Il SudEst

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La nuova legge elettorale

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di VINCENZO DE ROBERTIS

La campagna referendaria si è conclusa il 4 dicembre dello scorso anno con la sonora sconfitta del progetto renziano di modificare la Costituzione nella direzione di uno spostamento del baricentro dei poteri verso l'Esecutivo e contestuale ridimensionamento del Legislativo.

Quel progetto aveva ed ha nella legge elettorale una sorta di appendice.

Infatti, la legge elettorale “Italikum” avrebbe dovuto garantire, attraverso l'attribuzione di un premio di seggi alla lista meno minoritaria, la governabilità dell'unica Camera rimasta, se il Referendum avesse dato ragione a Renzi. I risultati della consultazione popolare e la sentenza della Corte Costituzionale hanno, invece, sancito la sconfitta definitiva di quel progetto, costringendo un Renzi perdente a farsi carico di un nuovo disegno di legge elettorale che in qualche modo perseguisse gli stessi obiettivi originari.

La situazione, però, è complicata dal fatto che nel panorama politico italiano sono stabilmente radicati almeno tre poli: centro-sinistra, centro-destra e M5s. La qual cosa  non consente di pensare che un sistema maggioritario alla maniera del “Porcellum” o dell’”Italikum” possa garantire una qualche governabilità, che invece il bipolarismo pre-esistente pareva assicurare.

In questo contesto Renzi ha presentato prima dell'estate in Aula alla Camera un disegno di legge elettorale (Rosatellum), concordato con le altre forze politiche, ma fatto naufragare poco dopo con motivazioni pretestuose. Ora la stessa legge viene ripresentata con alcune modifiche, che a detta di alcuni commentatori sembrano favorire più uno degli schieramenti concorrenti (il centro-destra), che non il proprio (sempre che i risultati elettorali siciliani alla fine non facciano saltare anche questa proposta).

Ai primi di ottobre la legge arriverà in aula, alla Camera per passare poi al Senato. Sulla carta è accreditata di una maggioranza parlamentare strepitosa, che vede contrari solo il M5s, il MDP e SI. Prima di addentrarci nell'analisi della proposta di legge, che, comunque, dovrà tener conto del testo definitivo che sarà approvato dalle due camere, sarà opportuno fare alcune considerazioni generali di carattere storico.

La “governabilità” in democrazia si ottiene con il consenso

L'instabilità economica generata dalla crisi e la debolezza cronica del capitalismo italiano condizionano la stabilità politica, a mio avviso, nel senso che rendono sempre più necessaria ed impellente, a tutela degli interessi del capitale finanziario europeo e delle classi dominanti italiane, una modifica dei meccanismi decisionali istituzionali nella direzione di un loro accentramento a discapito della partecipazione democratica, che la Carta Costituzionale, invece, garantisce.

Questo era il senso della cd. Riforma costituzionale e, in sintonia, le leggi elettorali che nel tempo si sono succedute negli ultimi venticinque anni (Mattarellum, Porcellum, Italikum) hanno dato più importanza alla “governabilità”, perseguita con meccanismi  maggioritari, piuttosto che assicurare la “rappresentanza” in Parlamento delle diverse forze sociali e politiche.

Ne è scaturito un progressivo e crescente distacco dei cittadini-elettori dalle consultazioni elettorali, rafforzato da una serie di fattori, fra cui la corruzione dilagante nel ceto politico ed i privilegi dello stesso. E' un distacco che non solo non preoccupa chi si propone di governare, ma quasi viene ricercato, una volta che sono stati demoliti quei “corpi intermedi” (partiti di massa, sindacati ed associazioni varie) che nella cd “prima repubblica” garantivano una qualche forma di controllo dei “governati” sui “governanti” e costringevano questi ultimi ad esercitare la governabilità attraverso il consenso.

Infatti, se si osservano i 45 anni di vita della cd “prima repubblica”, dove il personale politico veniva eletto dai cittadini con un sistema elettorale proporzionale, senza soglie di sbarramento, bisogna riconoscere che la stabilità politica era ugualmente raggiunta, anche se i Governi cadevano con più frequenza di quanto avvenga oggi. Nessuno può negare che in quel periodo sono state varate grandi riforme, come il diritto di famiglia, la scuola pubblica dell'obbligo, lo Statuto dei lavoratori, per citarne solo alcune. Lo Stato ha mantenuto il suo assetto costituzionale, nonostante gli attacchi dell'eversione fascista prima, delle brigate rosse dopo e della mafia stragista.

Non che non ci siano stati anche in quel periodo tentativi, da parte della DC, di modificare i meccanismi di gestione del potere, ricorrendo a “scorciatoie” (vedi nel '53 la “legge truffa”, vedi anche Gladio), oppure usando la violenza della repressione antipopolare (a partire da Portella della Ginestra, poi a Genova, Modena, Reggio Emilia, Avola, Battipaglia, ecc.). Ma alla fine ha prevalso, comunque, un meccanismo di gestione del potere che faceva del consenso popolare il suo punto di forza e utilizzava anche la tattica di dividere il fronte avversario, inglobandone una parte (il PSI) nell'esperienza di governo (centro-sinistra).

Certamente il periodo storico era diverso da quello che viviamo oggi: l'Italia usciva dalla Guerra indebolita nelle sue capacità produttive e fortemente impoverita. Occorreva riavviare quel meccanismo di accumulazione capitalistica, che il fascismo aveva drogato con l'economia bellica, ma che la sconfitta aveva poi prosciugato. La caduta del regime aveva acceso nel popolo italiano speranze di cambiamento e volontà di partecipazione, codificate nella Costituzione. Il mondo, dopo la guerra, si era diviso in blocchi contrapposti ed in Italia la presenza del PCI, che pure aveva messo da parte propositi insurrezionali, non consentiva che si gestisse il potere politico con metodi autoritari, in continuità  con quelli fascisti.

Ferme restando le differenze fra la realtà politica di allora e quella di oggi, quello che qui si vuole dire è che il sistema elettorale proporzionale, senza soglie di sbarramento, non ha provocato gli sconquassi che gli si vorrebbero attribuire, anzi ha assicurato ottimi risultati, realizzati da un ceto politico che nel suo complesso era migliore di quello attuale.

Nel corso degli ultimi venticinque anni l'illusione di pervenire ad un Governo stabile del Paese con artifici tecnico-elettorali, con i quali consentire a chi non rappresenta la maggioranza dei cittadini di conseguire ugualmente la maggioranza dei seggi in Parlamento, ha sostituito la prassi ultra-quarantennale di costruire il consenso maggioritario, attraverso il confronto fra le forze politiche rappresentate in quel consesso.

L'abuso nel ricorso al voto di fiducia, sia da parte di governi di centro-destra, che di quelli di centro-sinistra durante la vigenza di sistemi maggioritari sta a dimostrare quanto propagandistiche e false fossero queste ricette.

Parimenti, si è propagandata e diffusa a piene mani da parte degli strumenti di disinformazione di massa l'idea, secondo cui i piccoli partiti sono di per sé la fonte principale dell'instabilità politica del nostro Paese e che fosse giustificata, anche costituzionalmente, la norma che prevede l'introduzione di una soglia di sbarramento a contrasto di una frammentazione ritenuta eccessiva. Il sacrificio del diritto alla rappresentanza in Parlamento, garantito a tutti i cittadini  dalla Costituzione, può essere, così, ben ripagato, secondo costoro, dalla soddisfazione di aver contribuito con il proprio “voto utile” al successo di una grossa coalizione.

Ma anche in questo caso la realtà si è incaricata di dimostrare la falsità di queste fake news.

A dispetto delle soglie di sbarramento in questa Legislatura i gruppi parlamentari presenti, sia alla Camera, che al Senato, sono diverse decine per ogni assemblea. E questo perchè i politicanti privi di una propria identità, che intendono baypassare  lo sbarramento, non si fanno alcuno scrupolo di aggregarsi a partiti politici più consistenti, ben felici a loro volta di imbarcare nelle coalizioni le piccole formazioni, pur di raggiungere il premio di seggi previsto dalla normativa. Salvo, poi, ad uscire dalla coalizione che li ha eletti per formare in Parlamento un gruppo autonomo, con cui meglio contrattare il proprio voto nei momenti decisivi, facendosi scudo con le norme che garantiscono la “libertà di mandato” ad ogni singolo eletto.

Cosa prevede il Rosatellum 2.0

Con queste premesse si è giunti alla presentazione in Parlamento dell'ultimo progetto di legge elettorale, che dal nome del suo ideatore (E.Rosato) ha già conquistato il nome di Rosatellum (secondo la consolidata usanza di affibbiare un nome latineggiante ad ogni legge o progetto di legge elettorale) 2.0, per distinguerla dalla prima versione presentata prima dell'estate.

In estrema sintesi, la legge, simile per Senato e Camera, prevede l'elezione di un terzo di parlamentari con un sistema maggioritario in collegi uninominali, dove chi ha più voti conquista il seggio. I restanti due terzi dei seggi delle assemblee elettive saranno assegnati in maniera proporzionale a liste bloccate e “corte”, presentate in vari collegi proporzionali. I candidati verranno eletti, non sulla base di preferenza, ma in rapporto alla posizione che i partiti avranno assegnato loro nella lista, la quale per eleggere un proprio rappresentante dovrà superare tre distinte soglie di sbarramento:

il 3% nel caso di liste che si presentano singolarmente,

il 10% nel caso di coalizioni fra più liste, all'interno delle quali sarà sufficiente raggiungere

l'1% per partecipare alla spartizione dei seggi.

E' chiaro che con questo sistema l'elettore non avrà in alcun modo la possibilità di scegliersi il proprio rappresentante, perchè, sia nella quota maggioritaria, che in quella proporzionale, la scelta di chi candidare nei collegi uninominali e che ordine dare alla lista proporzionale è prerogativa riservata ai capi-partito. La legge, così come viene presentata alla discussione del Parlamento, rafforza  il potere dei capi-partito, che potranno scegliere chi sarà eletto  e ricattarlo durante tutta la durata della Legislatura, ridimensionando, così, l'autonomia del Parlamento.

Avremo, quindi, se la legge non subirà modifiche, un nuovo Parlamento di nominati !

La rappresentanza politica verrà nuovamente soffocata, sia nella quota maggioritaria, perchè lì si sarà eletti, nel migliore dei casi, con il 35% dei consensi, mentre il 65% degli elettori non avrà rappresentanza in Parlamento, ma anche in quella proporzionale dove le soglie di sbarramento impediranno di avere  una propria rappresentanza a quei partiti caratterizzati da una forte identità, se ad essa non vorranno rinunciare per entrare in coalizione.

Il voto che l'elettore esprimerà per una delle liste del proprio collegio proporzionale si estenderà automaticamente anche al candidato presentato ed appoggiato da quella lista nel collegio uninominale, anche se l'elettore non esprimerà quel voto. Ma, al contrario, il voto espresso verso il candidato del collegio uninominale non potrà estendersi automaticamente ad alcune delle liste che lo appoggia, se l'elettore non esprimerà anche quella indicazione.

Inoltre, essa mira con soglie di sbarramento differenziate a favorire le grosse coalizioni o partiti (centro-destra, centro-sinistra e M5s). accreditati in base ai sondaggi di un consenso superiore al 10%, mentre penalizza un polo in formazione alla sinistra del PD,  che per poter avere qualche possibilità di successo dovrebbe rinunciare alle specificità delle proprie componenti e presentarsi in tutt'Italia come lista unica e non come coalizione, al fine di poter beneficiare della soglia al 3%, invece di quella al 10%.

La soglia minima all'1%, poi, favorirà la formazione di liste “civetta” o “di comodo”, come già avviene nelle elezioni comunali, dove si mettono in piedi liste cd “civiche” prive di un programma e di prospettiva, se non quella di favorire l'elezione del Sindaco, in cambio di futuri vantaggi.

Contro il Rosatellum 2.0 si sono già espressi i più importanti costituzionalisti italiani che nella conferenza stampa tenutasi a Roma il 2 di ottobre scorso hanno stigmatizzato i profili di incostituzionalità contenuti nella proposta di  legge che sarà discussa nei prossimi giorni in Parlamento, invitando i cittadini a mobilitarsi analogamente a quanto avvenuto nella campagna referendaria.