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Docenti diplomati magistrali tra bufera politica, vessazioni e ridicoli attacchi!

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di VALERIA BRUCCOLA

Ormai la vicenda dei diplomati magistrali è ben nota,

 

sebbene assai distorta dalla stampa e dalla politica, a volte per necessaria sintesi, altre per strumentalizzazione, altre ancora per bieca propaganda. Ciò che non è noto, se non agli addetti ai lavori, invece, è ciò che sta dietro tutta la vicenda: le ingiustizie, lo sfruttamento, le decisioni politiche più squallide e opportunistiche, le affermazioni più inquietanti, i tentativi di distorsione rispetto alla ricostruzione della storia di un titolo che, rottamato per convenienze di sistema, ha raggiunto ora un punto di svolta.

Sulla storia che ha portato alla negazione del titolo ho scritto abbastanza e non soltanto io, ma andando a ritroso nell'elenco, ciò che maggiormente colpisce in questi giorni che si sentono  autorizzati a parlare personaggi totalmente estranei alla vicenda, poco documentati e  autoproclamatisi autorevoli sulla base di discutibili presupposti professionali. Chi la scuola la vive da decenni, come i docenti di primaria e infanzia, sa bene argomentare e ribattere punto per punto tutte le corbellerie legate al merito e alle opportunità che i docenti oggi a rischio per una sentenza del Consiglio di Stato avrebbero, a loro dire avuto. Non entro nel merito nemmeno di queste sterili polemiche, solo mi preme sottolineare che certa stampa, quella che raccoglie dichiarazioni di chicchessia, è buona solo per accendere il fuoco del camino.

La questione più urgente e rilevante, oggi, non sta nel capire quali strade hanno portato alla situazione attuale, troppe, diverse, anche a livello geografico e soggettivo. Ciò che è urgente e indispensabile è trovare una soluzione adeguata alla definitiva gestione del “problema”, se di problema si può parlare in relazione allo sfruttamento reiterato che i docenti in questione hanno subito, senza reali possibilità di sfuggirne come molti strumentalmente vorrebbero far credere.

La vicenda dei diplomati magistrali ha assunto proporzioni enormi, cosa che spaventa la politica e il Tesoro,   e non è certo “applicando la sentenza”, come invocano benpensanti e sbarbatelli, che si può fare bene, alle maestre e ai maestri, come al sistema scolastico.

La politica ha preso in carico la questione, guarda caso in concomitanza di una campagna elettorale che, soprattutto nel mondo della scuola, cerca consenso. Lo fanno hanno fatto tutti gli schieramenti, anche quelli che, quando ne avrebbero avuto l'opportunità, hanno fatto finta di non sapere, non vedere, non capire cosa stavano realmente combinando. L'alternanza politica degli ultimi anni ha giocato un ruolo determinante nel definire le proporzioni e la complessità della vicenda, grazie all'attitudine tutta italiana di fare a scarica barile e grazie alla possibilità che la bomba ad orologeria, quella scoppiata a dicembre con la sentenza, capitasse nelle mani di altri, non in quelle di chi avrebbe potuto ma non ha voluto decidere.

Ora le strade sono poche: la demagogia preelettorale, funzionale solo a raggranellare consenso, le finte proposte apparentemente percorribili, una proposta seria, che tenga insieme i diritti di chi ha lavorato, i riconoscimenti professionali acquisiti, che solo in Italia non valgono niente, le legittime aspettative di chi, oggetto di pareri favorevoli emessi per anni, ha investito su una professione che adesso è soggetta al mutamento di orientamento della Magistratura.

Il caos generato da politiche che non hanno saputo, negli ultimi quindici anni, armonizzare la stratificazione normativa che ha definito l'accesso alla professione di docente e ai ruoli, oggi ha manifestato tutta la sua dirompente portata, fino alla ripresa vistosa del disagio e della contestazione che ha popolato piazze e animato presidi che si susseguono ormai da settimane davanti alle sedi istituzionali. L'ondata di proteste, il cui culmine è stato l'otto gennaio, non è destinata a fermarsi, nonostante le temporanee rassicurazioni che provengono dal mondo politico e sindacale. È pur vero che ogni soluzione si staglia con la situazione “precaria” dell'attuale Governo e con un Parlamento a regime ridotto, ma è vero anche che è troppo facile tentare di far passare queste come motivazioni sufficienti a far slittare la definizione di un provvedimento alla prossima legislatura. Servono proposte percorribili e coerenti con la necessità strutturale del sistema che, come è stato finora, ha bisogno degli insegnanti che oggi vedono precipitare la loro situazione.

Costituirebbe già un importante passo in avanti, una presa di posizione politica che metta a tacere chi, da vari pulpiti, parla di merito e formazione a sproposito, alimentando contrapposizioni inesistenti quanto non rispettose delle persone che incarnano profili costruiti da normative statali. Invece, pur di mantenere il piede in più scarpe, si è preferito nascondere sotto al tappeto una realtà che adesso è uscita alla ribalta mediatica, nell'imbarazzo e nello stupore generali.

Sicuramente ci vorrà un po' di tempo per definire una soluzione seria e capace anche di garantire occupazione a chi ha finora lavorato nella scuola, facendo bene attenzione a non ricalcare quella elaborata per la scuola secondaria, settore con storia e caratteristiche ben diverse. Servono capacità e lungimiranza per porre fine ad uno dei contenziosi più consistenti del settore scolastico, ma anche una buona dose di coraggio, quello necessario ad ammettere gli errori commessi finora, fino ai mesi scorsi (come l'aver impedito che si potesse cambiare provincia nello scorso aggiornamento delle graduatorie d'istituto), senza il quale si rischia di far passare per “fatto normale” la disparità subita da docenti per pura casualità. La politica finora è stata cieca e sorda: la piazza ne ha risvegliato i sensi e sta costringendo a riconsiderare la validità delle proposte che la categoria, negli anni aveva avanzato, anticipando quei rischi che, ad uno ad uno, si stanno materializzato.