Iscrizioni scolastiche

Venerdì 02 Febbraio 2018 00:00
Stampa

di VALERIA BRUCCOLA

L'orientamento targato di Confindustria


Negli ultimi giorni utili per effettuare l'iscrizione dei ragazzi e delle ragazze alle scuole secondarie di secondo grado, una lettera ha aperto “nuovi orizzonti” rispetto all'orientamento scolastico che, normalmente impegna le scuole per cercare di indirizzare i propri alunni verso l'indirizzare di studi superiori a loro più congeniale. Da insegnante, nei vari anni, mi sono sempre sentita di rassicurare i ragazzi consigliando loro di guardare dentro di sé, di seguire le loro inclinazioni ma anche i loro sogni, che spesso sono un traino nei momenti di difficoltà e che, anche secondo il parere di autorevoli pensatori contemporanei, sono stati abbandonati dei nostri giovani, lasciando spazio ad un disarmante nichilismo.

È successo nella provincia di Cuneo, dove il presidente locale di Confindustria ha scritto una garbata lettera indirizzata ai genitori dei ragazzi in procinto di iscriversi al ciclo di studi secondari superiori, nella quale sostiene di esseri sentito in dovere di informarli circa l'esigenza di manodopera degli imprenditori della sua provincia, caratterizzata da industria manifatturiera. Si rivolge direttamente a loro, non ai ragazzi, dichiarando di sapere che molti di loro si trovano “ad affrontare una difficile decisione: la scelta della scuola superiore per il proprio figlio. Una scelta dalla quale dipenderà gran parte del suo futuro lavorativo, ma che spesso viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all'esame obiettivo della realtà”.

Tutto sembra assai razionale, un incipit diretto e dal messaggio chiarissimo, se non fosse che da esso traspare qualcosa che, visto con gli occhi di chi pensa la scuola come un'istituzione che va ben oltre la formazione di “lavoratori”, va non soltanto commentato e quanto più possibile contrastato. Da quando per deriva politica e istituzionale la scuola ha perso il suo connotato, ammettendo che soggetti esterni possano intervenire pesantemente nella sua organizzazione fino ad alterarne il volto, tutti si sentono autorizzati a parlare di scuola come fossero autorevoli. Capita quasi quotidianamente: giornalisti, economisti, banchieri e non ultimi gli imprenditori che forse, dopo l'affermazione dell'alternanza scuola-lavoro come parte importante del percorso scolastico, hanno preso troppo piede nel sentire la scuola come un bacino di potenziali braccia da lavoro. Che nel futuro di ciascun ragazzo e ragazza ci sia il lavoro come la necessaria forma di inserimento e affermazione sociale potrebbe essere innegabile, ma ciò che concettualmente è inaccettabile è continuare a riprodurre, pensando di fare bene, stereotipi che creano una gerarchia sia in ambito scolastico che, conseguentemente, lavorativo.

Nell'invito a considerare la realtà, infatti, è difficile non vedere che già la scelta della scuola dovrebbe, secondo la visione “industriale”, ricadere su opzioni spendibili in termini pratici, abbandonando la parte emotiva, quella ideale, che probabilmente veicola verso orizzonti culturali utopici e non spendibili in termini lavorativi.  Con le considerazioni contenute in quella lettera, si continua a riproporre un'ideologia bieca quanto ottusa secondo la quale non serve che un “operaio” sia colto, non importa se sappia o meno analizzare criticamente la propria società, il suo tempo, il contesto. Basta che impari un mestiere e che guardi al mondo del lavoro come un obiettivo unico ed esistenziale.

Questa riaffermazione di stereotipi culturali, prima ancora che sociali, che la scuola come istituzione costituzionale aveva cercato negli anni di contrastare, stanno riaffiorando in maniera prepotente, con conseguenze inevitabili sulla costruzione di un immaginario collettivo che calca la mano sull'utilità, sull'ottimizzazione, sulla produttività come unici riferimenti possibili.

Che il problema del lavoro sia tutt'altro che secondario è inopinabile ma certamente non si risolve con la riduzione degli anni di frequenza alle scuole superiori, da cinque a quattro, come il governo attuale si è affrettato a promuovere e incentivare, né tanto meno svilendo il ruolo della scuola, ben più ampio rispetto all'idea del “collocamento” che si sta affermando in questi anni.

La cultura del lavoro, della sua funzione strumentale rispetto alla vita, si costruisce in altro modo, anche e soprattutto adeguando le retribuzioni e rendendo più appetibili in termini di retribuzione anche occupazioni meno ambite. Invece, la logica dello sfruttamento non è stata affatto contrastata, anzi, recenti formule come il “jobs act” di matrice renziana, ne hanno esteso la portata.

Forse le intenzioni della lettera saranno state le migliori, ma dalla tradizione popolare ci arriva un monito, circa le destinazioni inquietanti alle quali a volte possono condurre. Ormai lo svilimento del ruolo costituzionale della scuola è ampiamente in atto e questo non potrà che portare ad un'involuzione pericolosa sia in termini sociali che culturali. È necessario mettere subito ordine su ruoli e finalità ed evitare di acuire derive che promettono di ricreare scenari socioculturali e gerarchie di matrice socioeconomica che credevamo definitivamente alle spalle.