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Il mondo in cui viviamo: le verità celate

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di DONATELLA FOLLIERI

La rivoluzione culturale è possibile

A dire di Eraclito la legge segreta del mondo risiede nella stretta connessione dei contrari che, in quanto opposti, lottano tra loro e, nello stesso tempo, sussistono l'uno in virtù dell'altro.

Che tutto si trovi costantemente aperto alla contraddizione, implica una dinamicità del reale, un continuo divenire, in cui “tutto scorre” analogamente alla corrente di un fiume le cui acque non sono mai le stesse.

Tutto è soggetto a trasformazione.

La storia ha secondo Vico un andamento ciclico, in cui ai corsi succedono i ricorsi, sempre uguali nella struttura logica ma non è loro contenuti.

Popoli diversi sono accomunati da idee simili in virtù di un comune modo di sentire di pensare. Essendo la società fatta di uomini, se ne possono trovare i principi nella mente umana.

Si viene delineando un modello di sviluppo universale, una storia ideale eterna, comune a tutti i popoli, per cui ogni nazione attraverserebbe tre epoche, dopo di che declina, i costumi si corrompono e la civiltà si perde, precipitando nella barbarie ed il ciclo già percorso si ripropone

con diversi contenuti.

Così nonostante il trascorrere delle epoche storiche, si ripropone da parte dei governi sempre uguale il modo di mascherare verità inammissibili ed i veri motivi, spesso inconfessabili, alla base per esempio, delle guerre da loro scatenate.

Sparta combatté la Guerra del Peloponneso proclamando di voler liberare i greci dall’opprimente influenza ateniese, avvalendosi di strategie che miravano ad accogliere sempre più l’insofferenza diffusa contro quell’Atene che di democratico aveva solo il titolo, dal momento che l'alleanza di cui era a capo, divenne ben presto impero e gli alleati sempre più sudditi.

Solo quando Sparta riuscì ad ottenere l'aiuto finanziario dei Persiani, la resistenza ostinata di Atene fu colpita.

Le sue mura imprendibili furono abbattute.

Sparta aveva messo in atto il suo progetto di “liberare i greci”, instaurando , per circa dieci anni, il più feroce dominio che una potenza greca avesse mai attuato.

Robespierre si espresse fortemente contro la guerra: “la guerra è sempre il principale desiderio di un governo potente che vuole divenire ancora più potente.

Non ho bisogno di dirvi che è proprio durante la guerra che il governo copre con un velo impenetrabile i suoi latrocini e i suoi errori”.

Numerose le guerre e le guerriglie che si sono succedute e quelle in corso sul palcoscenico mondiale.

Impossibile citarle tutte.

Fa riflettere la teorizzazione e la messa in pratica, a partire dalla seconda metà del Novecento, della cosiddetta guerra preventiva.

Il documento fondante fu presentato da George W. Bush al Congresso del Settembre 2002 di cui riporto i punti salienti:

“L'America manterrà forze sufficienti per impedire a potenziali avversari di armarsi nella speranza di superare o eguagliare la potenza americana;

l'America eserciterà il diritto di autodifesa e convincerà o costringerà altri Stati ad assolvere alle loro responsabilità;

l'America farà tutto questo per il bene delle società libere non per avvantaggiarsene unilateralmente”.

In poche parole, prepotenza inequivocabile.

Gli Stati Uniti faranno ciò che vogliono, nessuno ha il permesso non solo di superarli ma anche di eguagliarli in potenza, chi ci proverà verrà fatto fuori.

Dato che valori occidentali sono gli unici ammessi, essa, notoriamente altruista, li difenderà attaccando per prima e stabilendo, a suo insindacabile giudizio, chi di volta in volta sia il nemico e dove si trovi.

Agendo così per “il bene della società” non potrà essere sottoposta a giudizio.

Nel maggio 2003 gli Stati Uniti d'America hanno attaccato l'Iraq, con l’accusa di possedere, nascostamente, armi chimiche di distruzione di massa, di cui gli ispettori internazionali inviati prima del conflitto per trovarle, non ne hanno trovato mai traccia, così come mesi e mesi dopo l'occupazione anglo-americana del paese.

Questa aggressione è una evidente manifestazione manifestazione della dottrina della guerra preventiva.

L'attacco è avvenuto sia in violazione di ogni norma del diritto internazionale, sia sulla base della menzogna aperta delle inesistenti armi di distruzione di massa.

L'invasione dell'Iraq non serve solo a controllare direttamente il secondo produttore mondiale di petrolio ma anche ad avere un tramite per la penetrazione economica nella zona euroasiatica.

È facile evincere, a questo punto, che il programma di esportazione di ideali e modelli politici nasconda, in realtà, esigenze di potenza e che ha trovato una necessaria sistemazione logica attraverso i media.

Amaro ed angosciante si presenta il conto del capitalismo.

Le cifre sui mutamenti climatici parlano chiaro ed hanno fatto affermare agli scienziati redattori di recenti rapporti sugli sconvolgimenti climatici che ci stiamo avvicinando ad un punto di non ritorno, sottolineando che il 90% dei mutamenti atmosferici è causato dall'uomo.

Il libero mercato è una contraddizione in termini perché dovendo seguire le dinamiche del profitto non è affatto libero.

Il suo scopo, lungi dal soddisfare primariamente bisogni umani, è quello di produrre bisogni indotti per soddisfare i quali bisogna produrre ancora di più.

Nei paesi ricchi il consumo d’acqua è giunto alla media di 500 litri al giorno pro-capite, mentre in quelli poveri un miliardo di abitanti raggiunge a malapena la media di 20 litri giornalieri a testa, il minimo ritenuto vitale, peraltro quasi sempre non potabili, con le conseguenze igienico-sanitarie immaginabili.

Così l'acqua sta diventando il petrolio del futuro.

La sua privatizzazione trasforma in merce una delle risorse più vitali del pianeta.

Fondamentale, a mio parere, l'avvertimento degli scienziati per contrastare tutto questo:

“Non è più il tempo delle mezze misure, è il tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell'economia, della rivoluzione dell'azione politica”.

Rivoluzione culturale vuol dire contestare globalmente, ricercando una comune via per superare la testimonianza del disastro mondiale.

Il mondo non è oggetto di conquista, non è separato da noi, è il luogo dell’abitare e del convivere, ne siamo parte integrante del suo equilibrio ci garantisce la vita.

Tutti i viventi sono uniti da relazioni, non divisi.

L'universo è costituito da quell’armonia dei suoi componenti che sarebbe spezzata se anche uno venisse meno.

Al di là della totalità, noi non ci saremmo.

La politica è oggi ridotta ad un ruolo ancillare rispetto alle vere decisioni che vengono prese dai poteri economico-finanziari e segue quelle decisioni.

Ridotta a mero teatro delle apparenze fa credere protagonista quel popolo che vede continuamente minacciata la sua sovranità.

A contare non sono più le idee, i programmi, i progetti, a fare la differenza sono i leader la cui immagine è costruita da appositi specialisti.

l'epoca che viviamo è penetrata da quelle che Spinoza chiamava “passioni tristi”, in riferimento al decadimento dei valori e perdita di significato.

Di quali magnifiche sorti di progresso e sviluppo potremmo a questo punto parlare?

Walter Benjamin ha sostenuto che la storia come corso unitario è una rappresentazione del passato costruita dei gruppi e delle classi sociali dominanti.

Cosa si tramanda infatti del passato?

Non tutto quello che è accaduto ma solo ciò che appare rilevante.

Così ciò di cui parla la storia sono le vicende della gente che conta.

Non esiste un'unica storia, dunque, ci sono immagini del passato proposte da punti di vista diversi ed è illusorio pensare che ci sia punto di vista supremo, capace di unificare tutti gli altri.

Se non c'è un corso unitario delle vicende umane, non si potrà neanche sostenere che esse procedano verso una fine, che realizzino un piano nazionale di miglioramento ed emancipazione.

Il fine che la modernità riteneva dirigesse il corso degli eventi era anch'esso raffigurato dal punto di vista di un certo ideale dell'uomo.

Gli illuministi, Hegel, Marx, positivisti, storici di ogni tipo, pensavano quel senso della storia fosse la realizzazione della civiltà e cioè della forma dell'uomo europeo moderno.

I mass media caratterizzano questa società non come più trasparente e illuminata ma come più complessa e caotica e, forse, proprio in questo relativo caos risiedono le nostre speranze di emancipazione.

tutti gli universi culturali, ormai, vivono una pluralizzazione che rende impossibile concepire il mondo e la storia secondo punti di vista unitari.

L'importanza dell'insegnamento filosofico di un Nietzsche o di un Heidegger sta nel fatto che essi ci offrono gli strumenti per capire il senso emancipativo della fine della modernità e della sua idea di storia.

Nietzsche ha mostrato che l'immagine di una realtà ordinata razionalmente sulla base di un fondamento è solo un mito rassicurativo proprio di un'umanità ancora primitiva e barbara. Heidegger ha mostrato che pensare la realtà come sistema razionale di causa ed effetti è solo un modo di estendere a tutto l'essere il modello dell'oggettività scientifica, della mentalità che, per poter dominare e organizzare tutte le cose, le deve ridurre a livello di pure presenze misurabili e manipolabili, riducendo a questo livello l'uomo stesso.

L'emancipazione consiste nell'affermazione delle diverse culture e valori al fine di un riconoscimento e rispetto reciproco.

E l'uomo contemporaneo tutto questo?

Marx lo disse alienato, Freud represso.

Il dimezzato, direbbe Calvino, mostrando il suo dimidiamento e l'aspirazione ad una completezza al di là delle mutilazioni imposte dalla società.

L’inesistente, perché non fa più attrito con nulla, non ha più rapporti con ciò che gli sta intorno, ma funziona astrattamente e quindi posto dello scrittore alla conquista dell’essere.

Da auspicarsi rampante in vista di un’autodeterminazione individuale basata sull’essere con e, nello stesso tempo, separato dagli altri.

Una trilogia di esperienze sul come realizzarsi esseri umani.

Con la vigile consapevolezza critica che lo contraddistingue, Calvino coglie chiaramente la negatività del trionfo della reificazione e dell’alienazione, frutti dello sviluppo e dell'organizzazione produttiva e sociale delle nuove società industriali che registrano la crisi dell'individualità e della soggettività, trasformando i rapporti umani in rapporti tra le cose.

Indica, di contro, la necessità di non arrendersi, di non lasciarsi sommergere, di opporsi alle forze che tendono ad annullare la coscienza e l'iniziativa dell'uomo.

In lui si afferma, nonostante tutto, la fiducia di poter trovare nelle sabbie mobili dell'oggettività, lo scatto per affermare una vera libertà.

È questo, del resto, il compito a cui non possono sottrarsi gli intellettuali, gli scrittori, portatori della coscienza critica.

Calvino non rinuncia all'ottimismo e fa pronunciare a Marco Polo, in conclusione de Le città invisibili, i due modi possibili per non soffrire nell'inferno quotidiano:

“Il primo riesce facile a molti: accettare l'Inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:

cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”.