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Diplomati magistrali

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di VALERIA BRUCCOLA

Il MIUR “dà i numeri” e la soluzione si allontana


Potremmo giocarci al lotto, con tutti i numeri, date, percentuali, suddivisioni ecc. che dal 20 dicembre ad oggi si prodiga a dare il MIUR per tentare di frenare le pressioni a tenaglia che ormai provengono da ogni parte: dalle piazze di tutte le città, dai docenti auto organizzati, dalle associazioni di categoria, dai sindacati “grandi” e “piccoli”. Prima il 4 gennaio, secondo le dichiarazioni del Ministro, doveva essere il giorno della decisione, poi via via il 16, il 17...

Si aspetta il “doveroso” passaggio del parere dell'Avvocatura di Stato, si rassicura “urbi et orbi”che l'anno scolastico non subirà alcun cambiamento, si ricevano delegazioni, ma dal MIUR non pare emergere alcun interesse nella definizione veloce della questione che attanaglia decine migliaia di docenti di scuola primaria e infanzia, dal parere negativo del Consiglio di Stato.

A vivacizzare il quadro, poi, la pubblicazione il giorno 16 gennaio di una sentenza, relativa ad un ricorso discusso a luglio sempre dal Consiglio di Stato, che accoglie la richiesta di inserimento in graduatoria ad esaurimento di un contingente di docenti, sulla scia di quell'orientamento positivo “tradito” parere negativo dell'Adunanza plenaria.

Si susseguono incontri, altri sono stati calendarizzati, accompagnati da proteste, sit-in, assemblee sindacali e autogestite ma ogni aspettativa al momento deve ritenersi delusa, mancando da un lato convergenza sulle richieste, sia da parte della complessa categoria interessata sia di chi vorrebbe rappresentarla in maniera unitaria, dall'altro la sufficiente responsabilità politica ed istituzionale necessaria a assumersi l'onere di gestire in maniera chiara e definitiva la questione che interessa oltre quarantamila docenti.

Rispetto alla sentenza appena emessa possiamo dire ben poco, se non prendere atto dell'ennesima disparità che si sta generando tra un “prima” e un “dopo” Plenaria che ormai segna un baratro imbarazzante.

Come da anni sostengo, però, il problema non è mai stato unicamente legale, e ogni “prima” e ogni “dopo” sono pesantemente gravati da una responsabilità politica inequivocabile, sia a monte, con il disconoscimento pluriennale di un titolo, sia in itinere, con una pretesa di azzeramento del problema a colpi di riforme su formazione e reclutamento, sia recentemente, quando per ostruzionismo amministrativo, marcatamente politico, molti dei ricorrenti hanno dovuto attendere mesi prima di vedere applicate i provvedimenti favorevoli, a volte costretti a nuove azioni legali di ottemperanza. Un contenzioso colossale, che si sarebbe potuto tranquillamente evitare, se solo si fosse voluto, in moltissime occasioni.

Oggi, dopo anni di disattenzione, negazione e invisibilità, l'annosa e triste vicenda è emersa, persino  come tema grottesco nei programmi di intrattenimento e satira. Tanto clamore, tanta attenzione, tanti riflettori e microfoni ma di soluzioni all'orizzonte nemmeno una. Solo proclami e promesse da parte della politica, generiche e deboli rassicurazioni da parte del MIUR. Ogni schieramento politico sta cavalcando la problematica per attirarsi l'interesse dei potenziali elettori ma è tale e tanto lo scompiglio che il rischio forte è di veder deluse le proprie aspettative a breve termine, visto che ogni soluzione, credibile o incredibile, è differita alla nuova legislatura.

Sul fronte amministrativo, invece, una conferma di irresponsabilità inaccettabile per un soggetto di governo che, tra l'altro, non ha saputo nemmeno vigilare su quei passaggi che garantivano diritti alle persone, come la possibilità di accedere al concorso per chi era in ruolo con riserva giuridica se non attraverso un ricorso, o di aggiornare la posizione nelle graduatorie d'istituto, come stabilito da un decreto disatteso sui territori, senza sanzioni per i responsabili, senza scuse per le ripercussioni.

Ci troviamo alla vigilia di un voto e senza alcuna prospettiva chiara, a pochi mesi dallo scadere dell'anno scolastico, unica drammatica e demotivante certezza.

Solo azioni forti e di rottura potrebbero dare un segnale adeguato al mondo politico e istituzionale, atte a sollecitare una assunzione di responsabilità adeguata al problema da risolvere che, se è vero che riguarda il sistema con impatto disastroso, è ancor più vero che riguarda personale docente sfruttato in maniera reiterata, contro ogni norma, di legge, logica ed etica. Ma anche le azioni forti tardano ad essere definite, creando nei soggetti interessati un generale senso di sfiducia e disorientamento.

Uno scandalo, quello al quale stiamo assistendo, che investe tutto il mondo della scuola, ogni giorno sulle pagine di cronaca come soggetto di minacce e vessazioni. Il tema del diploma magistrale non è che uno tra i tanti gravissimi fardelli che questo Paese consegna alla nuova tornata elettorale. Senza una visione di sistema, senza l'adeguata lungimiranza sull'impatto che una qualsiasi soluzione potrà avere in termini di continuità lavorativa, la scuola sarà teatro di nuove pesanti disparità. Lasciare i docenti nelle graduatorie attuali oggi rappresenta la soluzione più sensata, nonostante resistenze da più parti, ideologiche più che pratiche, viste le riaperture delle Graduatorie ad esaurimento anche dopo la loro blindatura. Un precario è chi lavora e chi lavora ha dei diritti. Questo Paese deve necessariamente rispondere delle gravi forme di sfruttamento che oltre ad essere reiterate si ritorceranno sui precari stessi come una condanna,  con la norma capestro contenuta nella riforma renziana che limita a 36 mesi di servizio il massimo del tempo di assunzione a tempo determinato. Nemmeno su questo l'attuale maggioranza vuole mettere mano, promettendo così sciagura a chi, finora, a retto le sorti della scuola statale. “Dare i numeri”, come ha fatto il MIUR in questi giorni, trasmettendo ad associazioni e sindacati i dati relativi alla composizione dei ricorrenti in base alla loro posizione in termini di assunzioni e distribuzione geografica, non serve a nulla. Questi dati erano già ben noti, sono anche abbastanza inutili. Dietro ai numeri ci sono persone vessate e sfruttate che hanno diritto a risposte immediate e definitive.