Il SudEst

Saturday
Nov 18th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home

Violenza assistita e violenza psicologica

Email Stampa PDF

di DALE ZACCARIA

 

Intervista all’Avvocata Roberta Schiralli e alla criminologa Patrizia Lomuscio

 


Abbiamo incontrato due professioniste per approfondire i temi della violenza assistita e della violenza psicologica e come le donne, le madri, con i loro figli possono tutelarsi

INTERVISTA ALL’AVVOCATA ROBERTA SCHIRALLI

Avvocata Schiralli come è inquadrata la violenza assistita in termini giuridici? Il reato di violenza assistita è un reato penale, quali le pene e le misure che adotta la legge?

Il c.d. decreto femminicidio, oggi legge n. 119/13, sulla base di quanto recepito dalla ratifica della Convenzione di Istanbul, ha introdotto l’aggravante della violenza assistita di cui all’art. all’art.  61, comma 1, n. 11-quinquies del codice penale, ovvero: “l'avere, nei delitti non colposi contro la vita e l'incolumità individuale, contro la libertà personale nonché nel delitto di cui all’art. 572 c.p., commesso il fatto in presenza o in danno di un minore di anni diciotto ovvero in danno di persona in stato di gravidanza".

La violenza assistita dei minori consiste in una forma di violenza domestica che, appunto, si realizza nel caso in cui il minore è obbligato ad assistere (da qui il termine “assistita”) a scene di violenza tra i genitori o, comunque, tra individui che costituiscono per lui un punto di riferimento o su persone a lui legate affettivamente, che siano adulte o minori.

Il campo della tutela viene quindi esteso anche ai minori coinvolti nei c.d. reati di violenza domestica, in quanto spettatori passivi dei maltrattamenti subiti dal proprio genitore.

Secondo una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione, affinché sia integrata la fattispecie di violenza assistita dei minori da sussumersi nel reato di cui di maltrattamenti contro familiari e conviventi sono necessari la reiterazione e la persistenza nel tempo degli episodi e la “deliberata indifferenza e trascuratezza verso gli elementari bisogni affettivi ed esistenziali della "persona debole" da tutelare” (Cassazione penale, sez. VI, sentenza 29/01/2015 n° 4332). I minori diventano   delle manifestazioni di violenza, anche psicologica, di un coniuge nei confronti dell'altro coniuge.

In conclusione, si configura la fattispecie delittuosa dei maltrattamenti in danno del minore per il semplice fatto che lo stesso abbia ‘assistito’ a comportamenti violenti. Con la conseguenza che è ‘maltrattamento’ non è solo quello diretto contro una persona della famiglia o persona convivente, ma anche quello che indirettamente coinvolge il soggetto minorenne. Il minore viene maltrattato – nel senso dell’art. 572 c.p. – per il semplice fatto di aver assistito a scene di violenza per le ovvie ricadute sullo sviluppo bio-psichico di una persona ancora in formazione.

Recentemente la Suprema Corte in una sentenza del marzo del 2017 ha ritenuto che la violenza assistita si configura ogni qual volta il minore “percepisca  il fatto di reato” e anche nelle ipotesi in cui la sua presenza non sia visibile all’autore del fatto di reato,  il quale, nondimeno, ne abbia la consapevolezza o avrebbe dovuto averla utilizzando l’ordinaria diligenza”.

Del resto la richiamata Convenzione di Istanbul prevede all’art. 46 lett.d,  che i bambini sono vittime di violenza domestica in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia.

Nello stessa direzione è importante citare la definizione di violenza assistita del CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia) secondo cui “per violenza assistita da minori in ambito familiare si intende il fare esperienza da parte del bambino di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte e minori” (Fonte Requisiti Minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri, CISMAI).

Quando una donna, una madre, con suo figlio o sua figlia sono vittime di violenza assistita, lei consiglia di denunciare subito, di segnalare ai servizi sociali, quale iter secondo lei va intrapreso perché le vittime

Quando una donna subisce maltrattamenti e insieme a lei ci sono figli minori è importante avere consapevolezza che i propri figli stanno subendo violenza assistita. La donna può rivolgersi al centro antiviolenza che seguirà la donna nel suo percorso di fuoriuscita dalla violenza e insieme potranno fare una segnalazione al servizio sociale territoriale o al Tribunale per i Minorenni, oppure se la donna è pronta, può sporgere denuncia.

Addirittura nei casi di pericolo la madre con il figlio/i minori potranno essere collocati in una casa rifugio per essere protetti.

La donna può anche rivolgersi al servizio sociale professionale del suo territorio e segnalare il suo caso, senza alcun pregiudizio e paura perché qui sarà tutelata e aiutata.

Molti maltrattanti minacciano la donna dicendo” ti tolgo i bambini” oppure “se vai dai servizi sociali ti toglieranno i bambini”… Nulla di tutto questo! Bisogna rivolgersi a servizi specializzati come i centri antiviolenza o ai servizi sociali stessi, dove operatori e professionisti formati sono in grado di fornire alla donna tutto il supporto necessario per aiutarla. Non bisogna trascurare il ruolo rilevante del Tribunale per i Minorenni e dei magistrati che operano per la tutela dei bambini possano tutelarsi.

Se la violenza assistita che vede il minore in causa, non viene denunciata sia dai coniugi, anche da chi subisce, sia dalle persone al corrente dei fatti, come interviene la legge in questo senso?

Si deve sempre segnare la violenza subita dal minore all’interno della famiglia e non solo quella assistita.  L’interesse del minore è sopra ogni cosa e i reati che si consumano contro di essi sono perseguibili d’ufficio. La segnalazione della violenza sui minori compete oltre che al genitore, anche agli insegnanti che colgono i segnali dell’abuso (inteso come qualunque forma di violenza subita o assistita dal minore) o ad altri educatori che in qualche modo hanno contatto con loro.

La violenza psicologica non ha una collocazione normativa specifica, ovvero non esiste un reato di violenza psicologica?

Essa rientra nella fattispecie del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi di cui abbiamo parlato prima, che non solo  atti di violenza fisica, ma anche la sofferenza morale è idonea a lederne l’integrità della persona. Come sempre la Cassazione ci viene in aiuto tipizzando il tipo di condotta idonea a configurare la violenza psicologica che da pochi anni ha fatto il suo ingresso nell’alveo delle ipotesi delle c.d. violenze domestiche:  “il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza.” (ent. n. 19674 del 13 maggio 2014).

La vittima può tutelarsi sporgendo denuncia querela dinanzi l’autorità giudiziaria facendosi aiutare da un centro antiviolenza che l’accompagnerà nel percorso giudiziario anche a mezzo delle proprie consulenti legali oppure rivolgendosi direttamente alle forze dell’ordine, oppure da un legale di sua fiducia.

Lei, ha avuto esperienza diretta, e si è trovata come avvocata della parte lesa, in vicende di violenza assistita? E come si può tutelare la vittima in questo caso anche il minore nel miglior modo possibile?

Per quella che è la mia esperienza posso dire che i casi che ho seguito sono riuscita, con l’aiuto di una rete di servizi che ha funzionato, a tutelare la donna e i suoi bambini. La rete dei servizi in questi casi è molto importante, ognuno per le sue competenze deve fare la propria parte: i centri antiviolenza da solo non possono farcela e devono lavorare in sinergia con i servizi del territorio, le forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria. Bisogna trovare linguaggi comuni e prassi operative condivise, solo così potremo aiutare e tutelare le donne e i loro figli. In questo ci credo fortemente e solo la formazione di tutti i livelli della rete può assurgere a tale compito.

La legge prevede l’allontanamento del coniuge violento, anche la possibile perdita della patria podestà?

La Legge 119/13 ha introdotto l’allontanamento d'urgenza dalla casa familiare disciplinato dall'art. 384 bis cod. pen.., oltre alla misura cautelare dell’allontanamento della casa familiare già previsto dall’art. 282 bis c.p.p. ed introdotto con la legge 154/2001 contro la violenza nelle relazioni familiari.

Questa norma trova la sua esistenza nel susseguirsi e nella efferatezza di eventi gravissimi in danno di donne e il conseguente allarme sociale che ne è derivato e trova giustificazione in una anticipata ed urgente delle donne e di ogni vittima di violenza domestica.

Cosa dice la norma nella pratica la norma dell’art. 384 bis c.p.p.: “gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero, scritta, oppure resa oralmente e confermata per iscritto, o per via telematica, l'allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all'articolo 282-bis, comma 6, ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l'integrità fisica o psichica della persona offesa…omissis..”

Le condizioni, quindi, affinché sia possibile proseguire all'allontanamento d'urgenza dalla casa familiare sono due: a) la flagranza e b) i fondati motivi per ritenere possibile la reiterazione della condotta ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l'integrità psicofisica della persona offesa.

In presenza di minori questo potrebbe essere uno strumento di tutela efficace in caso le forze dell’ordine trovino in flagranza di reato, ovvero  nel momento successivo qualora l'autore del reato venga inseguito dalla polizia giudiziaria o dalla persona offesa o da altre persone, così come l'essere sorpreso con tracce o cose dalle quali si desuma la commissione di un reato in un tempo immediatamente precedente.

Oltre a questo vi è la possibilità che il pubblico ministero richieda la misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare di cui all’art. 282 bis cpp o il divieto di frequentare i luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa o dai suoi prossimi congiunti.

Ricordo che la legge 154/01 ha introdotto anche gli ordini di protezione contro gli abusi familiari. Sono quei provvedimenti che il giudice, su istanza di parte, adotta con decreto per ordinare la cessazione della condotta del coniuge o di altro convivente che sia “causa di grave pregiudizio all'integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell'altro coniuge o convivente” (art.342 bis c.c.).

Questo è uno strumento abbastanza celere ed efficace della durata di un anno, con il quale il giudice può anche prescrivere anche un assegno di mantenimento, che consentirà di avere un minimo per autodeterminarsi nelle more, ad esempio, della decisione di un giudizio di separazione.

Nei casi più gravi l’art. 330 del codice civile prevede la "decadenza dalla responsabilità genitoriale sui figli" . Il giudice può pronunciare la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tale caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l'allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l'allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.

Quanto è importante che la donna, la madre denunci, non solo per tutelare se stessa , ma soprattutto il minore, e in caso di omissione, quali provvedimenti si intraprendono nei confronti  de “la cattiva madre” che si rende complice degli abusi in famiglia.

Io non riesco a parlare di cattiva madre nel caso in cui essa non riesca a determinarsi a denunciare in caso di violenza assistita.

Mi spiego meglio. Il percorso per arrivare alla denuncia in una donna che subisce violenza è difficilissimo e doloroso, spesso ella non ne è consapevole perché comprendere il disvalore di ciò che ti sta succedendo a volte è incomprensibile, perché lo sta facendo la persona legata a te da un vincolo di affetto. A volte le donne che assisto mi dicono: “ ma lui è un buon padre, sui bambini non ha mai alzato un dito! Non gli fa mancare nulla”.

Il percorso che si fa con una donna che si rivolge ad un centro antiviolenza o ad una avvocata che come me segue da oltre dieci anni le donne vittime di violenza, è finalizzato proprio a far acquisire a queste donne la consapevolezza che in questi casi i minori che assistono alle violenze ed umiliazioni della propria mamma da parte del papà e che vivono in ambiente che mina la loro integrità psicofisica, stanno subendo anche loro dei reati e che in futuro potrebbero avere gravissime conseguenze a livello psicologico.

Come ho detto prima la donna potrà anche con l’aiuto delle operatrici del centro antiviolenza provvedere a redigere una segnalazione al Tribunale per i minorenni o rivolgersi al servizio sociale  del territorio che prenderà in carico il nucleo familiare.

Saranno adottati poi tutti i provvedimenti a tutela dei minori e della madre, come incontri protetti nei quali i bambini potranno incontrare il papà in luoghi neutri alla presenza di educatori specializzati, questo è solo un esempio delle tante soluzioni che nel lavoro di rete dei servizi con l’autorità giudiziaria competente si può adottare a tutela del nucleo familiare da proteggere.

Non segnalare o non denunciare la violenza assistita al pari di qualsiasi altra violenza sui minori avendone piena consapevolezza è una condotta omissiva ed equivale a commettere il reato.

INTERVISTA ALLA PSICOLOGA PATRIZIA LOMUSCIO

Dott.ssa Patrizia Lomuscio, Criminologa, Presidente Centro Antiviolenza RiscoprirSi... di Andria e socia/referente area forense di S.A.PSI Studio Associato Psicologico Educativo di Andria, socia della SIC Società Italiana di Criminologia

Dottoressa Lomuscio quali sono le ripercussioni psicologiche su un minore che assiste a violenza fisica, psicologica e verbale?

Il fare esperienza da parte del/della bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica (percosse con mani od oggetti, impedire di mangiare, bere e dormire, segregare in casa o chiudere fuori casa, impedire l’assistenza e le cure in caso di malattia…), violenza verbale, psicologica (svalutare, insultare, isolare dalle relazioni parentali ed amicali, minacciare di picchiare, di abbandonare, di uccidere, di suicidarsi o fare stragi …), violenza sessuale (stuprare ed abusare sessualmente) e violenza economica (impedire di lavorare, sfruttare economicamente, impedire l’accesso alle risorse economiche, far indebitare…) compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori.Si includono le violenze messe in atto da minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia e gli abbandoni ed i maltrattamenti ai danni di animali domestici. Di tale violenza il/la bambino/a può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti. Quindi la violenza assistita consiste nell’Esperienza , diretta o indiretta, della violenza domestica ai danni di: figure significative, adulte o minori; minori su altri minori o su altri membri della famiglia.

Le conseguenze possono essere a medio o lungo termine diverse: paura,impotenza, colpa vergogna,bassa autostima,distacco emotivo,depressione disturbi d’ansia,aggressività, passività, dipendenza,somatizzazioni,sintomi dissociativi, abuso di sostanze, difficoltà di autoprotezione,tendenza ad essere vittimizzati, difficoltà genitoriali, trascuratezza

Gli effetti della violenza assistita variano in funzione dell’interazione e dell’equilibrio tra fattori di rischio e fattori di protezione. – Il minore vive esperienze traumatiche ripetute ed è portatore di angoscia e preoccupazione di poter perdere uno o entrambi i genitori e di essere a propria volta vittima diretta di abusi.Il bambino non ha le capacità necessarie per gestire l’evento, si sente impotente e non riesce a cogliere le reali cause che fanno scaturire il litigio. Tende così ad addossarsi le colpe delle liti tra i genitori, attribuendole al suo cattivo comportamento. Quando il bambino è spettatore di violenza di un genitore nei confronti dell’altro, si crea un enorme confusione nel suo mondo interiore su ciò che è amore, intimità e violenza. Cresce in un ambiente in cui l’abuso è considerato normale e da adulto tenderà a perpetrare la violenza, o da vittima o da carnefice.

La violenza psicologica è invisibile, ma lascia segni e ferite profonde nell’anima di chi la subisce, può dirci quali danni alla persona arreca e quali i percorsi da intraprendere per chi la subisce?

La condizione di violenza esperita nell’ambito delle relazioni affettive significative, determina una particolare condizione di fragilità interna che espone le vittime alla malattia, a cui si aggiunge una difficoltà persistente ad occuparsi di sé, sia dal punto di vista fisico che mentale. La sofferenza che le vittime di violenza vivono, spesso si traduce in veri e propri sintomi psichici o psicosomatici, molti disturbi di attacchi di panico, molte manifestazioni ansiose con fobie associate, specialmente claustro e agorafobia, sintomi ossessivi-compulsivi, quali un controllo ossessivo delle proprie azioni, somatizzazioni, nervosismo, attacchi d’ira o crisi di pianto, palpitazioni, percezioni di inutilità, sensazione di solitudine, perdita dell’interesse sessuale, mancanza di interessi, trovano tutti la loro origine in rapporti protratti di maltrattamento.

Quali effetti ha la manipolazione e l’uso di un minore all’interno della dinamica della coppia, dove spesso vediamo i genitori “utilizzare” il figlio a discapito o come arma contro l’altro?

Gli effetti possono essere devastanti.

Il minore che è manipolato e usato psicologicamente da uno dei due genitori quale problematiche sviluppa?

Sicuramente insicurezza di base, con tutte le relative conseguenze soprattutto nell’ambito relazionale.

In caso di separazione giudiziale, vengono chiamati esperti, anche psicologici, a valutare i componenti della famiglia, in questo caso anche il minore, lei ha o ha avuto esperienza in questo contesto? E quanto il bambino o la bambina ne risentono emotivamente a vivere una vicenda simile?

In qualità di Presidente del CAV RiscoprirSi… spesso mi ritrovo di fronte a situazioni di questo tipo, ancor più in qualità di referente dell’area forense di S.A.PSI dove mi occupo prevalentemente di consulenze tecniche svolte non solo in Puglia ma in varie parti d’Italia  di separazioni conflittuali o dove si presuma ci siano stati dei maltrattamenti e le situazioni sono sempre molto simili tra loro. I figli possono risentire molto in queste situazioni se i professionisti che valutano tali situazioni non sono ben preparati ad ascoltare i bambini.

Le barriere e gli ostacoli incontrati da molti ricercatori in materia sono importanti perché esse rappresentano e simboleggiano la volontà di mettere a tacere e bloccare la voce dei bambini e dei giovani.Tra gli ostacoli principali riscontrati ci sono le preoccupazioni, da parte delle organizzazioni e dei professionisti, circa la ri-traumatizzazione che potrebbe esser provocata dopo il colloquio  e quelle di essere essi stessi osservati e sottoposti a critiche – quindi una sorta di protezione della propria reputazione professionale.

Quali consigli si sente di dare alle madri che insieme ai loro figli sono vittime di violenza assistita. E quale ruolo gioca secondo lei la società, la scuola, le istituzioni nel sensibilizzare e prendere in carico il problema?

Alle madri di chiedere aiuto non solo per tutelare se stessa ma soprattutto per tutelare i figli. C’è una maggiore consapevolezza negli ultimi anni della violenza tuttavia mi sembra chec’è ancora tanta strada da fare per davvero promuovere un vero cambiamento.I n Italia invece il sistema preventivo stenta a decollare, nonostante alcune isolate buone prassi: ci si limita, nei casi più gravi ed evidenti, alla segnalazione all’Autorità giudiziaria, mentre sui casi sospetti o più difficili da diagnosticare, rispetto alla presenza dei fattori di rischio, non si hanno gli strumenti per intervenire.Tra le raccomandazioni dell’indagine per il Governo e la Conferenza delle Regioni ci sono l’istituzione di un sistema permanente di raccolta dati sul maltrattamento; istituzione di un Piano nazionale di contrasto, prevenzione e cura con l’allocazione di adeguate risorse per le amministrazioni nazionali, regionali e comunali competenti; creazione di un Organismo di Coordinamento interistituzionale sul maltrattamento e, non da ultimo, adozione di Linee Guida nazionali sulla prevenzione e protezione dalla violenza sui bambini e adolescenti, che ancora oggi, incredibilmente, non esistono. Sul fronte della cura e riparazione dell’abuso, il Servizio sanitario nazionale presenta alcune esperienze di eccellenza, in particolare per il settore psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, i servizi e i centri che si occupano di prestazioni sanitarie per bambini vittime di maltrattamento, non possiedono specifiche norme per l’autorizzazione e l’accreditamento. Una grave carenza delle Regioni che precarizza il ruolo di questi servizi, spesso oggetto di rilevanti tagli negli ultimi anni, e che incide sulla qualità dell’offerta ai bambini e alle famiglie.

Il minore che assiste alla violenza su sua madre, può al contempo sviluppare aggressività, rabbia e violenza, come intervenire, per non far si che diventi un futuro uomo adulto che compie abusi?

Bisogna intervenire in tempo e nel giusto modo.

E infine Dottoressa Lomuscio, quanto è importante per lei segnalare situazioni di violenza assistita,  a tutela soprattutto del minore, perché spesso si sottovaluta il problema e si lascia cadere nell’indifferenza e nel “ meglio che mi faccio gli affari miei” situazioni al contrario che vanno portate alla luce per il bene innanzitutto dei bambini che non hanno gli strumenti né per difendersi né per poter intervenire nella vicenda che vivono in maniera adeguata.

E’ fondamentale che ogni adulto/a si assuma la responsabilità di segnalare alle autorità competenti eventuali situazioni di pregiudizio nei confronti di un minore…