"Jazz ed anni 70, una rivoluzione quasi impossibile"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

"Formidabili quegli anni" così Mario Capanna, riferendosi agli anni a ridosso del sessantotto, intitolava un suo  notissimo testo.


In effetti quella degli anni settanta fu una stagione irripetibile da più di un punto di vista e rappresentò una fioritura che culturalmente e nelle aspettative politiche creò in molti la speranza di un mondo migliore. Com'è noto la contestazione giovanile trovò largo spazio anche in musica, un esempio per tutti fu quello di Bob Dylan, talvolta facendo prevalere il messaggio politico su quello estetico. Il rock, con i suoi raduni di massa creò nei giovani l'impressione che solo in quel modo la propria voce potesse farsi sentire con maggiore forza, dimenticando che a quegli stessi raduni alcuni musicisti, tra cui lo stesso Dylan, percepivano compensi che se volessimo fare due conti, contraddicevano la ragion d'essere degli stessi meetings.

In questo clima il jazz non ebbe vita facile, soprattutto in America. Gli stilemi non riuscirono a rinnovarsi e gli anni del be bop erano ormai lontani. L'elettrificazione degli strumenti acustici portò sì al jazz rock, a cui aderirono personaggi come Miles Davis o Herbie Hancock, ma da un punto di vista poetico, contenutistico, per molti non si trattò di una vera innovazione, ma solo di un adeguamento alle richieste del mercato. Il free jazz era stato infatti anticipato dieci anni prima da John Coltrane e lo stesso dicasi per musicisti come Ornette Coleman ed Archie Shepp, che del free furono i rappresentanti più noti. Tuttavia gli anni settanta per almeno un paio di ragioni giovarono anche al jazz, la prima delle quali fu che i suoi concerti non furono più esibizioni popolate da un pubblico di nicchia, ma incominciarono a diventare manifestazioni di massa come quelle del rock, a cui l'industria discografica, sempre attenta a fiutare l'affare, prestò la sua attenzione. Allo stesso tempo però, l'interesse per la black music divenne inevitabilmente una moda, con connotazioni quasi solo formali che con le lotte degli afroamericani avevano ormai ben poco a che fare. Ma ciò che nella valutazione di quegli anni non potrà, per quanto riguarda il jazz non considerarsi  positivo, fu l'appropriazione del suo linguaggio da parte di grandi musicisti europei, che da quel momento seppero declinare i suoi stilemi fondamentali nella cultura musicale delle proprie terre d'origine, con risultati di grande valore artistico.

Come per ogni cosa che riguardi gli esseri umani dunque, parte di quella rivoluzione tanto auspicata negli anni settanta, si realizzò non politicamente, ma nell'abbattimento delle barriere culturali che impedivano di fare dell'arte un linguaggio universale, aperto ai contributi di chiunque avesse qualcosa da dire.

In conclusione devo ammettere che se certo il jazz rock non aggiunse nulla di nuovo alla causa degli afroamericani, la sua diffusione di massa permise a quanti lo volessero, di conoscere il genere e di approfondirlo, qualora vi fosse interesse e sensibilità autentiche.

Non mi pare un risultato da poco.