Il SudEst

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Dov'è la sinistra?

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di NICOLA COLONNA

Ieri in Olanda, oggi in Francia, domani (forse) in Inghilterra, dalle urne esce un verdetto impietoso: i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti, registrano in tutta Europa una drammatica perdita di consensi.

 

Paradossalmente, questo accade proprio nel momento in cui le contraddizioni del turbocapitalismo esplodono in tutta la loro virulenza, e dunque la situazione dovrebbe essere la più favorevole per la Sinistra.

Come mai?

Azzardo un’ipotesi: la crisi della socialdemocrazia europea è strettamente congiunta con la fine di una fase della globalizzazione asimmetrica, che abbiamo conosciuto in questi ultimi trent’anni. E allora, così come alla fine del Novecento la vittoria nella gran parte dei paesi europei ed occidentali dei partiti socialisti coincise con la fase ascendente dell’integrazione dei mercati, della libera circolazione delle merci e dei capitali, sotto il segno della deregulation più sfrenata e della fine della sovranità nazionale per come essa era venuta costituendosi in epoca moderna e contemporanea, allo stesso modo la ripresa delle tematiche sovraniste in politica e protezioniste in economia coincide oggi con il tramonto della sinistra in tutto l’Occidente.

È un caso? Non direi. Il punto è – o almeno a me così sembra – che i principali corifei della profonda trasformazione conosciuta dal capitalismo in questi ultimi trent’anni sono stati propri i partiti e i leader dell’Internazionale socialista: da Blair a Schroeder, da Veltroni a Hollande. I quali hanno fatto propria, in nome della modernizzazione e del progresso, la rivoluzione tecnologica avutasi nel campo dell’economia, che ha ridotto drasticamente la base occupazionale in favore della robotica e dell’automazione; e hanno accettato, se non addirittura determinato, l’involuzione in chiave decisionista ed efficentista dei sistemi politici, radicalmente modificati quanto ai loro soggetti tradizionali, (partiti, sindacati, ecc.), per favorire la governabilità a scapito della rappresentanza. Con le conseguenze ormai a tutti ben note: si pensi allo smantellamento delle garanzie conquistate dai lavoratori subordinati, alla trasformazione dei sistemi scolastici in chiave aziendalistica, alla negazione della sanità, della casa, della cultura come diritti universali, e alla loro regressione a merci disponibili solo per i più ricchi.

Con la crisi del 2007, la narrazione sulle magnifiche sorti e progressive dell’unificazione mondiale sotto l’egida del capitale finanziario è miseramente crollata e ha lasciato sul campo le sue macerie: concentrazione di inaudite ricchezze in mani sempre più ristrette, impoverimento dei ceti medi, restrizione dell’occupazione industriale, creazione di un immane esercito di forza-lavoro a costo miserevole a seguito della immigrazione e della delocalizzazione.

E allora, perché sorprenderci se le masse, sempre più impoverite e spaventate, hanno visto proprio nei capi e nei partiti socialisti il braccio esecutivo del disegno elaborato dal capitale finanziario, ed hanno loro voltato le spalle? Sarebbe stato strano il contrario.

Ma c’è un ulteriore e gravissimo rischio in questo processo. Che proprio le vittime della globalizzazione, e cioè gli operai dei settori tradizionali, gli insegnanti e i professionisti delusi e proletarizzati, le donne e i giovani sempre più precari e marginalizzati, possano cedere alle accattivanti sirene della destra, la quale, con una semplificazione becera e strumentale, mette i penultimi contro gli ultimi e indica nell’innalzamento dei muri e nel ritorno ai protezionismi e ai nazionalismi la via di uscita da una situazione, che richiede invece ben altre soluzioni e radicali cambiamenti economici, culturali e politici.

Di qui la necessità di ricostruire a marce forzate e prima che sia troppo tardi, sulle ceneri di quelle bandiere bruciate nell’opportunismo e nella inadeguatezza di dirigenti autoreferenziali e incapaci, una nuova Sinistra – larga, unitaria e anticapitalista –, che sappia proporsi come forza di governo capace di rimettere al centro della propria analisi teorica e della sua proposta politica le ragioni dell’eguaglianza e della emancipazione da ogni forma di subalternità, non solo economica, ma anche – e prima ancora – culturale e politica. In Italia come in Europa.