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La vittoria di Kurz, la sconfitta dell’Europa

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di MICHELE PETTINATO

Una nuova fase storica sembra impossessarsi del vecchio continente. O meglio, più che di un nuovo momento politico, sembra davvero di rivivere lo spauracchio di epoche passate fatte di intolleranza e violenza, realtà che il dopoguerra e poi la nascita dell’Europa avevano annientato lasciando il posto alla speranza.

 


E invece, nel 2017, il vento delle intolleranze, dei populismi e delle paure del prossimo sembrano davvero impossessarsi dei cuori della gente e quindi delle istituzioni. In questo contesto, capita che lo sguardo giovane di un trentunenne possa rievocare vecchi fantasmi. Come interpretare la vittoria del giovane Kurz nelle elezioni austriache? Una necessaria chiave di lettura, partendo dalle ragioni di politica interna, non può prescindere da una analisi del contesto europeo.

Il giovane o, vecchio, “Kurz” ha vinto grazie alle sue politiche di chiaro contrasto all’immigrazione, problematica su cui ha addirittura chiesto all’UE di prendere esempio dalle strategie dell’Australia che interna sulle isole i rifugiati intercettati in mare mentre provano a raggiungere le coste. Quando era Ministro degli Esteri, in pieno periodo di propaganda dei controlli al Brennero, aveva anche sfiorato la crisi diplomatica con il nostro paese. In politica interna, è un fermo sostenitore delle azioni di riduzione del debito a partire dalla riduzione delle spese sociali che attirerebbero gli immigrati.

Altro gravissimo effetto della vittoria di Kurz è quello dell’affermazione degli estremisti di destra, di chiara matrice neonazista che potrebbero tornare sui banchi del governo con Strache, primo politico europeo con un passato neonazista che potrebbe sedere ai banchi del governo dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Come considerare allora il contesto europeo e le sue politiche dopo l’affermazione del giovane Kurz? L’Europa sembra essere a tutti gli effetti la grande sconfitta. Quello storico substrato di valori che avevano dato linfa agli slanci democratici e sociali, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, sembrano aver perso la sua spinta propulsiva. La storia stessa, non riesce più a far sentire la sua voce, da trasmettere ai più a quei giovani che sembrano rapiti da un contesto di precarietà che ruba la prospettiva del futuro.

E lì dove proliferano le incertezze e le precarietà, fioriscono sempre le intolleranze, la paura dell’altro, il non sentire più l’importanza di quei valori solidaristici che avevano dato forma all’identità europea. La vittoria di Kurz e dei populismi di destra che sembrano espandersi a macchia d’olio in Europa, cominciano quando l’Europa rinuncia a se stessa facendo affondare i barconi nel mediterraneo e voltando lo sguardo dall’altra parte.

E l’Italia cosa fa? Le prossime elezioni politiche chiederanno certamente una risposta di civiltà contro i venti dell’intolleranza e del populismo. Ci sono però forze riformiste in grado di attuare quella rivoluzione mentale in grado di opporre una efficace azione contro questa pericolosa condizione culturale fondata sulla paura dell’altro? Un rumorosissimo silenzio, al momento, pare essere la preoccupante risposta a questo quesito.