Il SudEst

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Intervista a Marilina Lucia Castiglioni: architetto, mamma e presidente dell’Associazione Sharazade

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di MADDALENA CELANO

Cultura e Spettacolo senza frontiere


1. Marilina Castiglioni, la tua vocazione di attivista per i diritti umani nasce con il viaggio, in particolare con la scoperta del continente africano che per te ha significato molto. A quando risale il tuo primo viaggio e quanti anni avevi?

La mia vocazione per il sociale nasce da ragazzina: la nascita di mio fratello con Sindrome di Down quando io avevo 12 anni, la sua morte prematura, la decisione di mia madre di creare un’associazione per le famiglie ha senza dubbio modificato la mia sensibilità nei confronti degli altri. Il mio primo viaggio in Africa, che è avvenuto nel 1985, è stato il momento in cui ho incontrato un mondo  selvaggio, spaventoso, accogliente, magico, intrigante... avevo poco più di vent'anni ed era il mio primo viaggio quasi da sola all'estero… Sono partita in effetti con un compagno di studi ivoriano conosciuto al liceo che non apparteneva al gruppo dei ragazzi africani, figli di diplomatici a Milano, che approdavano al Collegio De Filippi a Varese per conseguire un diploma. In quegli anni l’immigrazione verso l’Italia che conosciamo oggi, era praticamente assente nelle zone in cui vivevo, quindi Davide che era in Italia per studiare e che lavorava la notte per mantenersi era una vera rarità. Quando organizzò il suo ritorno a casa, dopo un lustro in Italia a lavare i piatti per i ristoranti e un diploma in tasca, utilizzando uno dei primi voli low cost da Marsiglia, io mi accodai al suo viaggio praticamente all’ultimo minuto, senza avere ben chiaro come e dove avrei passato i successivi due mesi. Così mi ritrovai catapultata in Burkina Faso, dove avremmo dovuto fare solo uno scalo tecnico, ma che si trasformò in un soggiorno di una ventina di giorni a causa di uno dei numerosi tentativi di colpo di stato ai danni di Thomas Sankara.

Ho un ricordo stupendo di Ouagadougou, una città di sconvolgente africanitá...l'odore dei manghi, la polvere rossa, le biciclette ovunque, la moschea dove all'interno volavano le rondini... le tanties (ziette) che preparavano il cibo sulla strada.. Ero anche spaventata da morire, ma non abbastanza da farmi restare chiusa in una stanza d’albergo, per quanto abbrustolita dalla testa ai piedi da un sole che alle sei del mattino – scendendo dall’aereo in una pista senza alcuna protezione o autobus di cortesia - era riuscito a procurarmi delle ustioni di secondo grado. Ricordo che la notte piangevo per il dolore delle ustioni e la disperazione di essere in un luogo così alieno, ma di giorno volevo andare dovunque. Sono anche andata al cinema: un’immensa sala con tanti pilastri dove non c’erano posti a sedere, zeppa di giovani che parlavano, ridevano, saltavano, si accalcavano per vedere meglio un film di cui non capii assolutamente nulla. La ragazza che mi aveva presa sotto la sua ala protettrice mi portava a vedere i coccodrilli del lago intorno alla residenza presidenziale, rideva nel vedere le mie espressioni attonite di fronte ai numerosi cartelli a caratteri cubitali e immagini esplicative in cui venivano spiegati alle donne i vari metodi contraccettivi, mi diceva che ogni albero per bloccare la desertificazione era stato piantato da un impiegato statale come sua sorella maggiore, che lavorava al centralino dell’ambasciata dei Paesi Bassi e che il sabato era obbligata a prestare la propria opera in attività sociali gratuite, come mettere le traversine del treno, piantare alberi o costruire scuole. Ovunque girassi gli occhi c’era il segno dei combattimenti avvenuti qualche ora prima del mio arrivo: buchi sui muri da raffiche di mitra, vetri a pezzi, automobili bruciate, eppure sembrava che fosse tutto consueto, accettabile in questa città che si estendeva piatta per chilometri e che sembrava comunque un borgo di campagna con le capre che pascolavano i radi cespugli sulle strade di terra, le donne che rassettavano gli ingressi delle case dalla polvere e i grandi cartelli della FAO e della Croce rossa internazionale ad ogni angolo di strada che informavano dei denari spesi in qualche attività filantropica di cui, peraltro, non c’era altra traccia.

2. Sei una delle pochissime donne italiane che hanno avuto l’opportunità di guardare fisso negli occhi Thomas Sankara, allora presidente del Burkina Faso.

Il 15 ottobre 1987 fu assassinato in un colpo di stato guidato dal suo ex-fratellastro e miglior amico Blaise Campaoré, che continuò a guidare il paese per i 27 anni successivi. Thomas Sankara è noto con il nomignolo Che Guevara dell’Africa, e stava perseguendo un progetto politico descritto come di portata rivoluzionaria. E a differenza di molte altre icone africane, come Steve Biko del Sud Africa, ha provato - almeno per un certo periodo - a trasformare la sua visione politica in realtà concreta.

Una delle priorità di Sankara fu di combattere la desertificazione del suo paese.

Mandò 200.000 persone a piantare alberi, impedendo agli animali nomadi di spogliare la terra della vegetazione.

Abbiamo visto soluzioni domestiche implementate per superare problemi di malnutrizione e povertà - ad esempio, furono costruite diverse "diguette", muri di pietra che bloccano il terreno fertile che scorre via dall'arida terra agricola quando piove, permettendo di coltivare colture più abbondanti.

Le statistiche suggeriscono che le politiche attuate da Sankara, durante i suoi brevi quattro anni in carica, produssero risultati sorprendenti. La frequenza scolastica passò dal 6% al 22%, milioni di bambini furono vaccinati e 10 milioni di alberi sono stati piantati. Il numero delle donne al governo salì alle stelle, le mutilazioni genitali femminili furono bandite e la contraccezione è stata promossa. Cosa ricordi, in particolare, del processo rivoluzionario?

Thomas Sankara, e il suo progetto rivoluzionario per uno dei paesi più poveri del mondo, lo apprezzai anni dopo, allora ero una giovane donna molto ignorante su tutto ciò che mi trovai ad osservare e ancora oggi me ne dispiaccio. Posso dire, senza retorica, che la gente mi apparse felice, aperta, curiosa e disponibile; se penso che si trovavano tutti in una situazione di precarietà estrema mi sembra impossibile che potessero essere così gioiosi e pieni di fiducia. Non ho visto militari, non ho subito controlli se non al mio arrivo e durante il viaggio in treno verso la Costa d’Avorio, nessuno mi ha impedito di entrare nella moschea o altrove e i miei abiti non sono stati motivo di scandalo per quanto mostrassi le gambe molto più di quanto era usuale tra le donne del posto. I bambini andavano a scuola e le persone conducevano una vita normale nell’estrema povertà in cui vivevano. Io non mi rendevo ben conto della effettiva situazione, per me era tutto così nuovo e inusuale, non avevo alcun metro di riferimento, nemmeno nei periodi più cupi degli “anni di piombo” in Italia avevo avuto esperienza di un colpo di stato armato.

Ad un certo punto, visto che non c’era alcuna possibilità di proseguire il mio viaggio verso la Costa d’Avorio, ho cominciato ad accettare gli inviti delle persone che mi avvicinavano: a casa dell’Imam più importante della città, che portava lo stesso cognome del Presidente Thomas Sankara, ho fatto piangere a dirotto la figlia più piccola perchè l’ho presa in braccio e lei non aveva mai visto una bianca e si è spaventata enormemente. Ho anche compiuto un atto ritenuto molto sconveniente, come stringere la mano salutando a viso scoperto il padrone di casa, perché non sapevo ancora nulla degli usi musulmani. Un’azione che obbligò l’anziano imam ad accogliermi nella sua famiglia come figlia adottiva – per la qual cosa, seppure in maniera tanto inusuale - sono diventata anch’io una Sankara.

3. Il capitano Sankara sfidò i vecchi centri del potere in Burkina Faso: i leader tradizionali e i grandi affari, ma anche il patriarcato.

Thomas Sankara, a una manifestazione di donne riguardo al loro ruolo cruciale nella società, l'8 marzo 1987, affermò pubblicamente sulla donna:

"L'essere umano, questa vasta e complessa combinazione di dolore e gioia, solitaria e abbandonata, eppure creatrice di tutta l'umanità, sofferente, frustrata e umiliata, eppure fonte inesauribile di felicità per ognuno di noi, questa fonte di affetto senza eguali, che ispira il coraggio più inaspettato, questo essere chiamato debole ma che possiede un'incredibile capacità di ispirarci a prendere la strada dell'onore, questo essere di carne e sangue e di convinzione spirituale - questo è essere donna, questo siete.

Voi siete le nostre madri, le compagne di vita, le nostre compagne in lotta e per questo motivo dovreste affermarvi di diritto come partner alla pari nelle gioiose feste della vittoria della rivoluzione. Dobbiamo restituire all'umanità la vostra vera immagine, facendo prevalere il regno della libertà sulle differenziazioni imposte dalla natura ed eliminando ogni tipo d’ipocrisia che sostiene lo sfruttamento spudorato delle donne".

Il primo passo è cercare di capire come funziona questo sistema per coglierne la vera natura, in tutti i suoi aspetti più sottili, al fine di elaborare una linea d'azione che possa portare alla totale emancipazione delle donne.

Lo stato delle donne migliorerà solo con l'eliminazione del sistema che le sfrutta. Attraverso le diverse fasi in cui il patriarcato ha trionfato, vi sono stati stretti parallelismi tra genere, classe e oppressione razziale.

Non sorprende quindi che nella sua fase di conquista, il sistema capitalista sia il sistema economico che ha sfruttato le donne nel modo più sfacciato e più sofisticato. La donna, a prescindere dal rango sociale, è schiacciata non solo all'interno della sua classe, ma anche da altre classi. Questo è il caso anche delle donne che appartengono alle classi sfruttatrici. Che cosa pensi dell’attuale condizione femminile? Cosa pensi del femminismo di terza ondata post-moderno, sex-positive?

Hai fatto una lunghissima premessa per chiedere il mio pensiero sulla condizione femminile e sui femminismi, permettimi di risponderti con una piccola divagazione nel personale: quando negli anni settanta le grandi conquiste femminili cambiarono il modo di pensare alle donne e al sesso, ero ancora una bambina, figlia di genitori che non approvavano il nuovo modo di pensare e si rifiutavano anche di parlare di ogni argomento legato in qualche modo alla sessualità. In seguito ringraziai l’educazione puritana e repressiva che mi aveva impedito di sperimentare la mia libera sessualità in Africa Occidentale che - scoprii più tardi – nel 1985 era devastata dalla proliferazione dell’AIDS.

Nonostante il mio background sono e mi riconosco femminista. Penso che i movimenti femministi siano stati indispensabili per restituire parità tra gli esseri umani a qualunque genere appartengano. Mi sfugge tuttavia l’apporto costruttivo del movimento sex-positive che propugna una libertà sessuale che finisce con l’essere finalizzata alla mercificazione del corpo. Ritengo che non vi sia nulla di positivo per nessuno nel rivendicare la libertà di vendere sesso o affittare uteri, a maggior ragione in una società che resiste tenacemente nel considerare ineguali e subordinati alcuni esseri umani rispetto ad altri. Parlo non solo della condizione femminile, ma anche della condizione degli omosessuali, dei diversi, dei migranti e di tutta quella parte di popolazione che risulta essere inferiore nei diritti e nella considerazione globale.

Ho motivo di credere che in Africa, quando Thomas Sankara pronunciò quel magnifico discorso sulle donne che tu citi, le donne in Africa  Occidentale   fossero molto più libere, partecipi e uguali di quanto non lo siano oggi. Le varie culture tradizionali (nella sola Costa d’Avorio sono presenti più di cinquanta etnie differenti) non consideravano le donne inferiori, anche perché, in alcuni casi, si trattava di tribù matriarcali. Purtroppo con la globalizzazione, l’avvento dell’islamizzazione e il neo colonialismo imposto dalle multinazionali occidentali, la situazione femminile è degenerata. Nel mio primo viaggio in Burkina Faso e poi in Costa d’Avorio, non incontrai nessuna donna velata o con il burka, la pratica delle mutilazioni genitali era già retaggio del passato, le donne insoddisfatte del proprio matrimonio divorziavano facilmente, lavoravano anche in posizioni importanti, partecipavano alla politica e la prostituzione era un fenomeno molto limitato.

Nei miei viaggi successivi in Costa d’Avorio, il mondo patriarcale esportato dall’occidente, i lavoratori immigrati dal Medio Oriente e i neocolonialisti francesi hanno fatto crescere esponenzialmente la prostituzione anche minorile; questo modo di pensare ha portato alla violenza sulle donne, alla diffidenza nei confronti dei diversi e degli stranieri, all’odio per le minoranze religiose e culturali. Ad Abidjan nel 2004 ho visto l’esplosione degli odii nazionalistici e, per la prima volta ho sentito porre la questione dello ius soli e dello ius sanguinis per frantumare un paese e renderlo ingovernabile.

4. È vero che la donna lavoratrice e l'uomo sono sfruttati entrambi economicamente, ma la moglie operaia è anche condannata ulteriormente al silenzio dal marito lavoratore. Questo è lo stesso metodo usato dagli uomini per dominare gli altri uomini. L'uomo, non importa quanto sia oppresso, ha un altro essere umano da opprimere: sua moglie. Quando parliamo del vile sistema dell'apartheid, per esempio, i nostri pensieri e le nostre emozioni si rivolgono a neri sfruttati e oppressi. Ma dimentichiamo la donna nera che deve sopportare anche un marito violento. Cosa proporresti per il superamento della segregazione femminile e dell’ apartheid razziale (di fatto ancora vigente in molte nazioni e, subdolamente, tollerato anche in Italia) ?

Non posseggo una ricetta per oppormi alla  regressione etica di cui siamo testimoni che porta a considerare gli esseri umani diversamente a seconda del denaro che hanno in tasca, del loro genere, del luogo da cui provengono, delle loro capacità fisiche e mentali o molto più semplicemente a seconda del colore della pelle o della religione che professano. Di certo mi ribello al fascismo che sta alla base di questi atteggiamenti in ogni modo sia legittimamente possibile, sia come singolo che come rappresentante di un’associazione nata soprattutto per far fronte a questo imbarbarimento inaccettabile della società a cui volente o nolente appartengo.

Sento come assoluta priorità la necessità di forzare le menti e il cuore delle persone che mi stanno intorno raccontando loro che altri mondi esistono e coesistono al nostro. Sharazade era la cantrice delle Mille e una notte, colei che raccontava per non soccombere alla violenza di un uomo; da lei ho colto il nome e il senso per l’associazione che ho fondato quasi dieci anni fa e che rappresento.

“Sharazade – Cultura e Spettacolo senza frontiere” è la mia risposta alle diseguaglianze, un minuscolo cuneo per forzare uno status quo che vede le donne, gli omosessuali e LGBT, gli stranieri e i disabili, ignorati e ghettizzati, soccombere alle leggi di mercato. Perché se è vero che Sharazade propone spettacoli e momenti di riflessione anche ludici, lo fa con il primario intento di affermare i diritti civili di ciascuno.

5. Quali sono i prossimi progetti culturali e sociali dell’Associazione Sharazade - Cultura e Spettacolo senza frontiere, in cantiere?

Come sempre i progetti sono tanti e molteplici, in molti casi sono condivisi con altre associazioni e movimenti. A breve ci sarà la quarta edizione della Festa dei Popoli a Lozza, un evento a cui partecipano le comunità di immigrati presenti sul territorio e che rappresenta un momento importante di conoscenza e confronto. Ogni comunità e associazione aderente porterà il proprio apporto e  la propria cultura così da proporre una caleidoscopica rappresentazione della società multietnica in cui viviamo. Ci saranno momenti di approfondimento nel corso di tutto l’anno collegabili a questo importante evento.

Con associazioni come l’ANPI e altre stiamo cercando di creare un percorso ciclabile e pedonale sul colle di San Martino, zona in cui si sono svolte le lotte partigiane in cui posare delle pietre di inciampo con i nomi delle donne vittime di femminicidio, perché laddove l’esempio partigiano ha avuto ragione sull’oppressione nel nostro paese si ricerchi anche lo stimolo per l’annientamento della violenza di genere.

Ci saranno convegni, eventi gastronomici, visioni di film e spettacoli teatrali, musica e tanto altro da portare nelle scuole e nelle piazze per parlare di diritti civili e raccogliere fondi per progetti mirati in Italia e all’estero

6. Come mai la scelta di entrare in politica e di aderire a Potere al Popolo?

Mi sono candidata alla Camera con Potere al Popolo anche se non avrei mai pensato di entrare in politica, tuttavia molte cose della mia vita non sono state decise a tavolino e sono state comunque belle e giuste. Credo che questa scelta sia una di queste... prima che sia troppo tardi. La partecipazione alle manifestazioni per il NO al mutamento della Costituzione mi ha riavvicinata al mondo della politica, abbandonato dopo l'università, per i miei progetti lavorativi in Africa. Ho incontrato Potere al Popolo e mi sono candidata perché questo movimento rispecchia ciò che credo sia indispensabile in politica: rispetto, condivisione, partecipazione dal basso e senso di servizio.

L'Italia è il mio paese e sono stanca della mediocrità dei politici e l'incapacità di cogliere i veri problemi di moltissimi, veicolati dal lavaggio del cervello mediatico e dai luoghi comuni. Ho una vita intensa, una famiglia e un lavoro (faccio l'architetto) impegnativi. Mi sono sempre occupata delle persone perché amo la vita e per questo partecipo come attivista per i diritti umani ad importanti realtà associative. Sono tra i promotori della sezione ANPI del paese in cui vivo, Lozza, ho fondato e dirigo Sharazade - Cultura e Spettacolo senza frontiere, mi pregio di essere tra gli attivisti di Everyone – Milano e collaboratrice di Un’altra storia.