Il SudEst

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Le parole che generano mostri

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di MARIO GIANFRATE

“Le parole sono pietre” affermava Carlo Levi: esse possono esortare gli animi a nobili ideali, a rivoltare coscienze assopite. O a scalfire o colpire e demolire l’arroganza e la presunzione dei potenti.

 

 

 

Ma quando esse hanno connotati di xenofobia e sono pronunciate da uomini che hanno cariche e ruoli istituzionali, hanno il solo obiettivo di sdoganare e legittimare atteggiamenti e modi di pensare e agire di gretto razzismo e omofobia che sfociano sempre più spesso in forme di violenza con aggressioni ai migranti, zingari, gay, “barboni”. Capri espiatori su cui scaricare i propri velenosi istinti.

Sono proprio queste parole, urlate irresponsabilmente e rozzamente al fine di consolidare consensi elettorali, a generare quel clima di odio, di volgari pregiudizi, di violenza anche fisica, e ad alimentarne la diffusione nel Paese. E ad allargarla perché si sta radicando in molti la consapevolezza del senso di impunità per atti di violenza fisica e morale messi in atto contro i “diversi” per pelle, orientamenti sessuali, etnia di appartenenza. Ma, anche, di ceto sociale.

Il fascismo creò, ad arte, il clima di violenza che gli consentì la conquista del potere e nel quale maturarono assalti alle sedi dei partiti democratici, aggressioni agli esponenti dell’antifascismo, assassinii politici tra i quali quello di Giacomo Matteotti.

Di tale clima e di simile virulenza Mussolini si assunse la piena responsabilità storica, politica e morale con il discorso del 3 gennaio 1925, dichiarando che, se il fascismo era un’associazione a delinquere, lui rivendicava di esserne il capo. Avrebbe però dovuto assumersi anche la responsabilità penale!

Di chi è la responsabilità dell’attuale clima di disumanità dilagante, di semina di odio razziale, di ricorso a metodi idealizzati da Himmler, non sfuggirà di certo né alla Storia, né alla politica. Se ne assumerà qualcuno la responsabilità? Avrà il coraggio necessario?