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L'assoluta inutilità del dibattito interno al Pd

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di LAVINIA ORLANDO

Dopo un più o meno lungo periodo di governo, chiunque, anche il migliore tra gli statisti, corre il pericolo di subire una crisi di consensi, soprattutto avendo costruito le precedenti vittorie sulla base di promesse, tanto facili da pronunciare e capaci di generare interesse nei confronti di chi se ne faccia portatore, quanto pressoché impossibili a trovare realizzazione.


Se a ciò si aggiunga la notevole divergenza “ideologica” tra risultati raggiunti e programma elettorale, oltre ai numerosi episodi in cui, lungi dal discutere su temi e programmi, si sia dato ampio sfoggio a battibecchi e litigi in ordine a posizionamenti e spartizioni di posti, un quadro alquanto nefasto va a completarsi.

È un po' questa, ovviamente in estrema sintesi, la storia del Partito Democratico, disceso, in poco tempo, dal paradiso di governo con percentuali di consensi record agli inferi dell'opposizione e dell'irrilevanza teorica e pratica, seguendo una parabola discendente che non pare trovare arresto, anche e soprattutto per merito – rectius, demerito – della sua classe dirigente.

È, infatti, un atteggiamento che non può essere definito altro che irresponsabile quello dimostrato dai dirigenti democratici, intenti, soprattutto negli ultimi mesi, a non fare altro che discutere in merito alla data del nuovo congresso ed all'elezione del nuovo Segretario.

Che sia questa l'unica questione in grado di accendere le anime democratiche – o, perlomeno, quelle dei suoi apparati centrali – è un dato assodato, dal momento che il tanto che accade nello scenario politico italiano non pare minimamente interessare né Martina, né tutta la restante compagnia.

L'apice della sterilità tra le schermaglie democratiche si è raggiunto, almeno finora, con l'ultima discussione che ha contrapposto Calenda e Zingaretti, il primo prodigatosi nell'invitare a cena l'ex Segretario Renzi, l'ex Premier Gentiloni e l'ex Ministro dell'Interno Minniti per discutere di non si sa ben cosa, dimenticando, sicuramente volutamente, l'attuale Segretario reggente Martina, ed il secondo, attuale governatore della Regione Lazio e per il momento unico candidato Segretario per il congresso (la cui data è ancora sconosciuta), a rispondergli per le rime, proponendo “una cena in trattoria con un operaio, un professore, uno studente ed un imprenditore”.

L'intensa ed appassionante querelle si è chiusa con un nulla di fatto, sia sotto il profilo della cena elegante, sia rispetto al rendez-vous in trattoria, e con un'indimenticabile chiosa di Calenda, che più che una battuta di spirito, pare un'acuta diagnosi cui il Pd dovrebbe attenersi: “l'unico segretario che bisognerebbe candidare è il presidente dell'associazione di psichiatria”.

Nel frattempo, il governo del cambiamento continua imperterrito a mietere successi sotto il profilo del consenso popolare, anche grazie alla quasi totale assenza di un'opposizione parlamentare che si rispetti, essendo quest'ultima impegnata, come visto, in altre faccende che non hanno nulla a che vedere con l'obiettivo primario di qualsivoglia partito, cioè quello di determinare la politica nazionale.

In luogo di fornire soluzioni alternative rispetto alle scelte operate dall'esecutivo targato Conte, il Partito Democratico continua a discutere intorno a poltrone e posizioni di potere, peraltro non tenendo affatto in conto che, proseguendo attraverso tale strategia suicida, in prospettiva non ci saranno neanche più posti da spartire, senza contare l'enorme responsabilità morale che andrà a ricadere sugli attuali dirigenti democratici con riferimento alla circostanza di aver lasciato il Paese nelle mani di chi fa dell'odio il suo unico punto di forza.

Resta un'unica opposizione, frammentata ma comunque presente, poco visibile ai media nazionali ma capace di dire la propria soprattutto a livello locale, che fa capo a realtà tanto lontane dalla Lega quanto dal Pd, l'unica veramente in grado di affermarsi come alternativa e su cui fare affidamento per un futuro differente.