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“Il bianco Torso del Belvedere, tra fascino del reperto ed integrazione"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Tutti sin da piccoli ci siamo imbattuti, magari su un libro di storia, nell’immagine di un tempio greco o abbiamo visitato Pompei o un qualsiasi museo,

entrando in contatto con reperti lontani da noi talvolta migliaia di anni e spesso subendone il fascino. Ma cosa in realtà di quei resti ci attrae, o meglio, cosa di essi attrae la maggior parte di noi, escludendo quanti vi si approcciano per ragioni eminentemente scientifiche, di studio, che peraltro possono anch’esse avere origine altrove?

La questione in oggetto è ben più complessa e articolata del fascino che è in grado di esercitare su di noi la bellezza di una statua del Canova, intatta in ogni sua parte, e soprattutto come ogni altra cosa, non è stata nel tempo sempre lo stessa.

Lo sguardo con cui Johan Joachim Winckelmann guardava i resti delle antichità greche e romane era infatti ben diverso da quello di Ranuccio Bianchi Bandinelli e dal nostro, che dai loro studi siamo influenzati inevitabilmente.

Ad ogni modo, ciò che di un reperto antico è in grado di affascinare anche un bambino è il suo potere evocativo, il suo parlare una lingua che però non è in grado di comprendere. Non è questa però la sola ragione in grado di spiegare l’attrazione per ciò che ci viene da un tempo lontano. Ad esempio, ciò che con grande probabilità carpirà la nostra attenzione per esempio di un'antica statua, saranno gli elementi di assonanza con il nostro modo di intendere il bello, respingendo quanto nella nostra cultura tale non è considerato. Ergo, come quasi tutto ciò che ci riguarda, anche in un reperto ad affascinarci sarà ciò che di noi in esso saremo in grado di scorgere, cosa questa che rappresenta uno degli elementi fissi, uno dei pochi, che caratterizzano l’animo ed il comportamento umani ovvero l’amore per sé stessi, anche da parte dei meno consapevoli e questo per il necessario istinto di conservazione che caratterizza ogni animale, anche il più complesso quale l’uomo può considerarsi. Si potrà anche essere colpiti dal livello di perfezione tecnica di un manufatto antico, che ci fa pensare al grado di civiltà che un popolo è stato in grado di raggiungere. Altra questione è poi quella dell’amore per reperti di cui si conservino solo parti più o meno rappresentative. Si pensi ad esempio al Torso del Belvedere, che lo stesso Michelangelo Buonarroti si rifiutò di integrare, trovandolo già espressione di un bello rappresentato al massimo grado.

Ora dobbiamo però tornare al discorso dal quale eravamo partiti ed immaginare un osservatore calato in un tempo e in una precisa cultura, dotata di proprio gusto. La bellezza mozzafiato del Torso per molti è superiore a quella delle tante statue in marmo integre che si possono ammirare ormai in molti dei musei del mondo. Se a questo punto si accetta di lasciare da parte la valutazione di un genio non comune, quale fu Michelangelo, che infatti ebbe a scontrarsi con il papa Giulio II che gli chiedeva l’integrazione dell’opera (fatto questo che ci testimonia come invece la cultura del suo tempo prediligesse l’integrità del reperto ed in essa si riconoscesse e laddove non vi fosse tendesse a ricrearla), rimane da domandarsi come mai una statua mutilata susciti in noi un’ammirazione così grande che il Buonarroti precorrendo i tempi, fu in grado di intuire? La risposta non è ovviamente semplice da fornire, a parte la questione di non secondaria importanza che il Torso del Belvedere ha delle particolarità che lo rendono un unicum non paragonabile ad altri reperti archeologici per potenza e perfezione della muscolatura, ma anche per la sua capacità di “parlare”, di comunicare esattamente come se si trattasse di un’opera d’arte moderna alla quale è soprattutto questo che siamo abituati a chiedere.

Per quanto l’accostamento possa apparire ardito, gli “Screaming Popes” di Francis Bacon non producono in noi, mutatis mutandis, un effetto non dissimile da quello del Torso? Non ci restituiscono cioè forte il senso di una mutilazione dell’animo, che nella statua ci appare in una resa più fisica?

Ma ancora: la stragrande maggioranza dei marmi greci, romani e non solo, che ci appaiono quasi sempre di un bianco immacolato, erano in realtà policromi. Nel ‘700 Winkelmann, non essendo a conoscenza del fatto che le opere fossero in origine colorate, parlò della presunta scelta da parte degli scultori antichi del bianco marmo come volontaria ed espressiva di un bello ideale a cui in realtà costoro non avevano mai pensato, interessati invece com’erano ad una resa naturalistica dei soggetti rappresentati. Di recente abbiamo potuto ammirare opere come l’Ara Pacis nella colorazione di cui in origine dovevano essere certamente dotate, attraverso l’uso di un complesso gioco di luci. Molti hanno fatto notare che tale integrazione cromatica, pur arricchendo l’opera, la depauperava del fascino che siamo soliti attribuirle. Il fatto potrebbe apparire in sé di scarso o nullo interesse se non fosse che in realtà solleva una questione centrale, che è poi quella di cui mi sto occupando dall’inizio di questo scritto e cioè: ma noi quando guardiamo un reperto cosa cerchiamo? Vogliamo che l’opera ci parli di sé o che ci dica qualcosa di noi? Perché, nel caso appena descritto dell’Ara Pacis l’opera per come doveva essere non pare incontrare il nostro gusto e dunque riprendendo la domanda formulata poc’anzi risulta assai più probabile che nei reperti archeologici più che ascoltare l’uomo dell’antichità che ci parla di sé, ci aspettiamo che esso ci disveli qualcosa che di noi ancora ci sfugge.

In conclusione, mi pare evidente che l’essere umano anche quando guarda ciò che gli è temporalmente lontanissimo, non esca mai fuori da sé, poiché per sua intrinseca natura è un universo capace solo di procedere per analogie e dunque di accostare ciò che crede di vedere a ciò che egli è e questo accade tanto per opere moderne come "Screaming Popes" quanto per reperti antichi come il Torso del Belvedere.


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