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La bella favola di “Ceramiche noi”

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di FABRIZIO RESTA

 

Quando l’Azienda la salvano i dipendenti


Di solito si parla di aziende che chiudono e di operai con il futuro appeso ad un filo che lavorano in condizioni di grave incertezza e soprattutto caratterizzate da carenza di soluzioni, per via di aziende spesso senza scrupoli e di uno stato che in più di un’occasione ha dimostrato di non avere risorse né idee per affrontare le varie problematiche. Alcune volte, tuttavia, si riesce a trovare delle soluzioni e chi le trova in certe occasioni non è né l’azienda né lo Stato.

Questa è una storia di dipendenti spaventati e sfortunati ma anche coraggiosi e determinati. Per come è andata, sembra quasi ironia del destino che questa storia accada in Via Karl Marx. Anzi, qui sembra quasi che Karl Marx abbia voluto lasciarci la firma.  Probabilmente l’economista tedesco sarebbe stato contento di come si sia risolta la “vertenza”, in un modo che rivoluzionario certamente non è ma non per questo privo di suggestività e perché no? anche una buona dose di romanticismo.

Siamo a Città di Castello, un comune della provincia di Perugia, più precisamente in un’azienda di nome Ceramisia, gruppo ceramico di proprietà della Italian Stoneware della famiglia Polidori, famosa anche per aver dato i natali ad una parlamentare. Non stiamo parlando di una grande ditta, bensì di una piccola realtà artigianale che contava sul lavoro di 11 dipendenti.  La società in parola ad un certo punto, circa un anno fa, quando la proprietà dell’azienda passa di padre in figlio, decide che continuare ad investire in Italia non conviene più e decide di aprire una nuova azienda in Armenia. L’annuncio choc arriva come un fulmine a ciel sereno agli operai e impiegati. L’azienda quindi se ne va e il lavoro sta per svanire; situazione che purtroppo oggigiorno vediamo fin troppo spesso in qualsiasi parte dell’Italia. Quando un’azienda decide di localizzare chi vuole difendere il proprio posto di lavoro si rivolge ai sindacati che proclamano lo stato di agitazione in attesa che qualcuno, Regione o MISE che sia, intervenga per cercare di trovare delle soluzioni che puntualmente, se si trovano, sono solo temporanee per poi ripresentarsi dopo un certo periodo di tempo. Stavolta no, l’idea è un’altra: il workers buyout, che consiste nell’acquisto di una società realizzato dai dipendenti dell’impresa stessa che viene trasformata in cooperativa di lavoro.

Ce la racconta il Presidente della cooperativa Marco Brozzi, 44 anni: “Ad un certo punto ho detto: ragazzi rinunciamo alla disoccupazione e al Tfr e quei soldi li investiamo per comprarcela questa azienda. Ho pensato a cosa potevo fare, e mi sono confrontato con Legacoop Umbria”.  I colleghi di lavoro all’inizio si guardano negli occhi, qualcuno si mette a ridere, altri fanno una smorfia. L’idea non è facile da realizzare ed è anche molto pericolosa ma nonostante le iniziali perplessità, i lavoratori non se la sentono di mollare; così decidono di trasformarsi in imprenditori, rinunciando a disoccupazione e Tfr e cominciano a dialogare con la famiglia Polidori, appoggiati dai sindacati e dalla Lega Coop, arrivando a comprarsi l’azienda in prima persona, creare una cooperativa, acquistando i macchinari utilizzati dalla vecchia proprietà e affittando il capannone e così facendo salvando il loro lavoro. Marco Brozzi diventa presidente della cooperativa, che ora si chiama “Ceramiche Noi”. Un anno dopo i vecchi clienti (90% dei quali negli Usa) sono stati “riconquistati”, l’azienda è sana e si è risollevata; hanno persino assunto tre nuovi dipendenti a tempo indeterminato e c’è la possibilità di assumerne altri nel 2020. Gli ex dipendenti, ormai imprenditori hanno tutti un tatuaggio: il logo della cooperativa, che unisce il cuore a una fiamma, il simbolo di chi ce l’ha fatta, della loro rinascita che devono solo a sé stessi. Per arrivare a questo punto, infatti, non è stata necessaria la politica, nessun intervento da parte del MISE, nessuna tattica particolare o chissà quale piano di rilancio; solo tanto olio di gomito e sacrifici. Un bellissimo esempio di come le aziende si possano salvare se ci si crede e si ha voglia di investire sul futuro.

Il caso di Città di Castello forse è il caso più eclatante ma non l’unico. In Italia, il fenomeno dei workers buyout esiste da parecchio anche se forse pochi la conoscono. Il Workers BuyOut, infatti, pur esistendo da tempo, è disciplinato da una serie di norme, frammentate in molteplici provvedimenti legislativi e regolamentari, che lo rendono sì uno strumento di grandi opportunità ma anche di difficile comprensione. ma c’è di più: grazie alla Legge Marcora le imprese “riconquistate” possono usufruire di due fondi. Il primo è il Fooncooper, un fondo per prestiti a basso interesse e il fondo speciale per la salvaguardia dei livelli occupazionali.

L’ Euricse, l’istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale, nel 2015, segnalava ben 252 casi. Oggi, secondo Legacoop sono più di 500 le imprese recuperate grazie all’impegno diretto dei lavoratori. “Non è stato facile ma è stato molto bello” - conclude Marco Brozzi – “Ci siamo impegnati tutti per far ripartire la fabbrica nel minor tempo possibile, senza interrompere la produzione. Abbiamo lavorato anche 14 ore al giorno ma ci siamo riusciti”

Fonte foto: PerugiaToday