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La scuola “si fa bella”

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di VALERIA BRUCCOLA

 

Quando disabilità, estrazione sociale e provenienza diventano parametri dequalificanti!

 

 

Settimana molto cupa, quella che si sta concludendo, teatro di fatti di cronaca che hanno messo il nostro Paese al centro di un dibattito internazionale sul razzismo e sulle sue gravi conseguenza. Ma la barbarie culturale non si  è limitata a fatti efferati e violenti, ma ha dominato persino i profili che le scuole italiane hanno elaborato per “vendere” il loro prodotto, ovvero la qualità della loro proposta didattica e dell'offerta formativa in generale.

Come al mercato, le scuole hanno messo in vetrina le loro merci migliori, per attirare clienti, i nuovi iscritti, cercando di invogliare le famiglie patinando di “bello” la loro utenza. A spadroneggiare, in questa gara di auto celebrazione, alcuni tra i licei classici più antichi e prestigiosi, come il Visconti di Roma, il Parini di Milano, il D'Oria di Genova, ben accompagnati da un istituto parificato dei Parioli, sempre a Roma. Come possiamo leggere sul sito del Ministero dell'Istruzione, alla sezione “Scuola in chiaro”, i ragazzi, o meglio le loro famiglie, dovrebbero scegliere queste istituzioni scolastiche in base a parametri basati sul censo, la provenienza e le caratteristiche “tradizionali” per quei contesti, presentati con una leggerezza disarmante, segno che qualcosa proprio non va. Il Visconti, ad esempio, sostiene che “le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile”, precisando, quindi, che “Tutto ciò, favorisce il processo di apprendimento”. Stesso registro per il Liceo di Genova, dove si precisa persino che “il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa”. Poco cambia per il liceo Parini di Milano, dove la smania di garantire, se non accrescere, l'alto livello culturale dei propri allievi, porta ad ammettere “qualche criticità nelle attività di inclusione”. Il liceo classico parificato pariolino, però, offre lo spaccato più aberrante, raccontando come “negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere” ma, “data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”.

Ma diversi da cosa? Diversi, come qualità intrinseca di chi è in una condizione di subalternità sociale rispetto chi abita nei “piani alti” dei palazzi?

È difficile trovare le parole giuste, equilibrate e distaccate, per commentare tutto questo, anche se forse è un vantaggio che l'ipocrisia di cui è stata ammantata persino la scuola, negli ultimi anni, sia stata finalmente svelata. Una scuola sempre più “povera”, alla quale sono destinate annualmente sempre meno risorse, nonostante proclami e slogan politici mistificanti. Tuttavia, le scuole “ricche”, o meglio dire “dei ricchi” funzionano meglio, perché dispongono di maggiori risorse, quelle dovute alla generosità delle famiglie dei lori iscritti e questo splendore scoraggia i più deboli, non solo socialmente, allontanati da una patina dorata che acceca.

Persino la disabilità, quella per capirci che dovrebbe essere soggetto di inclusione scolastica, prima che sociale, messa bellamente “alla porta”, ostentatamente, perché la sua presenza affatica la didattica, crea qualche problema.

Una vergogna? No, uno scandalo! Siamo al cospetto di una società deragliata, dove i valori proclamati non coincidono con i modelli di comportamento, con le prassi, con modalità diffuse che sono opposti e contrari. Da un lato solidarietà, inclusione, cooperazione, bellissime parole, dall'altro esclusione, differenza, difficoltà sociale e soggettiva, concezioni tremende.

La scuola come istituzione necessaria per garantire il pieno sviluppo della persona non esiste. Poveri, alunni con disabilità, alunni con disturbi specifici di apprendimento, con bisogni educativi speciali, di origine non italiana sono “agenti contaminanti”, pertanto meglio se siano fuori dal recinto e che fuori rimangano. A dire il vero, scuole come queste, sono veramente inospitali, talmente inadeguate rispetto alla complessità ed alla velocità dei cambiamenti.

Provocatoriamente, mi viene da pensare che, forse, non sia poi così negativo che l'alta borghesia si ghettizzi da sola, credendo di marginalizzare gli altri! Per sopravvivere, oggi, bisogna contaminarsi, modalità con cui si sviluppano i giusti “anticorpi” contro quel razzismo, quella grettezza, quella ottusità tutt'altro che striscianti.

Ma lo scandalo resta, è il frutto di una società che ha rimosso le proprie radici, le proprie origini, la propria storia, che ha sdoganato tutto, razzismo ed esclusione comprese, a dispetto di messaggi positivi che, evidentemente, lasciano il tempo che trovano.