Il SudEst

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La democrazia tradita

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di NICOLA COLONNA

All’indomani di ogni elezione, ci si chiede sempre chi ha vinto e chi ha perso: e giù a fare calcoli, sulla base di decimali e di frazioni di decimali; il tutto condito dalle dichiarazioni degli esponenti più in vista dei diversi partiti, impegnati ciascuno a esaltare o difendere la propria formazione politica.

 


Le recenti elezioni regionali siciliane non fanno eccezione a questa regola. Il centrodestra esulta, i grillini si consolano, il centrosinistra e la sinistra cercano giustificazioni e capri espiatori.

Ma, per una volta, cerchiamo di andare aldilà della retorica di partito e proviamo a ribaltare la prospettiva, contando non i voti espressi, ma quelli … mancanti. Partiamo, cioè, da un dato: in Sicilia si è recata a votare meno della metà degli aventi diritto. Troppo poco per parlare di astensione fisiologica. Quando la maggioranza degli elettori rinuncia ad esercitare il primo e fondamentale dei diritti politici, quello di voto, che tante battaglie e tanti lutti ha storicamente comportato, non ci sono vincitori, ma un solo sconfitto: la democrazia.

Allora, la domanda da porsi è questa: da dove nasce questo distacco tra cittadini e istituzioni rappresentative? O, se si vuole: qual è la radice dell’odierna crisi della rappresentanza, che non si limita certo alla Sicilia, ma che riguarda l’intera Nazione, ed anzi tutto l’Occidente?

Si badi: non può essere solo questione di “candidature imposte” o di “liste bloccate”; in Sicilia si poteva esercitare il voto di preferenza, ed anzi addirittura il voto disgiunto, eppure la partecipazione elettorale è rimasta minoritaria. E neanche si può parlare, stavolta, di “offerta politica” inadeguata: per il parlamento siciliano la scelta era ideologicamente molto più ampia rispetto a cinque anni fa, e comprendeva oltre alle formazioni politiche tradizionali come il Pd e Forza Italia, anche forze “antisistema” come i 5 Stelle, e partiti di sinistra alternativa come quelli che hanno sostenuto la candidatura di Fava. Ma gli “scontenti della politica” non si sono riconosciuti né nel movimento protestatario di Grillo e neppure nelle sigle a sinistra del Pd. In termini complessivi, si può dire infatti che non uno tra quanti non avevano votato nel 2012 è stato convinto a recarsi alle urne nel 2017. Tanto che, da questo punto di vista, i più delusi dal risultato elettorale insulare dovrebbero essere proprio – paradossalmente – il partito più votato, e cioè il M5stelle, che non è riuscito a convogliare su di sé il malumore popolare, e la sinistra radicale, che ha sì superato la soglia di sbarramento, ma è rimasta largamente al di sotto di un risultato anche solo lontanamente rispondente a quell’area di emarginazione sociale e di volontà di cambiamento, che pure avrebbe dovuto riconoscersi nella lista di Fava.

E dunque per chi suona la campana siciliana? Per quanto è di nostro interesse, suona innanzitutto per il popolo della sinistra, per i suoi intellettuali, per i suoi dirigenti. E ci dice che - oggi più che mai - è necessario ricostruire un soggetto politico a sinistra che sappia essere largo ed inclusivo, nel quale si possano riconoscere i vecchi e i nuovi ceti subalterni, chi è direttamente sfruttato suoi luoghi di lavoro e quel “popolo delle partite iva” spolpato dal mercato; che abbia un programma di governo con al centro la dignità del lavoro e la lotta contro ogni forma di precarietà; che allarghi i diritti sociali e di cittadinanza, (salute, istruzione, casa, pensioni), e si batta contro la mercificazione dei bisogni vitali e la rapina del capitale finanziario; che si proponga l’obbiettivo di ridurre attraverso un’efficace tassazione progressiva le mostruose diseguaglianze di reddito e di opportunità createsi negli ultimi trent’anni; che sappia riconnettere eletti ed elettori, andando aldilà della delega e riproponendo il tema dell’autogoverno dei cittadini ad ogni livello possibile, a partire dai luoghi di lavoro e dal proprio territorio.

Un compito e un impegno, per dirigenti e militanti volenterosi e leali, tanto più urgente ed immediato, se vogliamo impedire che il suono che arriva dalla campana siciliana si trasformi nel primo di una serie di rintocchi a morte per la nostra democrazia.