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La schiavitù nel XXI secolo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Quante volte ci capita, ai margini delle città, in provincia o perfino nel pieno delle città,

in prossimità di fermate dell’autobus o in zone meno illuminate, di vedere ragazze, alcune giovanissime, in abiti succinti, stazionare o camminare spostandosi leggermente, per attirare l’attenzione? Capita di vederle in ogni stagione: in piena estate, anche di giorno con un caldo insopportabile, oppure con il gelo invernale, quando tutti desiderano rientrare al più presto al tepore accogliente di casa propria.
Ormai abbiamo fatto l’abitudine a queste presenze vistose ma silenziose. Siamo tutti atomi isolati, ciascuno nella propria automobile o in autobus distratti dallo smartphone, con i pensieri e gli impegni che ci occupano la mente. Ma ci siamo mai chiesti che cosa può mai spingere una ragazza così giovane a scegliere una vita così difficile, scomoda, disagiata e pericolosa? È mai possibile che una delle nostre figlie, sorelle, amiche, potendo scegliere, andrebbe ad occupare uno di quei desolati marciapiedi in cerca di qualche decina di euro? La risposta è senz’altro no. Non è possibile che fra tutti i lavori precari, sottopagati, inappaganti che sono oggi riservati ai giovani, qualcuno scelga proprio quello. Perché una vita come quella non si può definire “lavoro”.

Prossenetismo: tentativi di normalizzazione

“Sex-workers”, le ha definite qualcuno, certamente qualcuno che ha interesse a che questo triste mercato resti così com’è. Troppo spesso, infatti, sentiamo che “la prostituta non mette in vendita il suo corpo, ma un servizio fatto usando il suo corpo”, e che per le donne la prostituzione è talvolta una scelta “comoda”, addirittura in qualche caso glamour, mentre gli uomini sono quelli che fanno davvero lavori faticosi e pericolosi. Allora sarebbe interessante fare dei confronti tra varie categorie di persone (ad es. soldato, poliziotto, muratore, operaio, prostituta) in relazione al tasso di “morti sul lavoro” e di disturbi psico-fisici indotto dal “lavoro” (depressione, sindrome, post-traumatica, tentativi di suicidio). E sarebbe altrettanto interessante dare la parola alle sopravvissute a questo agghiacciante mercato. Sì, perché è la parola adatta, mercato, mercato come compravendita; è di un nuovo mercato degli schiavi, infatti, che parliamo. Anzi, delle schiave, e delle schiave che vanno in Paesi più a nord o più a ovest, insomma più industrializzati e che hanno un apparente benessere più stabile e consolidato; vengono da noi in cerca di una vita migliore, con la promessa di poter lavorare come commesse, come impiegate, come ragazze alla pari. Le loro famiglie, piuttosto che rassegnarsi a condizioni di povertà assoluta o a lavori molto umili per le proprie figlie (molte di loro sono laureate e specializzate in professioni prestigiose) sono ben felici di lasciarle andare con persone di cui si fidano, e che suggeriscono loro di tentare la strada dell’emigrazione per un futuro più degno e adeguato. È esattamente quello che faremmo noi per i nostri figli, e chi non ama i propri figli? Chi vorrebbe fare sacrifici per farli studiare e poi vederli soffrire per mancanza totale di opportunità?
Cosa succede, dunque, a queste ragazze, una volta nelle mani di queste persone ritenute “fidate”? La storia, purtroppo, è sempre la stessa: una volta lasciato il proprio Paese è tardi per comunicare alle altre di non fidarsi, è tardi per dir loro che è una trappola. Una volta nelle mani di questi trafficanti senza scrupoli, infatti, alle ragazze vengono sottratti i passaporti e vengono rinchiuse, picchiate, stuprate ripetutamente, subiscono maltrattamenti per giorni, vengono lasciate senza cibo e con pochissima acqua; vengono minacciate di far fare la stessa sorte alle loro famiglie se non faranno quello che viene chiesto loro: vengono, insomma, trattate come le persone che dall’Africa venivano catturate e poi vendute per lavorare, senza alcun diritto, nei campi per la raccolta del cotone o come servi, a totale disposizione del “padrone”, che ne vantava qualsiasi diritto. Ma quest’ultimo è un fenomeno che ci riporta a 500, 600 anni fa, quando la tratta degli schiavi rientrava nel “lecito” agire umano. Eppure, già allora per alcuni, questo trattamento disumano generava orrore, sdegno, ripugnanza. I primi Paesi abolizionisti, nel secolo XVIII furono il Portogallo, seguito dall’Inghilterra, e negli Stati Uniti d’America, nel 1865.

Prossenetismo: mistificazione e disinformazione

Fin qui abbiamo parlato di schiavi. Ma la nostra attenzione, oggi, nelle nostre città, al gelo come al caldo afoso, isolate e senza affetti, senza una casa degna di tale nome alla quale tornare, senza soste né riposi, va soprattutto alle schiave. Già, perché quando si parla di prostituzione, le vittime sono in larga misura giovani donne. Ragazze senza futuro, destinate a un utilizzo mirato, come delle macchine, come se fossero macchinari di un’industria, che in quanto tali, hanno una funzione e una durata; dopo vanno sostituiti, è la legge del mercato. Vi ricorda qualcosa? Quale orribile pianificazione, a quale mostruoso metodo assomiglia questo utilizzo di esseri umani? Che cosa ci ha insegnato la Storia recente, quella del secolo scorso? Quali sono le differenze? Che cosa porta noi onesti e diligenti cittadini a condannare quel fenomeno e tollerare questo? Lo sterminio nazista è stato tanto più insopportabile? Se è questo che crediamo, allora dobbiamo esprimerci in termini di cifre: Secondo il rapporto prodotto dal governo della Nuova Zelanda nel 2008 "la maggioranza delle sex workers intervistate ha sostenuto che la decriminalizzazione della prostituzione poteva fare ben poco per ridurre la violenza esercitata" nell'industria del sesso. [justice.govt.nz p.14]
L'omicidio insoluto della vittima ungherese della tratta Bernadette Szabò nel 2009, che è stata accoltellata in un bordello legale del quartiere a luci rosse di Amsterdam, mostra come la pratica dei rapporti mercenari in un locale autorizzato non garantisca protezione contro la violenza. Inoltre, anche se il crimine è stato eseguito in una zona apparentemente controllata, quasi quattro anni dopo, non è stato ancora individuato alcun responsabile né dell'omicidio, né della tratta della donna.
Nel Nuovo Galles del Sud (Australia), un ufficiale di polizia che si occupa della tratta ha così commentato gli effetti della regolamentazione: "Benché l'intenzione fosse quella di offrire un ambiente di lavoro sicuro alle sex workers, è accaduto il contrario, vale a dire che i magnaccia e i gestori dei bordelli hanno acquisito più potere e si sono arricchiti" A Victoria, in Australia, un funzionario di polizia si è lamentato che "molti bordelli non vengano controllati da anni", mentre il Project Respect, un'organizzazione che offre aiuto alle donne nella prostituzione, ha sostenuto che l'accesso ai locali dove si praticano rapporti mercenari "è limitato e a discrezione della direzione di ciascun bordello". [Jacqui Hunt, Direttrice di Equality Now, ufficio di Londra].
Neppure l'installazione di dispositivi come i pulsanti di emergenza nelle stanze ove si esercita la prostituzione garantisce la sicurezza delle persone che la praticano. Nei Paesi Bassi, dove, teoricamente, tutte le camere dei bordelli e delle vetrine dovrebbero esserne provviste, il 70% delle donne prostituite confessa di aver subito uno stupro nell'esercizio della propria attività [fonte: http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015_06_01_archive.html].
Una ricerca compiuta a San Francisco ha rivelato che il 62% delle donne di origine asiatica che praticava la prostituzione nelle sale massaggio della città era stata aggredita dai clienti. Che l'esercizio della prostituzione nei bordelli non sia affatto sicura lo testimoniano, fra le altre donne, una sopravvissuta californiana che riferisce di tentativi di strangolamento e di atti di sadismo e Rebecca Mott (fonte: http://lawc.on.ca/open-letter-calls-for-nordic-approach-to-prostitution-in-canada/).
In Colombia il 59%, in Germania il 52%, in Messico (dove sono state intervistate anche le lap dancers) il 48%, in Turchia il 68% delle donne prostituite sono state minacciate con armi. Negli stessi Paesi rispettivamente il 70%, il 61%, il 59%, l'80% di loro ha subito violenze fisiche; il 47%, il 63%, il 46% e il 50% di loro è stata stuprata. Sono dati ricavati da uno studio di Melissa Farley del 2003 (pag.43) e si riferiscono a Stati che hanno adottato una normativa di regolamentazione della prostituzione (fonti: https://massimolizzi.blogspot.it/…/miti-legalizzazione-pros…).

Quando ricordiamo le vittime delle mafie, dobbiamo annoverare fra queste anche quelle ragazze che, in cerca di un lavoro da cameriera, impiegata, commessa, farmacista, medico, ingegnere, sì, proprio come le nostre amiche o le nostre sorelle, sono finite nelle mani di gente senza scrupoli che le ha vendute a persone altrettanto prive di scrupoli. Già, perché ad alimentare il mercato è la domanda, e in questo caso la domanda è costituita da tanti nostri connazionali che di giorno indossano i panni anonimi dell’impiegato, quelli rispettabili del medico o del magistrato o quelli rivoltanti dell’anziano in cerca di minori. Ed ecco un altro punto: abbiamo i numeri di quante siano le ragazze minori costrette a vivere sui marciapiedi? Parliamo di quattordicenni, quindicenni, ragazze che in una nazione civile vanno a scuola, la scuola dell’obbligo. A una mia amica, qualche tempo fa, recandosi al lavoro, è capitato di vedere una ragazza di non più di quindici anni sul ciglio della strada che singhiozzava, disperata. Quel pianto non poteva lasciare indifferenti, quindi la mia amica si è fermata, ma subito è sbucato il pappone che l’ha in malo modo invitata ad andarsene, lasciandola in uno stato di malessere e di agitazione. Una volta al lavoro la mia amica ha immediatamente chiamato le forze dell’ordine, ma non ha mai più saputo nulla della sua denuncia. Dal giorno dopo, quella ragazza non era più lì, e nulla le dà la certezza che non l’abbiano trasferita ad altra zona di prostituzione.

Radici della schiavitù sessuale e sessista Che cosa è all’origine, dunque, di questo odioso fenomeno? Sicuramente il primo è la disparità economica (nessuno ci convincerà della favoletta che si tratta di un lavoro come un altro che alcune scelgono di fare); la seconda è che tale disparità colpisce maggiormente le donne, e questo è purtroppo un dato che riguarda ancora molti Paesi industrializzati ed evoluti; la terza è che la domanda arriva numerosa se mancano sanzioni nei confronti del sistema prostitutivo; la quarta è che fra le donne, le più sfortunate restano quelle colpite anche dal razzismo, che mostra di avere molti rigurgiti in Europa, negli anni recenti; la quinta è la permissività con la quale il Paese - e quindi i cittadini – considerano il fenomeno. Se gli stessi agenti di Polizia e Carabinieri ignorano quello che i loro occhi vedono il guasto è politico-culturale; la sesta (ma la numerazione è incredibilmente lunga) è che i dati sulla mentalità nei confronti delle donne nel nostro Paese sono spaventosi: ci mostrano almeno un femminicidio al giorno, e la quantità, se non adeguatamente sanzionata, genera abitudine e ignavia. Il femminicidio origina dalle stesse ragioni che portano al triste mercato del sesso: prima vi è un’oggettivazione del corpo femminile, e una volta assimilato come tale, lo si può usare come un qualsiasi oggetto di consumo senza avvertirne l’intrinseca illiceità. Ancora una volta, la similitudine con il fenomeno della Shoah e di tutte la discriminazioni perpetrate ai danni di popoli, etnie e gruppi sociali è immediata: prima ancora di perpetrare angherie, soprusi, esclusioni, privazioni e violenze, si era fatta strada la violenza delle parole. “Ebreo” era sinonimo di “falso”, “ladro”, “accaparratore”, così come si fa ancora oggi nei confronti di popolazioni inermi da parte di altre più organizzate e più supportate da alleanze con Paesi ricchi. Alla violenza della lingua ci si abitua, tant’è che molti aggettivi e locuzioni diventano ordinari e vengono ripetuti. Lo stigma che ricade sull’offeso, insomma, sulla persona che ha già subito l’affronto della violazione della persona e della sua dignità. Ecco che “puttana” e sinonimi, diventano etichette che marginalizzano la vittima anziché chi la utilizza: prima umiliate e poi offese. 
Ma se è vero che questa è un’enorme ingiustizia ai danni del genere femminile, quali sono le azioni da intraprendere per combattere il mercato della tratta e il sistema prostituente? In Italia, prima dell’approvazione della legge 20 febbraio 1958, n. 75, c.d. legge Merlin, nel nostro ordinamento l’esercizio della prostituzione era consentito in appositi “locali dichiarati di meretricio”, debitamente autorizzati e registrati, e previa sottoposizione delle prostitute a controlli sanitari periodici e obbligatori. Erano invece puniti i reati di lenocinio, sfruttamento della prostituzione e tratta di donne e minori, (artt. da 531 a 536 del codice penale), all’interno del titolo IX del libro II dedicato ai delitti contro la moralità pubblica e il buon costume, nell’ambito del capo intitolato “Delle offese al pudore e all’onore sessuale”. L’intervento dello Stato, dunque, era esclusivamente finalizzato alla tutela della salute pubblica e alla salvaguardia della pubblica moralità e del buon costume, secondo quella ‘pubblicizzazione’ dei beni giuridici, caratterizzante l’ideologia e la prospettiva di politica penale sottesa al codice Rocco. La legge n. 75 del 1958 abroga tali norme e detta una disciplina di regolamentazione della prostituzione, tesa a tutelare la libertà personale e l’autodeterminazione di chi si prostituisce, cui è assicurata la non punibilità, con la previsione, ad un tempo, di misure di lotta allo sfruttamento della prostituzione e di assistenza e recupero delle ex-prostitute. In particolare, la legge Merlin vieta l’esercizio delle case di prostituzione nel territorio dello Stato e dispone la chiusura dei “locali di meretricio” (4), così abolendo ogni forma diretta o indiretta di registrazione, da parte delle autorità di pubblica sicurezza e delle autorità sanitarie (5), dell’attività di prostituzione (Fonte: Ministero dell’ Interno Italiano:

http://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0681_Osservatorio_prostituzione.pdf)

I Paesi del Nord Europa sono quasi sempre i primi a sperimentare e i primi a tornare indietro, all’occorrenza. Innanzitutto occorre cambiare la mentalità, e questo lavoro deve farlo la società intera: famiglia, scuola, politica, giurisprudenza, ricerca, lavoro, media. Per creare una nuova mentalità occorrono prima delle leggi che sanzionino non solo le organizzazioni mafiose dei trafficanti di esseri umani, ma anche il prostitutore, quello, cioè, che in maniera troppo indulgente viene chiamato “cliente” e che con la domanda crea e alimenta il mercato. Poi la famiglia, coadiuvata dalla scuola e dalle istituzioni, deve insegnare il rispetto di tutti verso tutti, visto che ogni essere umano ha eguali diritti. C’è ancora molto da lavorare sull’immagine della donna nella pubblicità, che rimane un oggetto di consumo e che dedica – sempre per il marketing aggressivo che non guarda in faccia a nessuno – tutte le proprie energie non ad assecondare e sviluppare le proprie inclinazioni ma a rendersi bella e sexy per il consumo maschile. Ma dicevamo, i Paesi del Nordeuropei: la Svezia ha già da tempo introdotto con successo le sanzioni al prostitutore. La normativa svedese è un esempio per tutta Europa varata nel 1999, l’unica in Europa che, ad oggi, si sia dimostrata capace di contrastare il crimine organizzato legato al mercato del sesso. Funziona anche grazie al consenso dell’80% della popolazione. Una ricetta che funziona, un atto coraggioso applicato ormai da 15 anni considerando che secondo le rilevazioni delle autorità ha visto calare la prostituzione nelle strade di Stoccolma (il consumatore di sesso occasionale che implica lo sfruttamento della persona). Secondo delle indagini condotte in Svezia, la proporzione di uomini che comprano sesso è  diminuita. Nel 1996 il 13,6% degli uomini svedesi  affermava di aver pagato per prestazioni sessuali. Nel 2008 solo il 7,8%. Questa diminuzione potrebbe essere sovrastimata, per via della riluttanza ad ammettere di aver commesso un reato. Comunque un gran numero di uomini intervistati ha affermato di non comprare più sesso a causa della nuova legge in vigore. La polizia svedese ritiene che la legislazione impedisca effettivamente a molti uomini di comprare sesso (fonte: generale:’Briefing on Swedish law and policies on prostitution and trafficking in human beings’, Gunilla S. Ekberg B.S.W., JD, 2012).

Mentre la Germania e l’Olanda sono arrivati alla conclusione che la tanto idealizzata legalizzazione del sistema prostitutivo ha solo spostato il problema senza risolverlo [http://www.gliscritti.it/blog/entry/3097]: nei bordelli legali le ragazze continuano ad essere sfruttate, solo che lo Stato si è sostituito alla mafia, lasciando le maglie della rete così larghe che sembrerebbe esserci ampio spazio per infiltrazioni malavitose. Inoltre, si sono resi conto che i controlli sanitari tanto decantati a suo tempo da parte dei pro-legalizzazione non sarebbero mai stati estensibili a tutti i frequentatori: sfuggendo questi ad analisi e profilassi, come sarebbe stato mai possibile tenere tutto sotto controllo? Nel 2011 Lodewijk Asscher, vice-sindaco del comune di Amsterdam e nuova figura del partito  laburista olandese, ha dichiarato che depenalizzare lo sfruttamento della prostituzione era stato un “errore nazionale” e che il governo era stato  “riprovevolmente ingenuo”. Un rapporto congiunto  della Città di Amsterdam e del Ministero della Giustizia mostra infatti come gran parte del  settore legale dell’industria del sesso perpetui lo  sfruttamento e la tratta di esseri umani. Metà degli esercizi autorizzati di prostituzione e bar (dove si vende marijuana) ha uno o più manager con precedenti penali (Fonte: “On legalised prostitution in the Netherlands”, Karin Werkman, 2012).

Il sistema prostituente è una questione molto seria che finora è stata volutamente ignorata da chi, evidentemente, ha un tornaconto di non poca entità: parliamo del resto di milioni di euro che senza dubbio arricchiscono pochi usando come macchine degli esseri umani di sesso femminile; è sufficiente per cominciare a sollecitare la dovuta attenzione da parte delle istituzioni e a chiedere interventi urgenti, o dobbiamo mettere in conto ancora migliaia di sacrifici umani?

La prostituzione non è un “lavoro”!

Le nostre riflessioni circa i vari tentativi volti alla trasformazione della prostituzione in una vera e propria attività professionale, in tutto e per tutto normalizzata e regolamentata, sono chiare e molto definite. La prostituzione non è un "lavoro" per diverse caratteristiche che contraddistinguono quest’attività, rispetto al resto delle altre attività umane.

1) Nella prostituzione non si richiede la forza lavoro o la produzione, ma il semplice utilizzo del corpo.

2) Anche se altre professioni richiedono l'utilizzo del corpo (ad esempio le mani), non importa a chi appartenga (uomo-donna, gay, lesbica, trans, bella/o, brutta/o, giovane o vecchio, persona gradevole o meno: insomma l'aspetto fisico e l’età non sono decisivi o rilevanti per lo svolgimento della mansione).

3) La prostituzione, al contrario di un qualsiasi autentico lavoro o professione, non richiede esami, formazione e scuole specifiche o professionalizzanti.

4) È un'attività nella quale, col passare del tempo, il guadagno si riduce sino ad annullarsi e l'esperienza non serve affatto a far carriera.

5) È un'attività che permanentemente viola la volontà di una persona, non paragonabile alla malavoglia di scrivere una mail o di cucinare, ma rappresenta una continua violenza e umiliazione della propria volontà poiché, per numerose circostanze o contingenze, la prostituta si trova a dover sodisfare numerosi uomini, nell’arco di una giornata, senza alcun desiderio e alcun gradimento.

6) Non è neanche "una scelta" perché a parità di alternative si sceglie sempre quella meno peggio.
Quindi, se si sceglie la prostituzione, l'alternativa è certamente la peggiore, come morire di fame.

7) Lasciando perdere imposizioni o obblighi, la necessità anche soltanto di denaro spinge a questo, che è altrettanto una coercizione.

8) Per propria natura, non si lascia "regolamentare" come una qualsiasi attività. Spessissimo i "clienti" si rifiutano di farsi fatturare o pagare con denaro tracciabile per una molteplicità di ragioni: spesso si tratta di padri di famiglia, preti o professionisti noti, perciò non desiderano lasciare tracce del loro “vizio”. Per queste precise ragioni, il “mestiere” non potrà mai essere normalmente regolamentato.

9) Se fosse "un lavoro come un altro" allora gli uffici di collocamento dovrebbero proporla come soluzione alla disoccupazione.

10) Non si tratta neppure un "servizio" perché un servizio è indipendente dalla persona che lo presta. Per intenderci: non è importante che il cuoco ci piaccia o meno, che sia uomo o donna, gay o etero, magro o grasso, giovane o vecchio; l’unica cosa che conta è che il cuoco cucini bene e ciò è indipendente dal suo aspetto, dal suo orientamento sessuale e dalla sua età anagrafica. Nel rapporto commerciale conta il servizio offerto e non la persona. Ciò non è applicabile alla prostituzione.

 

Comitato in difesa delle vittime di tratta e contro la cultura prosseneta