Il SudEst

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Il racconto dell’arte è sempre racconto di storie

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Cosa sia l’arte è da sempre oggetto di speculazione da parte degli studiosi, degli artisti e dei semplici fruitori.

Sappiamo che ogni periodo storico produce un’arte che ha delle specificità legate alla sua epoca, le studiamo ma ci sfugge sempre l’essenziale, che rimane acqua che scorre, impossibile da fermare e, come la vita, da definire. Tuttavia, avendo la sottoscritta stessa impegnato gran parte della sua esistenza riflettendo sulla questione e come chiunque dotato di onestà intellettuale e buon senso, essendo approdata a tanti elementi di riflessione interessanti da un punto di vista culturale ed umano, ritiene però che tra di essi non vi sia quasi mai un elemento unificatore che permetta una definizione se non assoluta, quanto meno convincente di ciò che l’arte, di ogni genere, abbia potuto significare per il genere umano. Sia ben chiaro a chi legge che non credo in una definizione esaustiva di nulla, ho deciso infatti di aprire lo scritto chiarendo che quando si parla di arte, trattandosi di qualcosa di umano, siamo nel campo di un quasi totale dinamismo, che ricorda un fiume che scorre piuttosto che un solido masso non soggetto ad alcun cambiamento. Ad esempio è innegabile la relazione tra arte e memoria, così come pure quella tra arte e finzione, ma perché l’artista ha bisogno della sua memoria? Perché ha bisogno di fingere? Entrambe le funzioni sono importanti, la prima per rendere credibile un racconto, la seconda per riproporre, ricreare la vita e dunque raccontarla. L’elemento unificatore mi pare dunque essere il racconto, in qualunque modo declinato.

L’arte permette all’essere umano di eternarsi, anche questo è vero, consente l’identificazione e la catarsi ma tutte queste definizioni hanno un solo elemento comune e questo è appunto il racconto. Sulla sua necessità sono stati scritti forse migliaia di testi, ma per comprenderla basterà ricordarci l’esperienza che tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo fatto aprendo un libro e leggendolo. Con il testo scritto nelle sue pagine si crea un legame che permette di veicolare la storia all’interno di noi, di farne esperienza, anche se è un’esperienza particolare, più vicina ad un sogno che alla realtà e che porta fuori di noi emozioni, sentimenti, pensieri.

Ecco, l’arte è soprattutto questo, la sua potenza risiede in questo, che può essere ed è stato strumentalizzato più e più volte nella storia ad esempio dal potere politico.

Dunque l’arte è quasi sempre narrazione e tale narrazione è alternativa alla vita: mentre leggiamo un libro o assistiamo ad una rappresentazione teatrale le nostre energie sono da essi assorbite, mentre la nostra vita resta in attesa sullo sfondo. Racconti erano l’Iliade e l’Odissea, le tragedie greche, la Bibbia, i capolavori di Shakespeare ed in modo diverso anche la poesia. La magia di ciò che chiamiamo arte risiede in questo: nel raccontare l’uomo. Se nei poemi omerici la componente epica era fondamentale, con le narrazioni delle battaglie che riguardavano interi popoli schierati gli uni contro gli altri e che si intrecciavano con le storie individuali degli eroi, i racconti che ci sono più vicini, per ragioni evidenti prescindono da tali componenti: le narrazioni riguardano essenzialmente gli individui, questo almeno per quanto concerne l’arte occidentale, in cui la componente relativa allo scontro tra i popoli è storicamente meno presente.

Sarà opportuno ricordare che dopo la scoperta della psicoanalisi nessuna narrazione letteraria, pittorica, musicale ha potuto prescindere da un’analisi più approfondita della psiche umana, rappresentata ora non solo attraverso i sentimenti, le emozioni e gli atti, ma anche attraverso le trame oscure che da un punto di vista psicologico ad essi danno origine. L’esempio forse più calzante e che merita di essere citato è l’intera filmografia di Ingmar Bergman o i quadri di Francis Bacon e di Lucien Freud.

La storia, ciò che in essa accade, influenza in maniera sostanziale la creazione artistica che però non cessa mai di essere narrazione. Anche la musica lo è, lo è la classica e in maniera più articolata il jazz e lo è ovviamente anche la musica pop, quella delle canzoni, nei cui testi troviamo di solito raccontata una storia, magari d’amore. Se quindi abbiamo bisogno del racconto, tanto della sua narrazione quanto della sua fruizione, non possiamo che giungere ad una conclusione e cioè che l’arte sia per l’uomo una componente fisiologica, che non lo si può in nessun modo pensare senza questa sua facoltà che è evidentemente creativa e di cui ha bisogno, forse per le stesse ragioni che stanno alla base dei suoi sogni, per svolgere cioè un ruolo equilibratore della psiche, indispensabile per il suo funzionamento.

Una narrazione in un libro, in un film, in un quadro inoltre, prevede sempre che colui che crea si immagini o abbia un suo pubblico ed in questo l’attività artistica testimonia una volta di più la sua dimensione umana: non vi è infatti nulla che ci riguardi che possa essere letto in termini assoluti: tutto in noi come in ogni essere vivente è infatti risposta all’interno di una relazione. Quindi autore e pubblico sono in un rapporto biunivoco e legati a filo doppio. Ma perché chi produce una narrazione artistica cerca un pubblico? La risposta è che ha bisogno del consenso. Ancora una volta, le ragioni vanno ricercate nelle sue relazioni, nello stimolo o nel bisogno del plauso, benché questo a mio giudizio in un modo o in un altro riguardi tutti gli esseri umani.

Un grande musicista venderà il suo talento, un artigiano anche, in entrambi la componente del successo è fondamentale tanto per questioni di ordine economico quanto per quelle di semplice prestigio, benché in una società come la nostra quest’ultimo sia spesso del primo lo specchio.

A conclusione di questa lunga riflessione sul rapporto tra arte e racconto, mi sia consentito aggiungere che a proposito delle ragioni per le quali l’essere umano ricerca e ha bisogno del consenso, del plauso dei suoi simili, sposo l'arcinota lettura freudiana, lettura che poi sta a fondamento di una interpretazione materialistica della storia, nella quale convintamente credo.


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