Il SudEst

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Luigi Tenco, un “suicidio” con molti misteri

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di MARIO GIANFRATE

Luigi Tenco, cinquantuno anni dopo. Tanti ne sono passati da quell’indimenticabile 27 gennaio del ’67.

 

Una tragedia senza risposte, un suicidio mai provato che ha il sapore di un omicidio. Sul dramma del cantautore, personaggio scomodo che con le sue canzoni aveva rotto schemi logori e consunti, di lì a poco, sbaragliati dalla contestazione sessantottina che travalicherà gli argini come un fiume in piena, e di cui Tenco, in qualche modo, anticipava i tempi. Sul suo dramma non si sono mai assopite le voci che reclamano verità, che urlano che no, Luigi Tenco non era persona da suicidarsi per una esclusione da un Festival canoro al quale neppure avrebbe voluto partecipare. Che interrogano perché il suo corpo dalla camicia insanguinata, dal volto tumefatto e dalle scarpe inzaccherate di sabbia, è prima portato via, all’obitorio, e poi riportato sul luogo della tragedia, nella stanza – la numero 219 dell’Hotel Savoy -  per le foto di rito. Ma, questa volta, con una camicia bianca pulita e senza le scarpe. Che chiedono perché Dalida, la sua amante, la donna che per prima entrò nella sua stanza e che portò via un biglietto scritto da Tenco – almeno così si è fatto credere – trovato sul tavolo e poi riportato al suo posto non sia mai stata interrogata ma condotta via, in Francia, dal marito colluso con il clan dei Marsigliesi; che trovano strano non sia mai stata effettuata su Tenco una prova balistica che confermasse che il cantautore avesse premuto il grilletto della pistola; che nessuno, nelle camere accanto, abbia udito lo sparo; che il commissario Arrigo Molinari, prim’ancora di uscire di casa comunica all’Ansa che Tenco si è suicidato, senza averne visto il corpo e di ricercare le prove giudiziarie, prestandosi al gioco di coperture e degli organizzatori che impongono la continuazione dello spettacolo. Perché anche di fronte alla morte, alla morte di un uomo, lo spettacolo deve continuare. E non per nobili fini ma per i meschini interessi che vi ruotano intorno. Di quelle coperture di situazioni poco edificanti di cui Molinari, iscritto alla P2 e promosso capo di squadra mobile, in una relativamente recente intervista televisiva rilasciata a Paolo Bonolis lascia chiaramente trasparire un giro di scommesse diffuso a Sanremo e che circolava intorno al Festival e che Tenco, secondo ricostruzioni attendibili, intendeva denunciare. E la sua strana morte, poco tempo dopo, accresce i dubbi: ucciso in casa da un rapinatore che lo ammazza ma non ruba nulla!

Luigi Tenco, cinquantuno anni dopo. Restano le sue canzoni, velate di malinconica armonia, di profonde riflessioni, di rabbia non repressa e resta, soprattutto, il mistero – i misteri – di una morte “assurda” direbbe Pavese, assurda se si trattasse di suicidio ma la “morte annunciata” di Gabriel Garcìa Màrquez se, invece, ci trovassimo di fronte a un omicidio.

Cinquantuno anni dopo siamo ancora a chiederci, senza darci pace, quale sia la verità, una verità che brucia dentro, che ci vuole convinti di trovarci di fronte a un delitto per quelle che Sandro Ciotti chiama le “troppe incongruenze” che caratterizzano tutto quello che accadde intorno al cadavere di Tenco e alle indagini che, di fatto, non ci furono; semplicemente vorremmo conoscere la verità.

Ma, dopo cinquantuno anni la verità è stata sepolta – o si è voluta seppellire – nella gelida urna che raccoglie le ossa di uno dei più significativi cantautori del secolo.