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Feminismo Populares: una linea interpretativa

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di MADDALENA CELANO

 

L’argentina Claudia Korol, presentando uno dei suoi ultimi testi sul Femminismo Popolare latino americano dichiara:

 

Scrivo queste parole nel gennaio 2016 in un’Argentina scossa dai venti di restauratori patriarcali e dal capitalismo neocoloniale. Scrivo cercando nel linguaggio imposto da secoli di oppressione, la forma per nominare le tempeste e i piaceri che attraversano la nostra vita. Stiamo iniziando di nuovo, ma non partiamo da zero.

Sappiamo che nel nostro cammino incontrerà sempre un sacco di tentativi ed errori, incredibili ostacoli, rapidi progressi, battute d'arresto e capriole. Accelerare il ritmo nei momenti in cui il progresso è possibile, è tanto importante come incontrare nei momenti più difficili, il ritmo giusto di marcia, in modo che possiamo condividerla con tutte e tutti coloro che decideranno di camminare insieme e ripercorrere i passi quando entriamo in vicoli ciechi. La sinuosità della marcia conferma che il cammino si apre camminando, non è predeterminato, non si trova su nessun GPS rivoluzionario né in alcun manuale di teorie preveggenti. Iniziare è un modo per essere sempre aperti all'avventura. È anche il modo che abbiamo per trovare le forze per dire "noi siamo qui". In questo cammino, le certezze che sapevamo edificare, ad esempio, slogan come  "se toccano una toccano tutte", "non una di meno", "noi partoriamo, noi decidiamo", "siamo cattive, siamo in grado di essere peggio", "senza femminismo non c’è socialismo" …sono punti di partenza di un percorso che è diventato sempre più complesso di quanto si immagini,  comunque ci piace ripercorrerlo con la stessa gioia dell’ inizio, felicemente guardando al nostro fianco e sapendo che non stiamo camminando da sole, possiamo guardarci indietro e sentirci accompagnate da chi ha aperto il solco, possiamo guardare avanti e immaginare nuovi passi e nuovi mondi. La situazione di fronte al nostro Paese-continente, ci impone di ripensare i femminismi popolari attraverso la chiave della resistenza, un modo per espandere la ribellione intensa come auto-organizzazione e incontro verso gli altri. Femminismi basati sulla solidarietà popolare che, mentre si raddoppia la scommessa di sopravvivere, si reinventa la vita che si nega ai vari modi attraverso le numerose oppressioni, di giorno in giorno a casa, a scuola, in ospedale, sulla strada, la repressione nel quartiere o nella comunità, nella militarizzazione dei territori, guerra economica, media, e colpi per sconfiggere o evitare rivoluzioni, le invasioni imperialiste.[1](…)

I femminismi popolari difendono le rivoluzioni socialiste e anti-patriarcali, si tratta di femminismi comunitari che denunciano il colonialismo e la sua voracità estrattiva, di femminismi ecologisti e agrari che accumulano semi come patrimonio dell'umanità e insegnano i misteri della sovranità alimentare, femminismi che partendo dai nostri corpi, dai nostri territori riservano lo spazio per la festa della vita.

Condivisione delle esperienze.

Con la femminilizzazione della povertà negli ultimi decenni abbiamo vissuto anche la femminilizzazione della resistenza popolare. Questo concetto parla del ruolo di primo piano delle donne nelle organizzazioni di lotta, tra le popolazioni indigene, i contadini, gli operai, i quartieri, la comunità popolare. Le donne in Argentina hanno trasformato il dolore per i propri figli e figlie scomparsi nel simbolo del fazzoletto bianco in testa e sono diventate un simbolo della lotta contro l'impunità, e la socializzazione della maternità. Le donne nei villaggi o nei comuni del nostro paese assumono i compiti della riorganizzazione durante gli insediamenti di repressione poliziesca, la lotta per garantire l’istruzione, la salute, il cibo, il lavoro, l’alloggio. Le donne nei campi del Brasile occupano il latifondo e lo rendono produttivo, occupano la sede delle società agro-alimentari transnazionali e denunciano la loro politica di morte. Le donne hanno affrontato femminicidio in Messico, spesso a scapito della propria vita. Le donne in Venezuela creano comuni socialiste e anti-patriarcali, un socialismo dal basso, di fronte alla guerra economica della borghesia e la violenza di genere nelle loro organizzazioni. Le donne in Colombia costruiscono la pace contribuendo alla lotta indigena e alla lotta di tutti i popoli del continente e resistendo nei campi, nelle città, nelle prigioni, nei diversi movimenti che insegnano al mondo il coraggio e la dignità. Le donne in Perù guidano la lotta contro l'estrazione transnazionale e agroalimentare. Le donne di Haiti sono organizzate contro l'occupazione da parte dei paesi della Minustah (MINUSTAH dal francese Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haïti), e per ricreare la vita dopo il devastante terremoto. Le donne che combattono in Honduras il colpo di stato si battono per custodire i fiumi, le foreste, le spiagge e i territori indigeni. I Maya e altri popoli del Guatemala denunciano la violenza sessuale sofferta durante la dittatura. Le donne in Paraguay e Cile organizzano le suole e l’agro-ecologia. Le donne in ogni angolo della nostra America difendono e moltiplicano la vita. Il razzismo, l'omofobia, la trasfobia, la lesbofobia, la xenofobia, la misoginia sono diversi modi per padroneggiare, disciplinare, ferire e uccidere.[2] Come parte del cammino dei movimenti popolari, si assume una dinamica che affronta alcuni aspetti deli consueti ordini del giorno del femminismo, esegue anche azioni specifiche per affrontare le politiche di precarizzazione del lavoro che condanna della fame le nostre famiglie, o le politiche repressive che nelle baraccopoli e i vari bersagli in movimento,  l'intervento per risolvere gli aborti quando il sistema sanitario nega i diritti delle donne di decidere del proprio corpo, il supporto in situazioni di gravidanze indesiderate e maternità adolescente, la ricerca di ragazze, adolescenti, donne e travestiti vittime di reti di prostituzione e della tratta, che nei quartieri abbandonati, vengono dimenticati.

L’accademica Francesca Gargallo Celentani, ritiene che il femminismo latino-americano sia caratterizzato da una peculiarità ed originalità anche epistemica rispetto al femminismo europeo e nordamericano. Innanzitutto il femminismo europeo ha una base di laicità ereditata da un ordinamento cristiano del mondo (un atto di nascita che si certifica attraverso l’atto di battesimo, un certificato di matrimonio che garantisca la monogamia eterosessuale obbligatoria, etc.), pensiamo come fondamentale e basica la centralità dell’uomo e la supremazia sulla natura, pensiamo a un corpo umano simile a una macchina e con un’anima razionale (Descartes), al primato dell’utile (Locke) , all’autonomia etica individuale (Kant), all’uguaglianza intellettuale della donna con l’uomo (Madame Roland) e la trascendenza esistenziale mediante l’economia, il lavoro e le decisioni individuali (De Beauvoir).  Pertanto, pensare al Buen Vivir, l’autonomia, il riconoscimento, la giustizia per le donne presso altri movimenti e gruppi etnici lontani dallo stile di vita occidentale, implica essere disposte a criticare l’idea di liberazione come accesso l’economia capitalista, poiché dovremmo ascoltare e analizzare le esigenze di donne che provengono da culture aliene all’impegno metafisico dell’Occidente. Una posizione tipica della donna occidentale o occidentalizzata è la centralità del paradigma produttivo lontano da una visione naturalistica e comunitaria. Lo studio della teoria e delle posizioni politiche delle femministe e delle intellettuali indigene delle comunità locali del Sudamerica va differenziata da tutti altri orientamenti e da tutte le altre correnti. La studiosa Gargallo cita come suo riferimento la poetessa nativa Maya Cù Choc, un’intellettuale indigena impegnata nelle lotte antirazziste e contro le dittature latino americane. Infatti, la famiglia della poetessa indigena soffrì il colpo di Stato nel 1954 contro il leader progressista Jacobo Arbenz, giacché i suoi familiari erano contadini indigeni organizzati in movimenti sindacali. La poetessa nacque nel 1968 nella capitale di Guatemala dove poté accedere alla cultura occidentalizzata senza però perdere la propria identità nativa, la propria lingua e l’utilizzo d’indumenti tradizionali. In città poté osservare fenomeni di razzismo contro le minoranze etniche, le discriminazioni subite sul lavoro e l’accesso ai servizi pubblici e la violenza istituzionale. Un’altra donna che aiuto la Gargallo nel processo di ricostruzione il pensiero femminista indigeno e comunitario fu la lettura della scrittrice aymara  Jiulieta Paredes. Grargallo comprende così che i gruppi soggiogati riconoscono la cultura dominante europea come un meccanismo di soggezione. I gruppi indigeni identificano la modernità americana come l’imposizione culturale, economica e filosofica esterna. Solo così si potrà riconoscere il meticciato, la trasformazione della nazione originaria in gruppo etnico, l’identificazione degli africani come “negri schiavi” e i poveri come vittime. In sintesi, l’identità indigena e il conseguente femminismo indigeno, nati dal riconoscimento dell’identità di genere delle donne native come proprio fondamento della ricerca delle proprie origini e delle proprie peculiarità, si distinguono dai modelli culturali dominanti. Il femminismo indigeno per anni ha combattuto per comprendere la storia latino-americana dal punto di vista dei perdenti, degli esclusi, dei sottoposti. Per finire, il femminismo indigeno si può definire come lo sguardo della subalternità sul mondo.



[1] Korol Claudia e Castro Gloria Cristina, Feminismos Populares, Pedagogìas y Politicas, la Fogata Editorial y Amèrica Libre,  Colombia, 2016, pag. 13, traduzione di Maddalena Celano.

[2] Ivi, pag. 16-17, traduzione di Maddalena Celano.

 

 

 


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