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G8 di Genova, una ferita ancora aperta

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di PIERDOMENICO RUGGIERO CORTE

La recente promozione di funzionari di Polizia condannati per i fatti del G8 di Genova nel 2011, ha riaperto le polemiche su una pagina buia della nostra storia recente. Le violenze sui manifestanti, la morte di Carlo Giuliani, le violenze nella caserma Bolzaneto, la “macelleria messicana “nella scuola Diaz.

 

 

 

Sono tutti fatti che ricordiamo bene. Tra il 19 luglio e il 22 luglio 2001, l'orologio della storia in Italia, torna indietro di 30 anni. Agli anni di piombo e degli scontri di piazza. Al bollettino di guerra. Il G8 di Genova ha un peccato originale. La scelta della località. Genova con le sue vie strette non è adatta a contenere tutti manifestanti e non permette alle forze dell'ordine di muoversi agevolmente. Un problema non da poco considerata la previsione di duri scontri provocati dai black bloc. Vennero scelte anche tecniche di ordine pubblico superate, massicce formazioni di poliziotti e carabinieri difficili da manovrare. Inoltre nei reparti incaricati dell'ordine pubblico era significativa la presenza di ausiliari, che prestavano il servizio militare di leva nelle forze dell'ordine. Personale poco addestrato e con poca esperienza. Infine una gestione politica dell'ordine pubblico troppo ideologica da parte del governo appena insediato. Questi gli ingredienti del disastro del G8 di Genova. Dal primo giorno del G8, la scena è sempre la stessa, gruppi di manifestanti violenti attaccano e devastano, poi si allontanano velocemente. Arrivano le forze dell'ordine che caricano i manifestanti non violenti rimasti sulla scena. I piccoli gruppi di manifestanti si muovono velocemente, mentre le grosse colonne delle forze dell'ordine si muovono con più difficoltà. La storia del G8 di Genova è scritta degli atti giudiziari. Sia la magistratura italiana che la Corte europea dei diritti umani, hanno emesso sentenze definitive sui fatti del G8 di Genova. Parliamo quindi di fatti accertati. Eppure, spesso, quelle sentenze sono state ignorate sia da certa politica sia da parte dell'opinione pubblica, in nome di una distorta solidarietà alle forze dell'ordine. Significativo è stato l'iter tormentato della legge contro la tortura. Le forze dell'ordine di una nazione democratica necessitano dei migliori uomini, del migliore addestramento e del migliore equipaggiamento, perché solo così si riducono i rischi di danni collaterali. Un poliziotto dotato anche di armi non letali, avrà opzioni in più che possono permettergli di evitare l'uso di armi letali. Invece in Italia i tagli di spesa alle forze dell'ordine sono la costante. Dalla politica arrivano solo solidarietà a parole, e la promessa di una certa impunità. Una specie di legge Reale non scritta. I tempi sono, però, cambiati. Insabbiare, coprire, oggi è molto difficile. In Italia è necessario un passo in avanti importante, smettere di usare le forze dell'ordine nello scontro ideologico. L'idea di ordine e disciplina, l'idea di usare le forze dell'ordine per coprire le mancanze della politica, sono idee sbagliate. Come è sbagliato l'attacco ideologico alle forze dell'ordine, l'ideologia acab. Le forze dell'ordine dimostrano ogni giorno attaccamento ai valori della Costituzione. In ogni paniere può esserci una mela marcia, si butta via la mela marcia non tutto il paniere. In qualsiasi altro paese i fatti del G8 di Genova avrebbero causato un profondo dibattito. Da noi no. Non ancora. Sarebbe ora di analizzare quei fatti. Di comprendere cause e trovare le soluzioni. Sopratutto bisogna imparare che punire gli errori dei singoli non significa mettere in discussione l'istituzione. Ricordiamo le parole di Guy Gilbert “In un poliziotto io considero prima di tutto che c' è un uomo che merita rispetto. Ma vedo anche la funzione: uno che dispone di un potere, che porta un'arma e che ha quasi il diritto di vita e di morte sugli altri. Noi cittadini deleghiamo questa funzione: abbiamo dunque il dovere di controllarla.”

Credit foto www.huffingtonpost.it