Il SudEst

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Vince il ricorso contro la bocciatura: è dovere della scuola rispettare l'affidamento congiunto

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di VALERIA BRUCCOLA

 

Nei giorni scorsi ha avuto un certo clamore la notizia secondo la quale un padre ha ricorso al TAR contro la bocciatura del proprio figlio, con la motivazione dalla mancata informazione da parte della scuola, durante l'anno scolastico, sull'andamento negativo del ragazzo. Adesso, il ragazzo sta ripetendo il secondo anno della scuola secondaria di primo grado ma, in base alla sentenza, potrà essere ammesso alla classe terza. La scuola, quindi, dovrà provvedere ad emettere un decreto di riammissione e, qualora non eseguisse la sentenza, è già pronta una richiesta di ottemperanza che consenta al ragazzo il passaggio di classe immediato, anche per non pregiudicare l'anno scolastico. Probabilmente le lacune, accumulate l'anno scorso dall'alunno, saranno state considerevoli per portare i docenti a decidere la non ammissione alla classe successiva ma sta di fatto che il genitore si è sentito deprivato della possibilità di sostenere il proprio figlio, perché non messo nelle condizioni di essere a conoscenza della situazione e di porvi rimedio.

 

 


I fatti sfondo di questa vicenda legale sono abbastanza semplici: una separazione conflittuale, un affidamento congiunto, una mancanza di comunicazione tra i genitori, un figlio “in mezzo” a tutto questo, troppo piccolo per poter fare da solo e poter sostenere il peso di una situazione che gli adulti che si dovevano prender cura di lui non hanno saputo gestire né con buon senso, né rispettando le leggi. La scuola, in tutto questo, ha le sue responsabilità, rea di non aver rispettato l'obbligo di informare entrambi i genitori, in virtù di quanto era a conoscenza anche indirettamente, registrando un andamento scolastico dell'alunno affaticato e fragile, accompagnato da numerose assenza. Disattendendo una circolare ministeriale del 2015 che ha regolamentato gli obblighi della scuola rispetto la doppia comunicazione, in caso di genitori separati, la scuola, secondo il TAR, ha impedito al padre di sostenere il proprio figlio, come era avvenuto invece in passato, permettendo di assicurare al figlio un andamento regolare del percorso scolastico.

Sono numerosissimi i casi simili in tutta Italia, che non fanno notizia perché spesso, per il bene dei figli, si evita creare una conflittualità anche con la scuola, dove bambini e ragazzi passano la maggior parte della loro giornata. Sono casi sommersi che non dovrebbero nemmeno esistere, vista la possibilità, oltre che l'obbligo, da parte delle scuole di interagire con i genitori degli alunni, in modo assai rapido e chiaro, a mezzo posta o via e-mail, quando non è possibile un contatto diretto, magari per impegni lavorativi di uno dei due genitori. Questo episodio, comunque, oltre a mettere in luce una disattenzione da parte della scuola citata in giudizio, permette  una serie di riflessioni sulla cultura dominante, dove la parità tra genitori è solo oggetto di retorica, mai accompagnata da un reale cambiamento di indirizzo, a partire dalle istituzioni. Interessante anche la collocazione geografica dell'episodio, il Friuli.  La scuola in questione, come molte altre, ha riprodotto uno schema arcaico, quanto ottuso, che ribadisce la diffusa concezione che l'accudimento dei figli sia in seno alla famiglia che nei confronti della scuola, sia appannaggio delle madri. Questo sistema di pensiero è lo stesso che impedisce una equa distribuzione del tempo con i figli minorenni in caso di separazioni anche da parte dei Tribunali, quantitativamente sbilanciato a favore delle madri e ciò accade marginalizzando i padri e relegando la loro immagine a figure di riferimento secondarie, sia nell'ambito dell'educazione che della vita sociale, in età scolare. Se è vero che nella distribuzione dei compiti, in seno ad una famiglia, si ricalcano spesso schemi che riproducono una tradizionale distribuzioni dei ruoli con connotazione marcatamente di genere, è anche vero che ciò è scardinato nei casi di separazione e divorzio, determinando una condizione in cui la genitorialità è distinta ma deve poter essere riconosciuta come paritetica per ciascun genitore. Mentre si spiega a parole ai bambini che i genitori sono tali anche se non sono più insieme, si nega questa prerogativa a livello culturale, lasciando sul piano della retorica ciò che, invece, la società vorrebbe che fosse: un affidamento congiunto che abbia una ricaduta positiva sulla crescita dei figli. La parità auspicata, desiderata, invocata, a favore del genere femminile, viene disattesa quando le donne sono riconosciute come “madri” e senza malizia, ma retaggio di un'era che si vorrebbe tramontata, si alimenta una sorta di “matriarcato” quando si tratta di figli.

Probabilmente molte “madri” disconosceranno questa lettura delle ragioni di un fatto come quello raccontato, forse provocatoria, ma dovrebbe però permettere di riflettere sul fatto che, nel tentativo di raggiungere una parità di genere, le “madri” e i “padri”, come soggetti sociali, sfuggono a questa tensione culturale. Il caso che abbiamo utilizzato a pretesto di questa riflessione, secondo me, lo dimostra e porta a dover considerare che non bastano le norme, tanto meno la retorica, a cambiare mentalità e pensiero.