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La via giudiziaria dell’antifascismo

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di NICOLA PUTIGNANO

La mia riflessione si limita ad individuare gli strumenti giuridici per la lotta al razzismo di Stato ed ai rigurgiti fascisti a cui stiamo assistendo. I giudici sono soggetti solo alla legge, e quindi devono (o dovrebbero) utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ripristinare la legalità.

 

 

E così sia per il Sommo Giudice quale è il Presidente della Repubblica, che per l’ultimo dei PM salottieri della nostra Repubblica. Recita infatti la XII^ disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

In espressa applicazione di tale precetto costituzionale (peraltro immediatamente precettivo), viene promulgata la Legge 20/6/1952 n.645 (integrata con L. 152/1975, L. 689/81, L.205/93) a firma del tanto vituperato Ministro Scelba (ricordato come mandante delle repressioni operaie degli anni ’50 e non certo come firmatario dell’unica legge dichiaratamente antifascista in Italia).

Recita l’art. 1 di tale legge: “Ai fini della XXII^ disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione degli esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito, o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”.

I dirigenti delle associazioni o movimenti che violano tali prescrizioni sono soggetti ad una sanzione penale della reclusione da cinque a dodici anni, oltre che ad salata multa con la conseguente privazione di diritti civili.

Ulteriore sanzione accessoria è lo scioglimento e la confisca dei beni del gruppo (art.3).

“Il perseguimento di finalità antidemocratiche proprie del partito fascista può essere realizzato in via alternativa attraverso l’esaltazione, la minaccia o l’eccesso della violenza, quale metodo di lotta politica, ovvero propagandando la soppressione delle libertà costituzionali o mediante la denigrazione della democrazia, delle sue istituzioni e dei valori della Resistenza, oppure, infine, attraverso lo svolgimento di propaganda razzista (Cass. Penale sez. I^ 16/3/1978).

Nell’attesa di un risveglio delle sopite coscienze democratiche di massa, mi sembra doveroso un integrativo approccio  legalitario di lotta al neo fascismo.