Il SudEst

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L’imbroglioncellum

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di NICOLA COLONNA

Alla fine, dal cilindro del PdR, (Partito di Renzi), uscì il coniglio della nuova legge elettorale: un sistema proporzionale per due terzi, maggioritario per un terzo; rispettivamente, con collegi plurinominali con listini bloccati, (da due a quattro candidati scelti dai partiti), e con collegi uninominali,

 

(dove potranno esservi candidature di coalizione); senza voto disgiunto e con una soglia di sbarramento al 3%; con possibilità di pluricandidature fino a 5 diversi collegi.

 

Incostituzionale? Forse no. Immorale? Certamente sì.

Intanto, per il modo “c’ancor mi offende”: a pochi mesi dalla consultazione elettorale, dopo aver inutilmente cincischiato per un’intera legislatura; e poi con l’imposizione del voto di fiducia, che imbavaglia il dibattito parlamentare su una materia così delicata qual è la scelta delle “regole del gioco” e su una legge che, peraltro, non proviene dal Governo, ma è il risultato di un insieme trasversale di partiti (taluni di maggioranza, altri di opposizione – se così si può dire dei verdiniani e di Forza Italia). Con pochi, ma significativi, precedenti storici: la legge Acerbo del 1923, che consentì al fascismo di farsi regime; la cosiddetta “legge truffa”, (ma absit iniuria verbis, se raffrontata con questa), del 1953; e infine il recente italicum, (anch’esso di marca renziana).

E poi, per il merito. Che senso ha prevedere collegi, ad un tempo, maggioritari e uninominali, senza consentire il voto disgiunto? Solo quello di imbrogliare l’elettore, in quanto il candidato eletto nell’uninominale sulla base di una coalizione di partiti potrà, il giorno dopo l’elezione, passare tranquillamente dall’opposizione al governo (più difficile, naturalmente, che avvenga il contrario). Lo stesso dicasi per le pluricandidature: in un collegio io voto Tizio, capolista di un partito, che una volta eletto opterà poi per un altro collegio, sicché io mi troverò rappresentato da Caio, per non far eleggere il quale magari mai avrei votato per quel partito. E dunque, non solo l’elettore non potrà esprimere nessuna preferenza, ma lo stesso ordine con il quale gli sono stati presentati i candidati potrà essere stravolto post festum: insomma, un doppio imbroglio.

A chi giova questo “pasticciaccio” brutto? Certo, con questo meccanismo elettorale, si toglieranno una manciata di deputati e senatori ai “5stelle” e si impedirà, probabilmente, che i partiti a sinistra del Pd trovino una rappresentanza parlamentare; forse, la Lega guadagnerà qualche parlamentare in più nei collegi uninominali del Nord, diventando il primo gruppo parlamentare del centrodestra; con un accorto dosaggio, si salverà Alfano e qualche suo sodale dal tracollo elettorale; costruendo le liste con il bilancino, rivedremo in parlamento persino Verdini e qualcuno dei suoi.

Bene. E poi? Questa legge sicuramente non servirà a favorire la governabilità, in quanto il sistema politica tripolare è oggi e tale rimarrà dopo la tornata elettorale, rendendo improbabile la formazione di una qualsiasi maggioranza di governo; né risolverà il problema della rappresentanza, e semmai allargherà ancor più il fossato tra elettori ed eletti.

E allora? Siamo di fronte alla cecità di un’intera classe dirigente, che cerca di arroccarsi nella cittadella dei suoi privilegi, senza rendersi conto di essere ormai sull’orlo del burrone? C’è anche questo; ma forse vi è anche del metodo in questa follia. Non è da escludere, infatti, che Renzi punti al logoramento di tutte le forze in campo nella prossima legislatura, dai grillini al centrodestra, fino ai suoi competitor (Gentiloni, Minniti, ecc.), per giungere allo scioglimento anticipato delle Camere dopo pochi mesi e quindi presentarsi come il novello salvatore della Patria, con una operazione a la Macron.

Machiavellismo del fiorentino segretario? Più prosaicamente, avventurismo di un giocatore di poker che, se non viene fermato, rischia di travolgere nel suo fallimento politico l’intero Paese.