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"La responsabilità politica secondo gli italiani"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Uno degli sport preferiti dagli italiani è senz'altro la critica rivolta a chi li governa, indipendentemente dalla circostanza che lo faccia bene o lo faccia male.


Vi è in ciò una disonestà intellettuale a mio giudizio intollerabile, ma le poche pagine di libri frequentate nella mia vita mi hanno insegnato che è proprio questa la passione vera degli abitanti del Bel Paese e solo al secondo posto è, invece, il gioco del calcio.

Nella stragrande maggioranza dei casi il parlare di politica è ridotto a puro pettegolezzo, qualcosa cioè che, alla stregua di un commento sullo show televisivo in onda in prima serata, non "impegna" e la chiave di volta per comprendere ciò di cui stiamo parlando è proprio questo disimpegno, che ai miei occhi non può non apparire fuori luogo quando si parla della cosa pubblica la quale, essendo tale e dunque di tutti, dovrebbe essere di interesse altrettanto generalizzato, concetto questo che sfugge alla maggioranza dei nostri concittadini.

L'italiano infatti, non riesce a comprendere che esistono "cose" che gli appartengono e che pure rientrano nella disponibilità degli altri e questo perché gli fa difetto un elemento fondamentale, un anello di congiunzione chiamato coscienza civile, ovvero una formazione che tanto quanto quella storica o letteraria, dovrebbe offrirgli gli strumenti necessari a comprendere sia il funzionamento e la gestione della macchina del potere che i meccanismi previsti per la partecipazione ad esso. Ed invece l'italiano ha un'idea solo di ciò che sia il potere, un'idea peraltro il più delle volte sbagliata: è comandare, decidere, ordinare e fare a suo piacimento.

È di tutta evidenza quanto questo sia un modo quantomeno anacronistico di percepire il potere, che così viene inteso come attinente alla forza, piuttosto che ad un agire secondo le leggi dello stato.

Insomma l'italiano, anche scolarizzato, pare ignorare che governare un paese sia questione che si è costruita sul letto della storia, che sia dunque anche cultura e non lo sfogo di istinti primordiali che portano taluni a prevalere sugli altri ed a cui bisogna cercare di sottrarre il più possibile.

Ovviamente di ciò, chi il potere lo ha detenuto si è sempre servito, si è servito cioè dell'ignoranza dei cittadini per non rispettare le leggi (che appunto gli italiani non conoscono) per fini che con il bene della collettività non hanno nulla a che fare.

Questo tipo di potere e questo tipo di cittadini attraverso una mutua influenza, si alimentano vicendevolmente impedendo l'evolversi della società e lasciandola in uno stallo nel quale si trova da secoli e che non può migliorare perché a scegliere i rappresentanti sono appunto gli italiani che ho descritto e coloro che vengono scelti, per le medesime ragioni, non potranno di essi essere migliori.

Dunque in Italia potere e cosa pubblica sono fatti oggetto di una confusione che declassa la seconda ad organismo che, se realizza il mio interesse privato, agisce bene, altrimenti rappresenta un manipolo di malfattori che anziché agire per il mio tornaconto agisce esclusivamente per il proprio.

Come sopra descritto, un'uscita da questo circolo vizioso mi pare ancora aldilà da venire e stando così le cose, ci si domanda se in effetti, in una democrazia interpretata in questo modo, sia necessario servirsi ancora delle leggi o non convenga abolirle per tornare ad antiche spartizioni di potere aristocratiche, se non all'impero dei principes romani. Sì, confesso di essermi lasciata andare all'iperbole della provocazione, ma non si potrà non essere d'accordo sul fatto che nella nostra democrazia manchi qualcosa che le dia un senso. In particolare è agli italiani che manca la voglia di vivere in uno stato ed in condizioni democratiche: non le conoscono né sanno quanto sia costato raggiungerle e dunque ne sottovalutano portata ed importanza, lasciando che a tutelarle ci siano di volta in volta pochi eroi che assumono su di sé la responsabilità della loro difesa, ma che non possono da soli mutare una situazione in cui di fatto la nostra è diventata una democrazia di serie B. In una condizione siffatta, il rischio di cadere in forme di governo come minimo autoritaristiche era ed è dietro l'angolo, poiché né in chi governa, né in chi fa governare c'è l'aver fatto proprio il principio che per vivere in un consorzio è necessario assumersi una responsabilità che, com'è noto, non concerne tanto ciò che garba all'uno o all'altro e dunque forme istintuali dell'agire, ma precise scelte di ordine morale e culturale.

Ma che cosa è allora questa responsabilità di cui gli italiani non vedono l'ora di liberarsi? È il rispondere personalmente delle proprie idee e delle proprie scelte, mettendo in conto di poter perdere e pagare per esse. Ecco, è questo che agli italiani proprio non piace: dover rispondere delle proprie decisioni, preferendo abdicare ad un diritto/dovere e se in apparenza ciò accade per ignoranza, nella sostanza avviene per un calcolo secondo il quale se c'è da pagare è meglio che a farlo siano gli altri.

Quanto descritto è ben noto a chi di volta in volta sale al governo, che sa anche che per poter continuare ad occupare quella posizione deve farsi carico delle esigenze, come abbiamo visto tutte di pancia, che il popolo è capace di esprimere, rinunciando a qualunque forma di rapporto diverso con il proprio elettorato, che comunque investirà i governanti di ogni responsabilità per quanto accade.

Ora, esempi di questo tipo di dinamiche, che già nel corso della storia si siano verificate, ve ne sono a decine, ma per quanto mi riguarda mi basterà ricordare quanto accadde a Milano il 29 Aprile del 1945, quando i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e tre gerarchi fascisti furono esposti in Piazzale Loreto, calpestati, oltraggiati, sfigurati dalla folla inferocita.

Pare a questo punto non fuori luogo la riflessione con cui Winston Churchill fotografò il generale comportamento degli abitanti del Bel Paese: "Un giorno quarantacinque milioni di fascisti. Il giorno successivo quarantacinque milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi novanta milioni di italiani non risultano dai censimenti."


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