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"Omaggio a Keith Jarrett"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Keith Jarrett non suonerà più. Lo ha dichiarato lui stesso in una lunga intervista nella quale ha spiegato che due ictus non gli consentono più di utilizzare entrambe le mani ma solo una e che in simili condizioni gli risulta più facile rinunciare al pianoforte.

Ha persino confessato di avere anche dimenticato alcuni famosi standard che aveva ascoltato ed eseguito per tutta la vita.

Chi sia Jarrett davvero, nonostante la mia irrefrenabile curiosità è questione che non sono mai riuscita a pormi,   tanto per il riserbo di cui si è circondato, quanto per il metus reverentialis che ha sempre caratterizzato il mio rapporto con lui. Nella sua musica peraltro si incarna completamente un complesso, sconfinato mondo poetico e cercare ancora significherebbe essere insoddisfatti di lui e di Jarrett non lo si è mai. Mi sono quindi sempre limitata a farmi accompagnare dalla sua creatività, non cercando niente altro. Anche qualche giorno fa,  quando tutti i quotidiani hanno dato notizia delle dichiarazioni rilasciate dall'artista circa l'allontanamento dalle scene, mi sono limitata a leggere quanto riportato da una sola testata, non volendo conoscere troppo i particolari privati, dolorosi che rendono Jarrett un essere umano, del quale non ho mai avuto bisogno di interessarmi. Mi hanno però colpito alcune cose. Il giornalista ci ha tenuto ad esempio a precisare che "Keith Jarrett non potrà più suonare e probabilmente non potrà farlo mai più ad alti livelli". Mi sono domandata se un genio lo sia di meno quando non riesce più ad esprimerlo. Forse sì, ma non all'età di quello in questione, non quando si è detto così tanto, quando si è dato così tanto di ciò che si aveva,  fatto per il quale solo uno stupido può immaginare che Jarrett sia in grado di abbandonare i livelli raggiunti e di fare un passo indietro. Jarrett si ferma sui livelli da lui inventati e da lui toccati, il superficiale o frettoloso critico dovrebbe pensare questo se fosse interessato davvero alla musica e non al gossip, una fanghiglia di cui l'informazione non può più fare a meno.

Da bambina mi domandavo perché Mozart fosse Mozart o come lo fosse diventato. Il mio spirito critico mi ha più volte fatto dubitare che chi è passato alla storia ci sia riuscito esclusivamente per propri meriti e che chissà quanti genii non sono mai venuti alla luce perché le circostanze non sono state loro favorevoli. Oggi posso dire di aver assistito, durante lo scorrere di una vita intera, all'affermazione di talenti il cui peso è attestato dall'essere stati capaci di lasciare un segno, sul quale chi verrà dopo  tornerà per imparare, magari senza riuscirci mai o magari per scoprire di voler lasciare un solco altrettanto profondo.

No, non abbiamo bisogno di emuli di Jarrett, lui stesso ne parla come di pesi inutili, lui stesso parla di Coltrane come inimitabile eppure imitatissimo ed a Trane si paragona, perché Beethoven conta, i suoi emuli no. Allo stesso modo verrà un giorno, ma forse è già venuto, in cui un genio guarderà a Jarrett come uno stimolo straordinario per esprimere sé stesso e forse come lui cambierà la storia della musica. Nel frattempo è impossibile non domandarsi cosa si provi ad abbandonare ciò a cui per una vita intera ci si è dedicati e quale mutilazione l'animo ne abbia.  L'impossibilità di Jarrett di suonare lo deve porre in una condizione non dissimile forse da quella in cui la cecità relego` Jorge Louis Borges. Sofocle avrebbe detto che accade perché gli dei così dimostrano agli uomini che quanto per i mortali è tutto per gli dei è niente. Anche stavolta non desidero sapere troppo. Mi basta comprendere che ho avuto la fortuna di godere della bellezza che la musica di Jarrett ha regalato ai miei giorni ed amaramente ammettere che tanto la sua esistenza quanto la mia sono state nel tempo. È questa la cosa più difficile da accettare, sia che ci si chiami Keith Jarrett, sia che ci si chiami Fumarola Rosamaria.