Il SudEst

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Lavoratori precari e subalterni: i nuovi schiavi?

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di NICO CATALANO

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Inps sul mercato del lavoro, in Italia nel 2017

 

si è registrato un saldo negativo delle assunzioni e un crollo dei contratti a tempo indeterminato evidenziato soprattutto nel mese di novembre dell'anno appena passato, mentre sono quasi raddoppiati invece i contratti di lavoro a chiamata, quelli in cui ad esempio un'azienda prima licenzia il lavoratore e poi lo riassume magari a partita iva ma senza nessuna protezione e con zero tutele.

Una conseguenza questa probabilmente del Jobs Act di Renzi, anche se la cosa più importante è  il fatto che nel nostro Paese sta sempre più scomparendo il lavoro come è stato concepito fino ad ora, così come quello che hanno svolto i nostri nonni e  padri ed assieme ad esso stanno scomparendo anche i diritti dei lavoratori che caratterizzavano uno Stato civile e democratico, proprio quei diritti conquistati nel tempo grazie alle lotte e ai sacrifici effettuati dalle generazioni precedenti.

Infatti le vecchie tipologie di lavoro sono state sempre più sostituite dalle nuove diverse  forme contrattuali, una miriade di contratti  caratterizzati sia da una marcata precarietà così come anche da una forte subalternità del lavoratore verso l'impresa assieme alla presenza quasi sempre costante di salari bassissimi coniugati a richieste di prestazioni lavorative elevate spesso senza nessuna sicurezza.

Tutto ciò è stato possibile, sia alla mancanza totale negli ultimi decenni di forze politiche che hanno posto al centro della loro azione la difesa dei lavoratori  ma anche grazie ad un'azione sindacale poco incisiva in questi anni caratterizzati da quella “post democrazia globale”  per usare dei termini molto cari al sociologo britannico Colin Crouch ossia una forma di atrofia delle democrazie occidentali avviate  inesorabilmente verso delle oligarchie dominate da élite, uno stato post-feudale saldamente nelle mani della nuova aristocrazia rappresentata dalle grandi imprese transnazionali,  multinazionali legittimate democraticamente per esercitare il potere tramite un collaudato sistema basato da “porte girevoli” in cui manager di impresa e pubblici amministratori si scambiano a vicenda ruoli e comode poltrone, un meccanismo perfetto utile solo per fare aumentare a dismisura i profitti delle corporation a scapito dei tanti diritti, tra cui quelli del mondo del lavoro mortificato da leggi e normative fatte passare come utili riforme.

Una situazione così evidente che persino il quotidiano "Il Sole 24 Ore" da sempre vicino alla Confindustria in un articolo pubblicato on-line in questi giorni a firma di Alberto Annicchiarico in una presa di posizione paradossale è stato costretto ad ammettere che "così come nei secoli passati, l'impero Romano prosperava grazie alla schiavitù anche l'attuale sistema globale si alimenta di ben altri schiavi : i lavoratori senza tutele e sicurezze" un esercito di «working poor», con bassi salari e pochissimi diritti, lavoratori che subiscono l'azione brutale di ben altre catene: quelle della precarietà e della subalternità tra i silenzi di una politica sempre più distratta e lontana.