte?

Come definiresti il poeta?

Il poeta è un artigiano del pensiero e della parola, capace di sfruttare al massimo il linguaggio umano in tutte le sue funzioni e sfumature. Credo che non è tanto il poeta in quanto poeta che può apportare un miglioramento alla società, ma il poeta in quanto uomo o intellettuale: si può essere poeti anche impiegando l’intera vita solo a lambiccare frasi, appartati nel proprio compiaciuto studiolo; se poi un poeta, oltre che scrivere e pubblicizzarsi, si impegna anche in eventi di divulgazione, per avvicinare al mondo dell’arte anche chi finora ne è stato indifferente o lontano per pregiudizi, o ancora prende posizioni nei grandi dibattiti del nostro secolo, allora davvero può diventare una figura di riferimento e arricchimento per il vivere collettivo.

Una poesia che vorresti dedicare alla tua terra.

Non a caso, proprio una poesia di Bodini, dal titolo: “Troppo rapidamente”, tratta dalla raccolta “Dopo la luna”. È un componimento visionario, nel quale l’autore adopera un frenetico susseguirsi di oggetti e paesaggi surreali per rendere il disorientamento del mondo astorico e povero del Sud (ma anche di tutta l’Italia del secondo dopoguerra, poco prima del grande boom economico) nel momento in cui entra in contatto con la grande Storia europea. Forse oggi è meno attuale, perché il Meridione è in quasi tutte le sue parti uscito da quello stato di arretratezza, ma certamente è un monito che ancora oggi ci ricorda chi siamo.

Troppo rapidamente i cavalli

si passavano la mano sulla fronte

dove il sogno cresceva nidi rosei

di topi e dove vergini vegetali

sconfinavano sulle terrazze di fuoco.

Così apro la porta e trovo un uomo

steso in terra col capo fra le braccia. Dormiva.

Pareva che parlasse in un orecchi alla terra.

E che lei l’ascoltasse. Così pareva.

Ma a che terra parlava?

Siamo in un’età

di grandi riepiloghi.

O terribili somme, fra poco

come le braccia d’una croce, come le pagine

d’un libro Oriente e Occidente

si chiuderanno su noi.

L’Oriente senza Oriente

non avrà più mistero

e l’Occidente non ha più avventura.

O Flavio Gioia, incauto amalfitano,

i cacciatori della prateria

vestiti di pelle di daino

e gli indù che masticano foglie di betel

girano all’impazzata la tua bussola.

Chi si ricorderà dei limoni

reclusi nei cortili con le conche

di pietra e i gatti famelici?

E delle rosse barbe di geranio ai balconi?

Il Sud ci fu padre

e nostra madre l’Europa.

Le sue città in corsa sui ponti,

generose criniere scampanellanti

di tram e luci, dolcemente acclamate

dai fiumi e da vicine foreste.

Partivano baleniere dai porti

e arrivavano tassì davanti agli alberghi,

presto sommersi nella tenerezza

astuta delle vie, nel gergo

delle insegne, fino ai famosi viali

dove cresceva l’albero della storia.