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Alternanza scuola – lavoro

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di LAVINIA ORLANDO

Bella presenza ed assenza di piercing e tatuaggi


L'alternanza scuola lavoro è tra i pilastri di una delle riforme, quella sulla “Buona Scuola (Legge 107 del 2015),  che hanno caratterizzato la legislatura uscente.

Con gli scopi teorici di “incrementare le opportunità di lavoro” e “le capacità di orientamento”, la legge predetta stabilisce che gli studenti realizzino, nell'ultimo triennio delle superiori, almeno 400 ore  (per gli istituti tecnici e professionali) e 200 ore (per i licei) di studio – lavoro obbligatorio.

Tale novità ha generato le forti proteste degli studenti, i quali lamentano una serie di problematiche che avrebbero potuto essere facilmente immaginate già nel momento in cui le nuove disposizioni sono state ideate. I giovani criticano, infatti, non solo l'obbligo di realizzare esperienze che, in molti casi, poco hanno di formativo, ma soprattutto lo svolgimento di tirocini che rappresentano piuttosto momenti di sfruttamento non retribuito (con un ringraziamento da parte delle aziende). In molti, inoltre, denunciano l'assurdità di un sistema che, lungi dall'accrescere le singole competenze, non fa che ridurre le occasioni di apprendimento degli studenti, “utilizzando” i ragazzi per lo svolgimento di mansioni talvolta del tutto avulse dal percorso di studi, talvolta costringendoli ad una nullafacenza (in luogo, è bene ricordarlo, della tradizionale, ma pur sempre più costruttiva ed utile, lezione in classe).

Come se non bastasse quanto appena esposto, pare che le aziende non si accontentino di poter usufruire di manodopera a costo zero, altresì pretendendo che i ragazzi si caratterizzino per requisiti ulteriori rispetto alle classiche conoscenze e competenze che dovrebbero essere sufficienti, almeno in un mondo normale. Difatti, oltre alle tradizionali competenze informatiche, conoscenza dell'inglese ed ulteriori capacità specifiche a seconda dell'impiego oggetto dell'annuncio,  alcune imprese pongono in luce ulteriori esigenze, tra le quali spiccano “bella presenza” ed assenza di piercing e tatuaggi.

Per quanto assurdo possa sembrare, basta andare sul Registro Nazionale per l'Alternanza Scuola Lavoro e rendersi conto della veridicità di quanto sopra indicato, tanto da spingere gli studenti medesimi a denunciare tali richieste con nota scritta, indirizzata alla Ministra al ramo, Valeria Fedeli. E, se è vero che sul portale ufficiale per l'alternanza esiste il c.d. bottone rosso, attraverso il quale segnalare le tante storture sperimentate dagli studenti, che vengono prese in carico prima dagli USR (Uffici Scolastici Regionali) e successivamente dal MIUR (Ministero Istruzione Università Ricerca), il problema della c.d. bella presenza assume evidentemente una portata ben maggiore, non limitata ai tirocini scolastici, estendendosi al mondo del lavoro generalmente inteso.

A parte la vera e propria indecenza derivante dalla possibilità che su di un portale istituzionale possa essere presente un annuncio che richieda requisiti che nulla hanno a che vedere con la preparazione dei futuri tirocinanti, accresciuta dalla giovane età dei potenziali destinatari dello stesso, resta l'assoluta illegittimità della richiesta vista, in quanto altamente discriminatoria.

Considerato, infatti, che il lavoro di cui si discorre non rientra nel mondo dello spettacolo (e pure su questo ci sarebbe molto da dire), ci si chiede cosa mai possa significare concretamente essere di bella presenza (occorre, ad esempio, non superare un certo peso, o essere più alti di una certa soglia, o avere gli occhi di un certo colore o, magari, il naso di una certa dimensione?). Ed, ancora, non si comprende per quale ragione eventuali orecchini e disegni sulla pelle possano impattare sulla capacità dello studente di turno di svolgere positivamente i propri compiti, posto che né gli uni né gli altri incidono sulle competenze del soggetto.

Nulla di nuovo, visto che non è così raro rinvenire, per strada o sul web, annunci dello stesso tenore, in cui si equipara capacità ad avvenenza, o in cui, addirittura, si richiede la sola “bella presenza” senza citare competenze di altro tipo. Concordando sul fatto che tali richieste siano quantomeno inappropriate, resta chiaro, a maggior ragione, che il cambiamento non possa che partire dalle scuole, le quali per prime dovranno dare il buon esempio e rispettare il principio di non discriminazione: per quanto possa essere difficile, se non impossibile, arginare gli impulsi derivanti dalla società dell'apparire, la scuola dovrebbe almeno fornire ai suoi utenti tutti gli strumenti utili per comprendere quanto sia importante che la sostanza (che in questo caso corrisponde alla preparazione ed allo studio) prevalga sulla forma.

Solo in questo modo gli adulti di domani potranno tentare di costruire un mondo migliore di quello in cui attualmente viviamo.