Il SudEst

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Fascismo vecchio e nuovo

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di NICOLA COLONNA

Complici alcuni recenti fatti di cronaca, e da ultimo il raid di un fanatico fascio-leghista a Macerata contro dei poveri e del tutto incolpevoli migranti, ci si interroga da più parti se non stia risorgendo anche in Italia un nuovo fascismo.

 


Posta così, però, la domanda rischia di essere fuorviante. Certo, non saranno né Salvini né la Meloni e i loro sodali a riportare in vita Mussolini e il suo regime: il fascismo delle camicie nere e dei gerarchi in orbace è ormai morto e sepolto, e con buona pace di vecchi e nuovi “nostalgici” non potrà più tornare, se non in qualche divertente docu-film come quello diretto da Luca Maniero, che viene proiettato in questi giorni nelle sale cinematografiche.

Il punto, però, è un altro, e cioè: se per fascismo non intendiamo soltanto un movimento politico che ha fatto della violenza bruta lo strumento principale per la conquista dello Stato, come è accaduto in molte esperienze storiche del Novecento, ma se, più in generale, lo connotiamo innanzi tutto come una ideologia che vuole sopprimere il conflitto di classe tra lavoro e capitale a vantaggio dei ceti dominanti; che tende ad omologare il modo di pensare dei cittadini e a espungere ogni forma di dissenso e di pensiero critico dal dibattito pubblico; che irride alla democrazia intesa come pluralismo di idee e di proposte e auspica invece un sistema politico incentrato su un post-ideologico “partito della Nazione”, con un uomo solo al comando; che nega l’uguaglianza di uomini e razze e teorizza la superiorità di una etnia – quella bianca – sulle altre; che auspica una “società organica”, nella quale cioè chi comanda continui a comandare e chi è sottoposto accetti con rassegnazione questa sua condizione; se, insomma, il fascismo non è solo il manganello e l’olio di ricino, ma la negazione dei principi universalistici di libertà, eguaglianza e solidarietà umana, che hanno caratterizzato la storia moderna dell’Occidente, allora dobbiamo amaramente constatare che esso è già ritornato ad affacciarsi ormai da alcuni lustri e rischia di affermarsi definitivamente in Italia, e non solo.

Tanto per rimanere nel nostro Paese, è ormai dai tempi della fine della cosiddetta Prima Repubblica, cioè dagli anni Novanta del secolo scorso, che da noi si assiste alla progressiva e sistematica demolizione degli spazi democratici e degli strumenti di autogoverno: non esistono più i partiti come mezzo di formazione e di partecipazione politica; la decisione politica si è progressivamente spostata dal Legislativo all’Esecutivo, tanto che l’attività del Parlamento nella legislatura testé conclusasi è consistita per i quattro quinti nella ratifica dei decreti legge e dei decreti legislativi adottati dal Governo; i luoghi della rappresentanza politica, dai consigli comunali a quelli regionali, sono stati svuotati di ogni potere di controllo e di indirizzo, e ridotti a camera di compensazione delle diverse lobby economiche e territoriali; il cittadino elettore è stato trasformato, anno dopo anno, dapprima in cittadino spettatore e, da ultimo, in cittadino consumatore, cui è data solo la possibilità di scegliere quale “marchio” e quale “etichetta”, tra quelle proposte dai talk show e dalla “rete”, sbarrare nella cabina elettorale.

In una con questo attacco alla democrazia, è andata avanti una controffensiva rabbiosa contro il mondo del lavoro: attacco ai sindacati e alla contrattazione collettiva; compressione delle tutele previdenziali e legislative per i lavoratori, dall’abolizione dell’art. 18 dello Statuto al proliferare delle mille forme di contratti precari a tempo determinato; smantellamento di tutta una serie di conquiste e riduzione a merce dei diritti fondamentali, (dalla salute all’istruzione, dalla casa ai trasporti), disponibili solo per chi questi beni può permettersi di pagarli; aumento a dismisura delle diseguaglianze sociali ed economiche nei Paesi più avanzati, oltre che in quelli in via di sviluppo.

Ma, soprattutto, è sul terreno ideologico, con l’uso spregiudicato della immane potenza di fuoco consentita dai moderni mezzi di comunicazione da loro controllati, che i poteri forti hanno sferrato un attacco senza precedenti per il controllo della pubblica opinione, mettendo in campo una “narrazione” della realtà consistita nella delegittimazione della politica e nella esaltazione del mercato e dei suoi “animal spirits”, nella demonizzazione dell’immigrato e del diverso, nella irrisione di ogni forma di solidarismo e nella celebrazione di una sorta di darwinismo sociale, con l’esaltazione della ricchezza e del successo e con la colpevolizzazione dei poveri e degli emarginati.

E, cosa più grave, tutto questo nel silenzio assordante della Sinistra e dei suoi dirigenti, rimasti – salvo poche eccezioni – afoni di fronte a questo radicale cambiamento di paradigma antropologico; quando addirittura non si sono trasformati in corifei del mondo nuovo e terribile, disegnato dalla globalizzazione capitalistica: taluni per insipienza, i più per opportunismo.

Ecco: se questo è il contesto dentro il quale siamo ormai condannati a consumare i nostri giorni, vuol dire che il fascismo, non quello del manganello ma quello dei braccialetti al polso dei dipendenti di Amazon, è già a buon punto nel costruire la sua vittoria, tanto da costringerci – paradossalmente – a sperare che una, cento, mille Macerata possano costituire un salutare shock, che valga ad aprirci gli occhi, sottraendoci all’indifferenza e al conformismo, e a farci tornare all’arme della critica e – di lì – alla critica delle armi (ovviamente, intese in senso democratico).