Il SudEst

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La solitudine delle madri

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di DALE ZACCARIA

Intervista all’arte-terapeuta Marilde Trinchero

Marilde, iniziamo dal corpo della donna. In un passo del suo libro si legge “ un’ulteriore difficoltà, legata alla maternità è data dalla trasformazione che il modello ideale del corpo femminile, ha avuto negl’ultimi decenni.” Così sembra che anche la maternità debba fare i conti con i modelli imposti, ad esempio come dice lei, dal mondo dello spettacolo, dove attrici magari recuperano velocemente “il corpo di prima”. Quanto questo secondo lei può influire sulla sfera emotiva e psicologica di una neo-mamma?

Immaginiamo una donna che ha partorito da poco, che ha bruscamente variato il ritmo delle sue giornate, ora scandite dal ritmo veglia-sonno-cibo del neonato, questa donna è molto probabile che stia facendo i conti con il sonno interrotto, con l’emotività di un’esperienza forte, con qualche senso di inadeguatezza. La stessa donna non dedicherà molto tempo alla cura della sua persona poiché le cure del bambino occupano spazio e tempo. E’ molto probabile che il suo corpo abbia una forma che non è più quella della gravidanza né quella di prima, ed è altrettanto probabile che la donna sia concentrata sull’esperienza che sta vivendo più che non su eventuali chili da perdere, sul ventre piatto, sul seno tonico. A quel punto in una qualunque trasmissione televisiva viene intervistata una donna dello spettacolo che ha partorito da venti giorni. La signora in questione è riposata, truccata, e asciuttissima. La frase che di solito si sente come sottofondo è “come se non avesse partorito”. Difficile che la donna a casa riesca a fare mente locale sul numero di baby-sitter e personal trainer a disposizione della donna di spettacolo. Più probabile un confronto nel quale si vive come “perdente”. E questo mettere l’accento sul corpo di prima non fa altro che esasperare il tentativo di rimuovere i segni che il tempo e le esperienze naturalmente lasciano su di noi.

Nel suo libro emerge un aspetto della nascita, del parto, in cui la donna è sola ad affrontare questo momento misto tra “forza, amore, stupore, dolore e gioia tutt’insieme” (cfr.La solitudine delle madri). Come se vita e morte infondo fossero la medesima metafora umana.Si potrebbe parlare di un paradosso della maternità, che porta in sé spinta e distacco al contempo?

Credo sia necessario e urgente lenire la solitudine che troppe donne vivono, spesso in silenzio, con vergogna e difficoltà a condividere ciò che è ancora troppo spesso indicibile, ma credo anche che esista una solitudine nel diventare madre che non si può lenire, che semplicemente va accettata perché fa parte dell’esperienza. Mettere al mondo qualcuno, farlo nascere, vuol dire che questo qualcuno un giorno morirà. Allo stesso tempo, una donna che partorisce – nasce – nel medesimo istante come madre, mentre muore una parte di lei: la donna non-madre che era prima. In questo senso il parto è l’evento durante il quale vita e morte si fondono in modo più potente.

Il mito di Demetra, dea delle messi, madre e nutrice, si scontra con interruzioni interiori post-partum, come ad esempio il maternity blues di cui lei parla, e più avanti nel suo libro emerge come il parto possa ri-portare alla luce dolori profondi legati alla storia famigliare.Può considerarsi secondo lei l’atto di procreazione un territorio liminare per una donna, non più circoscritto al legame/rapporto madre/figlio? Come se il recidere il cordone ombelicale posso a volte riaprire ferite intime e assopite proprie della sensibilità e del mondo femminile?

C’è qualcosa di molto privato e soggettivo in ogni rapporto madre-figlio, accompagnato da qualcosa di archetipico, di collettivo, che avvolge – nel bene e nel male – la maternità. E’ come se il maternity blues si facesse carico di dare voce alle ombre del materno, maternity blues che a volte diventa depressione post-partum e per fortuna in casi rari, psicosi vera e propria. Diventare madre riattiva inevitabilmente tutta la storia con la propria di madre, e laddove ci sono state aree irrisolte, incomprensioni, assenze, abbandoni, invasioni, insomma tutta quell’area niente affatto prossima alla giusta distanza che sarebbe l’ideale in ogni relazione, è molto probabile che quella che era una brace quasi spenta si riaccenda di colpo portando con sé i contenuti del passato. E non è detto che si tratti di un passato recente, anzi, a volte è decisamente remoto, magari fino alla nonna o bisnonna. Diventare madre vuol dire fare i conti con la storia delle donne di famiglia, che lo si desideri o meno. Come se nello stesso istante in cui un cordone viene reciso per una nuova nascita, si aprisse uno spazio di continuità su cordoni ombelicali più antichi.

Un altro aspetto che tocca il suo lavoro è il rapporto e l’eros di coppia. La nascita di un figlio rimette in gioco le dinamiche di un unione. Quali secondo lei i benefici e quali, invece, le impasse, che possono scatenarsi dall’arrivo di un terzo? E ritiene che c’è un comune denominatore che caratterizza in maniera più diffusa il rapporto coppie/figlio, o ogni storia può considerarsi a sé, ogni storia vive quest’arrivo in maniera del tutto propria e personale?

La relazione madre, padre, figlio, figli è il risultato della somma dei componenti. I contenuti di ognuno si mescolano fino a formare uno specifico per ogni famiglia, che ovviamente ha però come sfondo dei denominatori comuni. Può essere per alcune famiglie più difficile fare i conti con il senso di responsabilità che il diventare genitori comporta. Per qualcuno è un compito più arduo fare i conti con fattori concreti quali per esempio la gestione pratica di un figlio: il tempo che questo comporta, la necessità di maggiori risorse economiche, i tempi da incastrare; per altre coppie la difficoltà è legata più a fattori emotivi, per esempio al fatto che le proprie parti piccole devono essere accantonate, almeno per un po’, a favore di qualcun altro. E non è detto che questo accada di più ai padri. Diffusa è la convinzione che sia un uomo a sentirsi “messo da parte” di fronte alle esigenze di un neonato, ma in realtà parecchie donne sono sofferenti di fronte a un uomo magari entrato in pieno nel ruolo del padre, ma che le considera meno come donne. La madre sovrasta la donna. In ogni caso l’eros attraversa un periodo di difficoltà, necessita di nuovi equilibri. Quando si trovano questi nuovi equilibri avviene il passaggio da coppia a famiglia, negli altri casi è il periodo in cui si apre la crisi della coppia. Crisi che a volte è occasione di crescita, a volte invece precipita in conflitti che possono portare alla separazione.

Il suo libro è ricco di passaggi e metafore “letterarie”, citazioni, stralci di brani da opere di grandi scrittrici come Virgina Woolf (per citarne una) e di storie, dalla poetessa Sylvia Plath alla pittrice Frida Khalo e ai miti, come Medea. Quanto maternità e creatività s’intrecciano e possono corrispondere? E quanto l’arte e le artiste (donne) possono fare da specchio, e raccontarci attraverso la loro vita e le loro opere l’essere donna e madre, sotto una luce similare e contigua, e magari essere “portavoci pubbliche” di un anima tutta femminile, in cui molte donne possono ritrovarsi e ri-scoprirsi ?

Una donna racconterà sempre la maternità in modo più completo di un uomo, e questo perché anche se non avesse figli, la relazione contigua con la propria madre le permette una memoria più autentica e completa. Non che non ci siano uomini che hanno trattato l’argomento, penso all’Annunciazione di Lorenzo Lotto (1528 circa), che si trova nel museo civico di Recanati. La Madonna non è affatto compunta e serena come appare in migliaia di altre Annunciazioni, anzi, è spaventata, e mette le mani avanti, voltando le spalle all’Angelo. Ma si tratta davvero di casi isolati e credo che la letteratura, la pittura e altre arti al femminile possano essere uno specchio importante in cui osservare ciò che a volte la ragione censura. Non dimentichiamo che in Italia, paese carente di politiche sociali sulla famiglia, la maternità è considerata una strada quasi obbligata e le pubblicità sulla famiglia raggiungono dei livelli di stereotipia che rasentano il ridicolo. Per quanto riguarda la maternità e la creatività, non solo si intrecciano, ma il loro intrecciarsi può declinarsi in modi parecchio diversi ed è il motivo per cui sento così importante riflettere su entrambe. A volte accade che solo dopo una maternità biologica una donna esprima altre forme di maternità/creatività, allo stesso modo in cui può accadere che la maternità biologica intrappoli troppo a lungo la donna in un materno da cui è poi difficile slegarsi. A discapito di altre forme di creatività che renderebbero la vita più piena e completa.

Un ultima domanda Marilde, che riguarda più l’aspetto legislativo e lavorativo.A Bruxelles la Comunità Europea discute rispetto la maternità, volendo cambiare le leggi vigenti e garantendo congedi più lunghi, meglio retribuiti, ed estesi a più categorie.Quali problematiche ha riscontrato lei – anche dalla sua esperienza -qui in Italia su questo tema, e quali aspetti andrebbero migliorati o cambiati in materia di rapporto lavoro/maternità?

Silvia Ferreri nel 2007 ha realizzato un documentario e scritto un libro nei quali si trovano testimonianze di donne sul tema maternità, lavoro e mobbing. Il titolo – Unavirgoladue – è dato dal tasso di fecondità delle donne italiane. Ora è leggermente aumentato – 1,4 circa – ma siamo lontani dai due figli per donna che garantirebbero il ricambio generazionale. L’esperienza che le donne raccontano nel documentario è tragicamente simile a quella di migliaia di donne: negli anni centrali della vita, quando tutto si concentra perché sono anni di crescita professionale, di desiderio di costruirsi una famiglia, e non sempre i nonni hanno voglia di fare i nonni (anzi, sono magari anziani e hanno a loro volta bisogno di cure), troppi datori di lavoro senza scrupoli, di fronte a una gravidanza, licenziano, o non rinnovano il contratto, gettando le famiglie in uno stato di insicurezza e precarietà ancor più deleterio in una fase della vita molto delicata. Si dovrebbe cominciare a ragionare in termini di congedo parentale più che non di congedo maternità, coinvolgendo di più i padri, e il part-time non dovrebbe essere quel miraggio che attualmente è; inoltre ci si dovrebbe ricordare che il costo che lo Stato e le aziende sostengono altro non è che un investimento per il futuro. Siamo un paese vecchio, nel quale l’età media è 44 anni. Se non si inizia a pensare a come aiutare le famiglie ad attraversare i primi mesi, i primi anni, non ne usciremo. La crescita di un figlio non può continuare ad essere a carico delle madri poiché le donne soccombono sotto questo peso, e la maternità deve smettere di essere una faccenda da donne, perché le donne da sole non possono e non devono garantire il futuro di tutti.

Marilde Trinchero è nata a Monticello d’Alba, il 19 luglio 1960. Vive e lavora ad Alba, dove si è trasferita nel 1992. E’ sposata, è madre di tre figli e svolge la professione di arte terapeuta. E’ stata per parecchi anni consulente al Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl di Alba, ma la maggior parte della sua attività la svolge nel laboratorio di arte terapia, dove in collaborazione con medici e psicologi, si occupa di riabilitazione, educazione, prevenzione, e creatività. Da alcuni anni, la scrittura è emersa dai cassetti in cui stava riposta, e dunque quella che dai tredici anni è stata una forma di creatività molto privata, è diventata pubblica attraverso una serie di esperienze. Nel 2005 ha scritto un libro a quattro mani  con Daniela Minerdo: Cosa vuoi di più?- Edizioni Tracce- 2005. Due dei suoi racconti si sono classificati al secondo posto negli anni 2005 e 2006 al Premio Nazionale scrivere donna: La piroetta, e Dove le nuvole sono piene di sogni. Nel 2008 il racconto Le ore della notte è risultato primo classificato al Premio Europa Giallo noir, e sempre nel 2008 la Magi edizioni ha pubblicato il libro La solitudine delle madri. Con lo stesso nome del libro nel 2009 Marilde Trinchero ha aperto un blog. Il suo ultimo libro edito da Magi nel 2012 è  Reclusioni di corpi e di menti