Il SudEst

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Il vero problema è il Mais OGM?

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di NICO CATALANO

In questi giorni quasi tutti i media nazionali, stanno enfatizzando i risultati di uno studio effettuato dal gruppo di ricerca guidato dalla Prof.ssa Ercoli dell’Università di Pisa, che in seguito ad un esame certosino di tutte le ricerche scientifiche svolte negli ultimi vent'anni in merito all'argomento OGM, ha concluso con la certezza assoluta  della non pericolosità del mais transgenico per la salute umana, animale e ambientale.


La sperimentazione effettuata dagli studiosi dell'Università Toscana, a detta degli stessi, non ha interessato gli aspetti politici ma  solo l'elaborazione puntuale dei dati scientifici, tanto da portare questi ad enunciare con sicurezza come l’analisi da loro elaborata fornisce "finalmente" la soluzione al pubblico dibattito in merito alla “probabile” pericolosità degli stessi OGM, un assunto che ha scatenato i sostenitori del transgenico sino al punto da fare passare una tesi scientifica parziale anche se autorevole, in una vera e propria conclusione peraltro univoca, tanto da definire antiscientifica ogni voce di dissenso alle risultanze dello studio pubblicato dai ricercatori pisani.

Bisogna sottolineare invece, che  le certezze conclusive divulgate con la ricerca in questione, non entrano in merito all’argomento così come i giornali ed i servizi delle diverse emittenti televisive, mettendo in atto una vera e propria mistificazione, come spesso purtroppo avviene nel nostro Paese in generale con  l’informazione, tanto da trarre in inganno anche un pubblico attento ed informato.

Infatti il problema non è lo stucchevole dibattito incentrato sul dualismo “nuoce/non nuoce alla salute” quel superficiale, ultra ripetuto “mantra” utile soltanto nel fare guadagnare a qualcuno le prime pagine dei giornali, i nodi non risolti e quindi elusi anche dagli studi in questione sono altri e più importanti, ossia quello di accettare non solo il mais OGM ma il modello di cui esso è parte, quel sistema economico forgiato e controllato dalle multinazionali dell’ Agroindustria, corporation ad integrazione economica verticale ed orizzontale che gestiscono in toto le filiere alimentari, imponendo le loro volontà in termini di fattori da utilizzare, metodi, colture da produrre e prezzi di vendita a produttori e consumatori, sfruttando in un mercato globale ormai senza regole ed etica sia il lavoro dell’uomo così come l’ambiente.

Lo studio, peraltro in verità scrupoloso e attento, basato sull’analisi di circa 12 mila osservazioni sperimentali, riguardanti non la salute dell’uomo ma parametri come la qualità della granella, tra cui il contenuto in micotossine, il contenuto di lignina negli stocchi e nelle foglie del mais, le perdite di peso della biomassa vegetale e l’emissione di CO2 dal suolo, non specifica la cosa più importante, scandita nei titoli dei giornali e cioè come tutti questi fattori possano influire sulla diminuzione dei rischi per l’ambiente e per l’uomo;

peraltro un minore contenuto in micotossine cancerogene ( la ricerca parla del 29% in meno) non significa affatto nessun rischio per l’uomo, come invece è affermato dai titoli dei media, forse omettendo sia che già la UE impedisce la commercializzazione di mais contaminati da micotossine e che gli stessi risultati, ossia di una riduzione effettiva dei danni derivati da insetti e funghi da cui derivano anche le stesse micotossine, con abbattimento ancora più alto (circa il 95%) si sono ottenuti evitando di coltivare il mais in monocoltura intensiva, oppure utilizzando metodi di agricoltura biologica, quindi rispettose di uomini, animali e dei cicli ecologici come dimostrano le ricerche effettuate da un gruppo di Università con capofila l’Università Cattolica di Piacenza.

I risultati nefasti di quella rivoluzione verde spacciata negli scorsi decenni come "la panacea contro tutti i mali della terra" sono sotto gli occhi di tutte e tutti, le colture intensive ottenute con l’utilizzo di diserbanti, fertilizzanti derivati dalla chimica di sintesi, pesticidi e con molto consumo di risorse non riproducibili, limitate come acqua, fertilità del suolo e combustibili fossili, oltre ad avere creato dei seri problemi all'ambiente e alla biodiversità sempre più minacciata da questo tipo di agricoltura, nei fatti non sono più redditizie e nel contempo non hanno neanche sconfitto la fame nel mondo, creando un serio problema ingiustizia e di riequilibrio delle risorse, grazie a quella sovrapproduzione, rappresentata da oltre un terzo di produzione agroalimentare che finisce nella spazzatura dei Paesi cosìdetti “sviluppati”.

La questione è ben più ampia e riguarda la libertà di scegliere cosa coltivare e mangiare, come farlo nel rispetto dell'ecologia, della biodiversità, dei coltivatori e dei lavoratori, ovvero il rispetto di quella sovranità alimentare ecologica che attende da tempo risposte concrete sia dalla scienza così come dalla politica di questo Paese.