Il SudEst

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Dopo l’operazione “12 apostoli” a Catania una riflessione sugli abusi su minori

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di MARIANNA STURBA

C'era una volta il mostro che viveva in un posto orribile e difficile da raggiungere, e c'era una volta l'eroe bello e raggiante che viveva in un bellissimo castello.


C'erano una volta i bambini delle favole, che si salvavano sempre, che attraversavano le disavventure incolumi perché così doveva essere.



C'erano una volta delle storie da raccontare ai nostri figli, storie piene di speranze che incoraggiavano all' azione , alla vita. Ora invece i nostri bambini si addormentano cullati dall' orrore della nefandezza umana, pubblicizzata e raccontata fino al midollo.


Basta farsi una chiacchierata con dei bambini e chiedere quali notizie ricordano dei tg, loro vi racconteranno gli orrori; la guerra, la povertà, e li scoprirete insolitamente attratti da quelle storie i cui termini non riescono ancora a capire bene ma di cui intuiscono l'

abominio: abuso, violenza, stupro, troppo spesso abbinate alla parola " bambino".


Scoprirete, parlando con loro, che l'aspetto pauroso, che nelle favole è necessario e propedeutico a far scaturire la risposta positiva dell'eroe, a loro non fa più paura perché hanno conosciuto altro.
Le nostre favole perdono il valore escatologico e la realtà non riesce ad avere il dono magico della catarsi della favola.


Oggi il nostro sguardo si rivolge soprattutto agli orrori che troppe volte accompagnano gli ordini religiosi, e ripercorriamo con la memoria gli abusi su migliaia di bambini avvenuti in Irlanda fra il 1940 e il 1980; ricordiamo l' istituto Provolo di Verona per sordomuti in cui si perpetrarono violenze sistematiche su minori disabili incapaci di denunciare; o anche l' istituto di Suore irlandese in cui furono rinvenuti i cadaveri di centinaia di neonati, per finire con l' ultimo caso di cronaca  riguardante l' operazione "12 apostoli" a Catania in cui si sono appurare violenze durante dei sedicenti riti religiosi.
Tutto questo è cronaca di una discesa negli inferi! Molti responsabili garantiti da un'immunità penale, dall' anonimato di cui possono godere, o da trasferimenti strategici che hanno il compito di tutelare una "casta".


Poi ringrazi Dio, con quel poco di fede che ti resta, perché la tecnologia avanza e i bambino sordo muti del Provolo oggi riescono a parlare e da adulti denunciano, ringrazi Dio perché magari nella tua parrocchia questo non si è mai sentito e infine ringrazi ogni volta che qualcuno dal Vaticano risponde con apertura e sincerità riguardo le responsabilità. Ma non puoi far finta di non soffrire perché neanche più la Chiesa è un luogo da poter raccontare come "sicuro" ai nostri figli, temi che la fiducia non sia ben riposta e vivi, e fai vivere i giovani, in un perenne sistema di allerta. Che non si faccia demagogia incasellando i sacerdoti in giudizi impietosi, accusando anche la Chiesa di essere il male, sarebbe un atteggiamento sciocco che ci rassicurerebbe perché i cattivi li abbiamo chiusi tutti in un recinto chiaro da cui tenersi distanti. Non può essere così perché i luoghi degli abusi sono molti e troppo spesso insospettabili.


Quando a tradire la fiducia dei bambini sono i luoghi deputati alla loro educazione e crescita: famiglia, scuola, parrocchia, sport, associazioni; la ferita è impressa nella società!


Una società incapace di proteggere i suoi cuccioli ha fallito in qualcosa: nei sistemi di sorveglianza? Nella valutazione delle capacità di chi abbiamo selezionato come custodi dei bambini? Nell'aspetto  punitivo del pedofilo o del violento di turno?


Forse in tutti questi aspetti.


Ma vogliamo pensare che questa sera qualche genitore avrà l' accortezza di seguire il telegiornale lontano dai propri bambini, per lasciarli ancora un po' in un mondo rosa pieno di casette di marzapane e uomini focaccina. Vogliamo pensare che stasera un genitore siederà sul bordo del letto del suo bambino e gli racconterà una storia in cui, il male esiste, ma in cui il bene vince sempre e in cui la comunità si prende cura dei suoi bambini.

Foto: Dipinto di Margaret Keane