Il SudEst

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Criminalità: dopo i fatti di San Marco in Lamis lo Stato deve far sentire la sua presenza

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di NICO CATALANO

29 morti in meno di due anni, sembra il tragico bilancio di un bollettino di guerra, invece sono i morti ammazzati in provincia di Foggia dove mercoledì scorso, quattro persone sono state uccise a colpi di kalashnikov in un agguato mortale avvenuto nelle campagne di San Marco in Lamis nell' entroterra rurale di quel Gargano costiero, diventato ormai da anni meta turistica del jet set Italiano.


Il commando di sicari era arrivato nelle sperdute zone interne del promontorio, per ucciderne soltanto due, gli altri, due agricoltori del posto, sono stati assassinati solo perché testimoni involontari del duplice delitto, ennesime vittime innocenti di una criminalità senza scrupoli e testimonianza reale del fatto di come quella teoria di matrice qualunquista che recita  “se sì uccidono tra loro è meglio” è solo una grande idiozia.

I killer hanno agito nei pressi della vecchia stazione ferroviaria del centro garganico, un edificio abbandonato tra i pascoli che si alternano agli uliveti secolari, dove hanno crivellato di colpi prima un Maggiolino su cui erano a bordo, uccidendoli sul colpo due esponenti di una nota famiglia mafiosa locale, il boss Mario Luciano Romito di 50 anni e il cognato Matteo De Palma di 44 anni e poi hanno inseguito un Fiorino pick-up  e freddato senza nessuna pietà  gli occupanti, i fratelli  Luigi e Aurelio Luciani che si trovavano lì perché di ritorno dal duro ma onesto lavoro quotidiano nei campi presso la loro azienda agricola situata nelle vicinanze del luogo dell'agguato.

Da anni quella porzione di Puglia che corrisponde alla provincia di Foggia, dal Gargano al Tavoliere, è caratterizzata da una massiccia  presenza di fenomeni malavitosi legati al narcotraffico, alle estorsioni, alle agromafie e allo sfruttamento illegale della manodopera nelle campagna, una terra colpita da un' infinita scia di sangue che non accenna a fermarsi.

Fenomeni criminali, che per troppi anni  sono stati sottovalutati anche da parte delle varie  istituzioni e oggi purtroppo salgono alla ribalta delle cronache con l’esplosione di faide dovute alla rottura di equilibri storici tra le famiglie malavitose locali, infatti per tanto tempo è stata sottovalutata la connotazione mafiosa della malavita garganica, addirittura in alcuni ambienti istituzionali si preferiva non pronunciarla neanche la parola "Mafia"  per non essere accusati di denigrare il territorio;

un territorio ferito da un abusivismo edilizio dilagante, un non rispetto per l'ambiente i cui effetti vengono alla luce, quando capitano eventi climatici estremi che finiscono per provocare enormi danni alla natura e di conseguenza all'economia degli stessi luoghi, un territorio preso in assedio dalla criminalità e dalla disoccupazione.

Le visite dei Ministri assieme alle varie riunioni di circostanza, rappresentano sicuramente cosa importante, ma per cambiare rotta  serve ben altro, innanzitutto non sottovalutare il fenomeno definendolo come merita ovvero non più "faida" ma atti di criminalità organizzata di stampo Mafioso, costruendo così una strategia integrata di contrasto che veda l'attività di magistratura magari attraverso l'istituzione di una Procura Distrettuale Antimafia presso il tribunale di Foggia in sinergia con tutte le forze dell'ordine e con l'azione della politica attraverso la messa in atto di concrete politiche occupazionali.

Tutto questo non basta, serve anche l'apporto delle comunità locali: le associazioni, la Chiesa, lo sport, la cultura, il sindacato, la stessa politica non possono più tacere o delegare altri alla lotta ai fenomeni mafiosi, occorre una battaglia di comunità, perché essere conviventi e conniventi con la mafia è come essere conviventi e conniventi con una grossa "montagna di merda" come ripeteva Peppino Impastato.