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ADIDAS: Il licenziamento sotto l’albero

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di FABRIZIO RESTA

 

Brutto Natale per i dipendenti Adidas, colosso dell’abbigliamento sportivo.

 


Già l’anno scorso 24 dipendenti furono sacrificati sull’altare della riorganizzazione della multinazionale tedesca. Quest’anno se ne sono aggiunti altri 41, di cui 35 del reparto credito a Monza (che verrà trasferito in toto in Portogallo) e gli altri 6 tra Roma, Bologna e Padova. Se consideriamo l’Europa il numero è dieci volte più elevato, aggirandosi intorno ai 500 dipendenti. La Rsa e la Filcams Cgil di Monza non ci stanno e hanno indetto uno sciopero delle ultime 4 ore del 18 novembre mentre le lavoratrici part-time solo le ultime 2 ore.  Intanto, martedì 17 novembre si è tenuto uno sciopero con presidio davanti allo store di Milano, nella centralissima via Vittorio Emanuele, davanti al brand center Adidas.

“Siamo di fronte alla decisione di una delocalizzazione che i lavoratori e le lavoratrici vogliono cambiare – spiega in una nota la Filcams Cgil. Inoltre ad oggi viene dichiarata indisponibilità ad utilizzare ammortizzatori sociali conservativi, quali la CIGS o il Contratto di solidarietà, istituti per i quali i lavoratori pagano in busta paga una quota mensile dello 0,30% della retribuzione lorda. Abbiamo proclamato lo stato di agitazione e i lavoratori e le lavoratrici hanno votato in assemblea il mandato alla Rappresentanza sindacale di indire iniziative sindacali.

Non si è a conoscenza dei motivi di questa manovra che è a tutti gli effetti una delocalizzazione. Sicuramente non lo si è fatto per sopravvivere. Di solito, infatti, chi lo fa è un’azienda in crisi ma non è il caso della società tedesca che ha visto un aumento dei ricavi del 45% e un incremento della produttività in Italia che supera il 15%. Non è neanche la prima volta che la multinazionale ricorre a questi espedienti: nel 2015, nonostante un aumento dei ricavi, si decise un taglio del 14% del personale dedicato al settore golf.  Quello che agli occhi di tutti appare l’ipotesi più probabile è che l’Adidas abbia deciso di disimpegnarsi dall’investire nel “bel paese.

Ci saranno 40 giorni ancora a disposizione dei sindacati per cercare un accordo. Se ciò non avverrà la palla passerà ai tavoli romani con il coinvolgimento del ministero. I Sindacati non lasceranno nulla di intentato ma sarà obiettivamente difficile trovare un accordo in questo periodo in cui gli uffici saranno per lo più chiusi in occasione delle festività natalizie. L’ideale sarebbe riuscire ad ottenere una sospensione della procedura per poi cercare un negoziato con più calma ma non è un compito facile, anche perché i tempi dell’azione potrebbero essere stati benissimo preordinati dalla stessa società. Al termine di tal periodo, il problema passerà nelle mani del Ministero.  Partendo dalla premessa che il caso Adidas è ben diverso dagli altri, c’è da chiedersi il perché le società straniere stiano decidendo di mollare l’Italia. Un’analisi di coscienza che tocca alla politica che mai in questi anni ha cercato di creare una politica industriale e delle relazioni con le società estere, tali da rafforzare la capacità del nostro Paese di attrarre e mantenere gli investimenti e di garantire i livelli occupazionali nel territorio; ci si è limitati a cercare di “mettere una pezza” alle singole emergenze (tra l’altro senza risolvere ed anzi aggravando i drammi sociali) anziché cercare di avere una visione d’insieme. Come ci si arriva? Beh politiche attive del lavoro, puntare sulla sostenibilità e sull’industria “verde” con imprese nuove e con investimenti pubblici mirati nella formazione, nella ricerca e nel trasferimento di tecnologie sarebbero un ottimo inizio. La formazione in particolare è fondamentale perché oggi ci sono nuove efficienze produttive legate a materiali, robotica, software avanzati e integrazione con i servizi che creano una domanda di lavoro diverso, dove agli stereotipi dell’operaio manifatturiero subentrano profili ad alto livello di conoscenza. Avere una visione significa scegliere, avere priorità concrete e perseguibili. Il problema è tutto qui: in Italia non ci sono scelte. Non ci sono priorità né se ne discute. l’energia non diventa argomento da piano strategico, il fisco continua a strangolare la competitività, la burocrazia resta il primo nemico della rinascita. Il vero problema non è la mancanza di soldi da investire, è la mancanza di idee della politica.

Tanto per fare degli esempi basta guardare alla Fca e Peugeot, che vanno verso la conclusione di un’alleanza strategica in cui il governo italiano non ha saputo intervenire, Alitalia nonostante i vari proclami non ha ancora una soluzione con i governi incapaci di evitare la fuga dei possibili acquirenti, l’Ilva è al canto del cigno ma Arcelor Mittal ha fatto in tempo a prendere il bottino e scappare e ce ne sono tantissimi altri di casi. Si la vera assente è la politica italiana ma anche quella europea. L’Unione Europea infatti non è da meno: politica industriale europea inesistente, se non come fissazione di obiettivi. Se n’è lavata le mani lasciando tutto nelle mani delle politiche nazionali. La Germania ha saputo riemergere con piani di industrializzazione 4.0, la Francia ci è arrivata con un po’ di ritardo ma ci è arrivata, altri paesi magari non ci sono ancora arrivati ma hanno avviato il processo. E l’Italia? Per ora c’è il deserto.

Fonte foto: Il Cittadino Mb