Il SudEst

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Fake news: la risposta autoritaria del PD

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di MARCO SPAGNUOLO

Il tema delle fake news è diventato, da leitmotiv del dibattito italiano sull’informazione, elemento centrale dell’attuale campagna elettorale del PD.

 

Questo  passaggio, ossia la politicizzazione e l’uso istituzionale del dibattito, si è avuto in questo  momento in vista del massiccio rapporto tra il ricorrere alla “bufala” e il suo uso tra i movimenti e i leader populisti.

I giovani, soprattutto quelli delle ultime due generazioni, cosa pensano delle fake news e qual è il rapporto che hanno con esse? Non vi sono dati Istat a riguardo, ma è chiaro come le generazioni più giovani stiano pian piano acquisendo degli anticorpi alle fake news, rispetto ai propri genitori e a chi ha iniziato ad interfacciarsi al mondo dell’informazione online in tarda età. Difatti, il termine fake news non indica solamente la classica “bufala”, ma anche articoli con titoli escogitati ad hoc per far aprire il link e ottenere visualizzazioni (i click-bait) e pubblicità invadenti che attirano i visitatori di siti e/o applicazioni ad aprire un sito di compravendita di prodotti e/o servizi. I più giovani, cresciuti giocando online o con applicazioni perennemente in fuga da questi link, hanno imparato pian piano a non cedere alla tentazione di aprire alcuna pubblicità con slogan altisonanti – così, questa sicurezza è stata trasmessa riguardo i link di giornali e/o blog semisconosciuti dai titoli accattivanti.

Certo, il tema delle fake news è uno dei più accesi tra ragazze e ragazzi, e va problematizzato entro il contesto storico che si sta vivendo in Italia dagli ultimi trent’anni. Non è esatto ricorrere ad un punto di vista cinico secondo il quale “la Storia la scrivono i vincitori”, ma già nel Novecento – e molto prima – quello delle “bufale” era un problema. Ma perché venti, trenta, quarant’anni fa e giù di lì, una “bufala” veniva immediatamente risolta in una risata e non creava ondate di approvazione – con tutte le conseguenze dell’andar dietro a notizie false? Perché l’informazione, quando era cartacea e si fondava su giornali riconosciuti, semmai su fanzine giovanili e giornali di controinformazione, aveva gli anticorpi di un sapere politico e di una costante partecipazione alla vita pubblica. Perché i cittadini si sentivano sempre parte di qualcosa, e ricercavano le notizie su giornali e tv per partecipare meglio, per sentirsi più in grado di affrontare insieme agli altri la vita pubblica – che fosse la giornata lavorativa o l’assemblea di sindacato e partito o semplicemente il confrontarsi con i coetanei in un’uscita collettiva nel fine settimana. Oggi, invece, con la caduta del riconoscimento di se stessi all’interno di spazi di partecipazione politica e non, la pratica del confrontarsi su temi vicini e lontani si è persa, mentre si è andata sempre più acquistando la pratica del “rumoreggiare”. Ed è proprio sull’abitudine al rumoreggiare, al dare immediatamente un’opinione senza dover riflettere sull’oggetto della discussione, al pettegolezzo – è proprio da questa abitudine che le nuove generazioni si mostrano più scoperte a notizie false, specie se sottoforma di “click-bait”.

Dunque, da problema prettamente culturale, quello delle fake news è stato assunto come problema politico: la democrazia è sotto attacco, si sostiene, da orde di ignoranti che corrono dietro notizie false e montate ad hoc per suscitare indignazione contro il politico di turno. Una seria discussione politica a riguardo non può prescindere dai dati sulla qualità dell’istruzione e sulla partecipazione alla vita culturale: Istat, nel 2016, sottolineò come il 58% degli italiani non legga alcun libro, il 20% occasionalmente, il 16% è un abituale lettore, mentre solo il 16% legge oltre 12 libri l’anno – cioè almeno uno al mese. Tuttavia, la retorica del Partito Democratico a riguardo non parte da questo punto di vista, ma da quello di creare una verità istituzionale, restituendo l’idea di centralismo e di verticismo insita nel suo modus operandi. Cioè che l’italiano non si deve informare, ma deve essere informato: innanzitutto rendere passivo il cittadino, poi neutralizzare l’informazione, infine calare le notizie dalle istituzioni ai singoli lettori attraverso canali d’informazione ad un’unica voce.