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Sedile 24/ Nove ore in treno da Vitoria a Santiago di Compostela (I)

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di IGOR SANTOS

*** Inizio con queste righe una serie di tredici puntate per raccontare un viaggio in treno da Vitoria, nei Paesi Baschi, a Santiago di Compostela, nella Galizia, che ripercorre buona parte del nord della penisola iberica ****

Né fa freddo, nonostante tutto questo marzo, né sono un pellegrino nonostante sia in viaggio verso Santiago di Compostela. Avrei potuto scegliere l’aereo: alzarmi in volo sopra Bilbao, camminare sopra le nuvole del Cantábrico e scendere sulla pista dell'aeroporto di Lavacolla poco dopo. Ma sono stato sedotto da questo viaggio in treno. Attraversare più della metà del nord della penisola iberica cucito al pavimento da un'antica cerniera. Tanto antica che ancora conserva molto del suo percorso ottocentesco, travagliato perché non sempre lineare. La distanza tra la capitale basca e il sepolcro dell'apostolo è resa ancora più lunga dal curioso tragitto che il treno compie. Secoli dopo l'invenzione del Cammino di San Giacomo, la ferrovia non sempre segue l'ombra dei pellegrini. Spesso volge a sud per giungere all'estremo ovest, verso il mitico Finisterre che fine della terra non era, malgrado i brividi che gli antichi potevano provare – vento e onde – guardando verso un orizzonte inesplorato dopo mesi di strada. Se tutto va bene manterremo una media oraria di poco superiore a quella di un motorino. Nel tempo dell'immediatezza il viaggio non è breve. Per coprire i poco meno di seicento chilometri in linea d'aria che separano entrambe le città sarà necessario aspettare nove ore. Salgo sul treno pronto a camminare seduto, a sentire guardando; pronto a cogliere il paesaggio iberico, i suoi spazi spesso infiniti e metafisici, pronto anche ad ascoltare la voce di chi, lungo lunghissime ore, salga e scenda dalla mia carrozza.

Il convoglio entra lento nella piccola stazione di Vitoria-Gasteiz, costruita in stile neoregionalista nel 1934, durante il breve periodo della Seconda Repubblica, e ferma con uno sbuffo stanco, come fosse consapevole del lungo pellegrinaggio che lo attende. Poco dopo partiamo. Sono le 11.09 e nessuno sa quale sarà l'ora d'arrivo. Già seduto nel sedile accanto al finestrino sinistro, vedo scorrere le case e i parchi della città, capitale finta di un territorio mai riunito, profondamente diverso nonostante la sua radice basca. Si corre presto accanto al corso del fiume Zadorra, verso La Puebla de Arganzón, nella Contea di Treviño, una curiosa isola giurisdizionale che appartiene alla provincia di Burgos ma che è circondata da terre della provincia di Álava. La torre della chiesa del vecchio borgo franco sembra sottolineare, col suo silenzio, la futilità dei cavilli umani, come quello che costrinse Javier de Burgos a dover disegnare, nel 1833, i confini provinciali spagnoli, fatti di curve e isole, strozzati sulla carta pur di rispettare la loro diversità giuridica. E Treviño, staccata dal resto dell'Álava proprio perchè allora era ancora una piccola signoria, fu aggreggata a Burgos; dettaglio che riesce a nutrire da decenni le manie di persecuzione dei nazionalisti baschi. Si tratta invece, più semplicemente, di uno dei tanti "luoghi fuori posto" (la definizione è dello scrittore Sergio del Molino) che impreziosiscono con i loro anacronismi la geografia spagnola. Lasciata l'isola si rientra nei Paesi Baschi, mentre lento muove il treno come lento scorre il fiume che non conosce i confini finti, tra Burgos e Álava, o meglio, tra le comunità autonome di Castiglia e León e dei Paesi Baschi.