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Sedile24 / Un solo disegno: la volontà

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di IGOR SANTOS SALAZAR

"Tutto mi manca, solo la volontà m’avanza". Francisco de Goya y Lucientes, sulla soglia degli ottant'anni, indicava con queste parole all’amico Joaquín María Ferrer, banchiere ed editore basco, la sua precaria situazione.

 

Entrambi erano in esilio, in Francia, e Goya tentava di trovare chi publicasse le litografie che aveva dedicato ai tori di Bordeaux. Il passo della lettera, quel "solo la voluntad me sobra", per citare la versione originale in lingua spagnola, è il ricordo della sovrumana determinazione creativa che accompagnò il pittore lungo tutta la sua lunga vita ed è oggi il titolo di una sensazionale mostra dei disegni del genio di Fuendetodos che si celebra a Madrid, nel Museo del Prado (dove saranno esposti ben 320 disegni di un corpus che giunge quasi a un migliaio).

I disegni in esposizione coprono quasi tutto l'arco cronologico di quella vita, sin dagli inizi, nella Spagna neoclassica di Carlo III, con disegni che mostrano già l'influenza della lezione imparata in Italia tra 1770 e 1771, ma dotati di una personalità lontana dall'Accademia, pronta a occupare un luogo di privilegio nella Corte di un mondo al tramonto. Mentre nelle stanze del Palazzo regio suonava la “Musica notturna delle strade di Madrid” composta da Boccherini (1780), Goya si rende noto anche attraverso le incisioni che riprendono le opere di Velázquez, l'altro titano della pittura spagnola. I quaderni di poco successivi, composti già durante il regno di Carlo IV, si dimostrano stupefacenti. Negli inchiostri di quelle pagine, ingiallite dal tempo, iniziano a essere presenti alcune deformazioni, nei volti, nella nervosa distesa delle linee, che si ritroveranno poco dopo, nei più famosi "Caprichos". Della fine del XVIII secolo sono anche le prime riflessioni iconografiche dei "Sueños", alibi narrativo per affrontare i temi più cari agli intellettuali illuministi, tra la critica politica e la denuncia sociale: stregoneria, inquisizione, stupidità delle classi dirigenti. Nei sogni e nei capricci si raccolgono, forse, i disegni più famosi di tutta la sua produzione, come il tante volte citato “Il sonno della ragione genera mostri”.

Nella successione dei quaderni e dei fogli si osserva una parentesi che va dal 1799 al 1810 che coincide con la nomina di Goya pittore di Camera: è il tempo dei ritratti aulici, delle majas (da pronunciare in modo gutturale, vi prego). È il tempo della crisi politica e della fine di una Corte poco Neo nei sui tanti nei, barocca e napoletana, ugualmente tragica ma senza mare, spazzata via con forza da Napoleone. È il tempo della guerra, della miseria e del dramma. È il tempo dei disegni senza tempo, iconici, che servono ancora come denuncia degli orrori provocati dall'uomo. Le pagine si riempiono di violenza: contro gli innocenti, contro le donne. In un cielo cupo, senza speranza, dove svolazzano streghe e si sente l'urlo mostruoso di esseri deformi, domina l'ottusità della sinrazón, mentre per le strade (Goya fu anche un cronista eccezionale del suo tempo) l'orizzonte si popola di un nutrito gruppo di tipi tradizionali, di manolas, di toros e dei toreros tanto cari all'artista. I vecchi, le streghe, gli zotici diventeranno subito un'ossessione, la metonimia di un paese incapace di scrollarsi l'irragionevole gusto per la scaramanzia e lo scongiuro, per la leadership fasulla e nociva degli esorcisti che trovano nei "Disparates" (assurdità e follie) la loro cornice ideale. Sono disegni di una modernità spaventosa e lungimirante, lo sguardo dentro al XX secolo di un uomo nato nella primavera del 1746. Provocano particolare stupore i disegni dei quaderni di Bordeaux, composti quando Goya è solo un fascio di volontà mentre suonano in lui, pittore sordo, le note delle ultime battute di una vita stupefacente. I temi riprendono la poetica della vecchiaia, della deformità, dell'orrore di una società ingiusta, che è già di massa, governata dall'assolutismo peggiore. Ma nelle sue pagine Goya trova il tempo per lasciare disegnata l'ennesimo insegnamento: un vecchio, solo barba e capelli bianchi, sorretto da due bastoni, guarda altero l'osservatore e urla: "ancora imparo".

Volontà e curiosità a ottant'anni come a venti, fame intellettuale tanto come pittore di una Corte alla deriva quanto come esiliato solo. Goya ci offre ancora una lezione immortale.