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Il senso di colpa e sua (eventuale) utilità

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di ROSAMARIA FUMAROLA

“Non cacciate fuori dalla città la potenza del terrore.

 

Chi può restare nel giusto se non ha nulla che gli ispiri paura?” Eschilo, Eumenidi.

A pronunciare queste parole è Atena, con l’intento di sottolineare la necessità che la nuova epoca, quella della democrazia e delle regole condivise, non avrebbe prodotto i suoi effetti positivi in assenza del mezzo che da sempre governa le masse, sia attraverso il potere politico che attraverso la religione e cioè il terrore.

Il pensiero di Eschilo va letto all’interno del contesto storico in cui il poeta tragico si trovò a vivere e cioè durante la delicata fase di passaggio dall’epoca arcaica, dominata da un codice valoriale aristocratico e quella classica, in cui l’aristocrazia fu soppiantata dal nuovo ceto di commercianti ed artigiani, cioè dalla classe media e dalle sue leggi, dai suoi principi e dalle sue divinità.

L’effetto deterrente del terrore per spingere le masse a tenere una certa condotta nessuno potrebbe ragionevolmente metterlo in dubbio, così come nessuno potrebbe negare che un analogo effetto sia in grado di ottenerlo un instrumentum forse più raffinato, instrumentum presente sempre laddove vi sia qualcuno che intenda esprimere, esercitare potere sui suoi simili: il senso di colpa.

Il senso di colpa dà prova della sua massima efficacia soprattutto se se ne valutano gli effetti all’interno di una rete minima di relazioni in cui i componenti avvertono con maggiore forza gli obblighi a cui la relazione li sottopone. In presenza di questo mezzo l’esercizio del terrore diviene assolutamente superfluo ed uno spreco di risorse, poiché l’individuo senza bisogno di alcuna coercizione esterna, decide motu proprio di adeguarsi a qualcosa che avverte dall’interno come imperativo categorico. In genere infatti il terrore interviene quando il senso di colpa autonomamente non sia stato in grado di raggiungere l’obiettivo fissato. Il senso di colpa esiste dunque perché funzionale nella rete di rapporti che l’individuo instaura e che in extrema ratio sono spesso rapporti di potere (sebbene non sempre ne siamo consapevoli) e non svolge alcun ruolo se pensato come prerogativa individuale, senza altro fuori da sé su cui esercitarsi.

La rete nella quale massimamente lo si trova attivo è quella familiare, che è appunto il microcosmo, il laboratorio della cogenza delle norme che regolano la convivenza nella società e così come in questa è l’ordinamento giuridico l’insieme di cui ciascuna norma fa parte, nella famiglia è l’educazione che padre e madre decidono di impartire alla prole, di cui le regole legate al senso di colpa sono  componenti.

La religione a sua volta non può fare a meno del senso di colpa per “regnare” ed in essa la violazione di un comandamento è violazione della volontà di Dio, di ciò che Dio attraverso i suoi intermediari ha fatto sapere ritenere il bene per l’uomo. Sia nel caso che si consideri la famiglia, che la società, che la religione, siamo in presenza di “qualcosa” che produce regole che anche colui verso il quale sono dirette considera sacre, inviolabili. Dunque la consapevolezza della colpa ha origine in un riconoscimento implicito che chi imponga la norma possa o debba farlo e che quella norma debba essere osservata. In realtà il più delle volte il convincimento della necessità e della bontà di quelle norme avviene proprio ad opera di chi le produce e le impone. Dunque è la legge che regola la convivenza a produrre il senso di colpa, che deve ovviamente considerarsi una reazione naturale insita nell’uomo in quanto tale e che può essere sfruttata per fini che di volta in volta possono essere sia positivi che negativi.

Il senso di colpa fa parte dunque della complessa psicologia umana che gli studi scientifici e la ragionevolezza ci dimostrano essere sempre relativa a qualcosa e funzionale ad un ambiente rispetto al quale adattarsi nel migliore dei modi possibili. Esso è uno strumento senz’altro utile di cui la mente umana dispone, tuttavia questa utilità viene a perdersi nel momento in cui tale utilità è l’unica ad essere dall’esterno sollecitata. In questo caso la coscienza della colpa si rivelerà distruttiva in quanto non più in equilibrio all’interno delle componenti della psiche. Il senso di colpa è in sé un elemento positivo, ma non lo è più se il numero dei divieti imposti è tale da impedire una crescita equilibrata dell’individuo o se a subire limitazioni nei propri bisogni siano sempre e solo alcuni. Dunque, come si può notare, anche in questa materia, a discutersi non è la bontà del mezzo ma l’equilibrio tra il tutto e le singole parti che deve essere garantito, equilibrio la cui misurazione non è mai facile e che necessita sempre di aggiustamenti poiché è cosa dinamica che non può essere fissata una volta per tutte. Sottolineare poi che nello stimolare la consapevolezza di aver commesso un torto si debba procedere secondo buona fede e consentendo sempre una sorta di espiazione, di via attraverso cui riparare per evitare che l’individuo risulti irrimediabilmente schiacciato dal peso della sua colpa, non è fuori luogo ed è proprio a questo punto che, a mio giudizio, emerge l’elemento fondamentale che rappresenta di fatto l’autentico discrimine tra un uso virtuoso del senso di colpa ed uno invece irrimediabilmente vessatorio.

Se colui che impone la norma, in qualsivoglia contesto, ha a cuore l’esistenza ed il recupero di chi in un modo o in un altro ha sbagliato, predisporrà delle misure che rendano ragionevole ed effettivo quel recupero. Al contrario, se chi detiene il potere, decide ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ricorrendo a sanzioni che sempre naturaliter affiancano il senso di colpa, in maniera stupida e miope continuerà ad imporre divieti, finirà inevitabilmente con il fare il gioco suicida di tanti tiranni che, per mantenere il proprio potere assoluto finiscono col decretare la fine tanto di esso, quanto della propria esistenza in vita.


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