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Attacco frontale alla magistratura

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di LAVINIA ORLANDO

Ci risiamo. È questa la considerazione che giunge facile dopo aver ascoltato il Ministro dell'Interno (e Vicepremier) Matteo Salvini alle prese con la nuova veste di indagato per il reato di sequestro di persona con riferimento ai noti fatti della nave Diciotti.


Ed ecco che la memoria torna rapidamente al 2008, quando l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, gran maestro di indagini, imputazioni e condanne, definiva Pubblici ministeri e giudici a suo dire “ideologizzati” come “metastasi della democrazia italiana”, rei di costringerlo a trascorrere i week end insieme ai sui avvocati a studiare le strategie difensive da adottare in occasione dei numerosi processi che lo vedevano protagonista, in luogo di godersi riposo, famiglia (e, aggiungeremmo, qualche “cena elegante” in quel di Arcore o Palazzo Grazioli).  “Non possiamo accettare – affermava - che un ordine dello Stato pretenda di calpestare e mutare chi è al governo con accuse folli ed infondate”, definendo l'Italia come “una democrazia in libertà vigilata tenuta sotto il tacco da certi giudici politicizzati”.

Va precisato che, in quell'occasione – come, del resto, in tante altre – l'allora Premier fu addirittura fischiato dalla platea che lo ascoltava, l'assemblea di Confesercenti, nonostante la vittoria elettorale di pochi mesi prima, evidentemente consapevole del delirio caratterizzante le affermazioni del Cavaliere.

A distanza di poco più di dieci anni, all'esito dei quali tanto è mutato nello scenario politico nazionale e locale, sia con riferimento agli schieramenti sia con riguardo agli attori, è davvero scoraggiante, soprattutto per la tenuta della nostra democrazia, constatare il ritorno in auge dei medesimi conflitti tra ordini dello Stato che tanto avevano acceso il nostro Paese in costanza degli esecutivi a trazione berlusconiana.

Ed a riposizionare sul tavolo della discussione lo scontro tra politica e magistratura è proprio uno degli alleati storici del Cavaliere, il leader della Lega, partito da sempre al fianco di Forza Italia, a parte quanto accade a livello nazionale da qualche mese a questa parte, con la rottura della liaison col partito di Berlusconi, a favore dell'abbraccio col Movimento Cinque Stelle.

Da abile comunicatore, Salvini non si è lasciato sfuggire l'occasione di spettacolizzare la comunicazione di avvio indagini nei suoi confronti, aprendo, direttamente dall'Ufficio del Ministro dell'Interno che occupa da un po' di tempo, in diretta Facebook, dinanzi a 25000 utenti (nella maggior parte dei casi accaniti sostenitori), la famosa busta gialla avente come mittente la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, divertendosi, nel mentre, a sorseggiare un'aranciata, necessaria, a suo dire, per lenire l'emozione.

Pur avviando il ragionamento con la premessa d'obbligo per cui “io difendo e sostengo il lavoro dei tantissimi giudici” che svolgono i loro compiti “onestamente”, ha tenuto a precisare di capire “un po' di meno quei pochissimi giudici che si proclamano di sinistra ed in base a questa cultura politico – partitica emettono sentenza”.

Dopo aver dato lettura del contenuto della comunicazione, volta a rendere edotto il Ministro della circostanza di essere sottoposto ad indagini preliminari in ordine ai reati di sequestro di persona aggravato dal fatto di essere un pubblico ufficiale, dalla presenza di minori a bordo e dalla continuità del reato commesso in territorio siciliano fino al 22 agosto 2018, Salvini ha precisato che quanto dai magistrati contestato non è altro che l'applicazione concreta delle richieste dei cittadini italiani (“Io sto facendo quello che voi mi chiedete di fare difendendo i confini, aprendoli alle brave persone e chiudendole alle cattive”), si è messo a disposizione dei magistrati (“Interrogatemi domani, vengo a piedi a Palermo per spiegarvi cosa ho fatto e perché l'ho fatto...anche se penso che la stragrande maggioranza degli italiani per bene abbia qualche perplessità...rischio fino a 15 anni, ma non mollo di un millimetro”) e, ancora, ha chiarito che “finché gli italiani mi chiedono di andare avanti, io vado avanti...perché in questi mesi si sta facendo ciò che non si è fatto in cinque anni”.

E, poi, giù con l'affondo. “Qui c'è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccola differenza che questo organo dello Stato è stato eletto da voi...e siete voi che avete chiesto di controllare confini e porti - per cui vi  ritengo miei amici e complici – mentre altri non sono eletti da nessuno e non rispondono a nessuno”.

Eccoci giunti al nocciolo della questione, da considerarsi come uno dei punti più bassi toccati in questi mesi, tale da spingere a qualificare Salvini, oltre che come “sequestratore, aguzzino, fascista, razzista, delinquente” - come il Ministro stesso ama autodefinirsi, riportando, a suo dire, i principali epiteti provenienti da chi non ne condivide sortite e gesta, anche come scarso conoscitore di uno dei principi cardine degli Stati democratici, che ha sorretto sin dal Settecento, salvo alcuni periodi bui, tutti i moderni Paesi.

Il riferimento è al principio della separazione dei poteri, così come teorizzato per primo da Montesquieu: la democrazia è tutelata solo se i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono nelle mani di organi differenti, di modo da assicurare un continuo controllo e bilanciamento reciproco di ciascun potere rispetto agli altri.

Nello specifico, il potere giudiziario si occupa di controllare che la legge venga rispettata, che il potere esecutivo (rappresentato proprio dai Ministri) non superi i limiti che la legge medesima stabilisce e che i governanti non agiscano al di là delle disposizioni, solo perché ne avrebbero avuto mandato popolare.

Si tratta di una concezione raccapricciante che, al di là delle successive rettifiche pronunciate dal medesimo Salvini (“Nessun golpe contro di me da parte della magistratura”), spaventa, visto il consenso che continua a caratterizzare qualsivoglia affermazione proveniente dal Ministro (al contrario di quanto accadeva con Berlusconi, soprattutto negli ultimi anni di governo, quando non c'era nessuna parola del Cavaliere che non si trasformasse in gag comica).

Spaventa anche la sostanziale inettitudine degli alleati di governo del Movimento Cinque Stelle, i quali, al di là delle solite dichiarazioni di rito, nulla hanno fatto o detto per arginare il Ministro dell'Interno– mentre, in altri momenti ed in situazioni analoghe, avrebbero (così come hanno effettivamente fatto) messo a ferro e fuoco il Parlamento – come si cambia per non morire, verrebbe quasi da dire mutuando un celebre brano.