Il SudEst

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L'Invalsi alla scuola dell'infanzia?

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di VALERIA BRUCCOLA

I tentacoli della valutazione...

Da una ricostruzione ad opera di Rossella Latempa, che incrocia una serie di dati e documenti, apprendiamo che, secondo quanto si legge in un rapporto della Commissione Europea in cui si fa riferimento esplicito alla primissima infanzia, “L’apprendimento e l’istruzione non iniziano con scuola dell’obbligo: iniziano dalla nascita. [..] Alta qualità di istruzione e cura nella prima infanzia rappresentano le fondamenta per un apprendimento permanente di successo, integrazione sociale, sviluppo personale e, poi, per l’occupabilità di ogni bambino”. Per l'OCSE, poi, che ben sappiamo si occupa della cooperazione e dello sviluppo economico, l'approccio dovrebbe essere “Starting strong”, locuzione che suggerisce una certa “energia” nell'approccio stesso rispetto ad un giusto avvio per assicurare successo e inserimento lavorativo ai singoli, passando da un'istruzione di qualità. Secondo la Latempa, in particolar modo dopo l'avvento della Buona Scuola renziana, la qualità e la valutazione chiamano in causa inevitabilmente l'INVALSI che, da un rapporto del CNEL risulta impegnato dal 2014 in un progetto pilota denominato INVALSI VIPS (Valutazione Inziale della Prontezza Scolastica e all’apprendimento), volto a individuare criteri di valutazione sulla capacità di apprendere, nonché dei suoi antecedenti, nei bambini che terminano la scuola dell’infanzia e iniziano la primaria. Sul sito dell’INVALSI non vi è alcuna traccia del progetto VIPS nella sezione infanzia ma, in quest’area, si ricorda che “l’azione della scuola può definirsi efficace quando assicura risultati a distanza nei percorsi di studio successivi o nell’inserimento nel mondo del lavoro”. Un modo molto sottile per introdurre qualcosa che sembra già in atto: avviare un piano di valutazione precoce  a partire dalla tenerissima età, utile a realizzare quel disegno sociale che possa soddisfare le esigenze del mercato del lavoro, non in termini di realizzazione della persona, come vorrebbe la nostra Costituzione, ma in termini di occupazione e, più in generale, di allineamento ad un modello economico e sociale di chiara matrice capitalistica. Già sappiamo quanto ingerente siano stati e siano tuttora i settori industriale, imprenditoriale e privato nella valutazione del sistema di istruzione, quanto inopportune e inadeguate le pretese di entrare a gamba tesa nel mondo dell'istruzione, cercando persino di orientare le scelte scolastiche dei ragazzi e delle loro famiglie al fine di garantirsi manodopera. E sappiamo anche quanto strumentale sia la valutazione sulle decisioni politiche che riguardano l'istruzione e più in generale la crescita culturale della popolazione, valutata in termini quantitativi più che qualitativi, attraverso strumenti (i test) più volte messi sotto accusa come inadatti e tendenziosi da parte di una buona parte degli studiosi e degli intellettuali italiani e non solo.

La misurazione quantitativa è parte anche del progetto VIPS, a quanto sembra curato dai ricercatori dell'INVALSI, che induce a pensare ad un “bambino costruito a tavolino”, citando la Latempa. La valutazione, in questo caso, procede da una “check list” di 33 affermazioni, chiamata ALAS (Approaches to Learning Assessment Scale), che descrivono attitudini e comportamenti del modo di apprendere del bambino (ad. es. il piccolo “è capace di concentrarsi su ciò che è necessario faccia”, “riconosce i propri errori sotto la supervisione di un adulto”, “usa strumenti di investigazione e ricerca – microscopi, lenti, scatole..”, “è capace pianificare una serie di passaggi per raggiungere la soluzione di un problema”, “mostra autodisciplina in classe” etc.). Si tratta di parametri standardizzate per bambini di 4 o 5 anni, che rilevano “le modalità di sviluppo delle abilità di base, in modo da agire in un’ottica preventiva”. Fin qui, sembrerebbe tutto “normale”. Ciò che spaventa, però, che si pensi a questo come a “uno strumento attendibile e capace di valutare quelle abilità che dovrebbero essere presenti nella quasi totalità di bambini” di quell’età, attraverso cui “individuare ritardi e lacune, più o meno gravi, che possono ostacolare la possibilità di un fluido processo di apprendimento”. Sparisce la soggettività, il percorso di vita personale e la sua unicità, l'influenza ambientale che, drammaticamente, incide profonde differenze che non possono essere viste come penalizzanti se non per il bambino che le subisce e dalle quali partire per portare tutti allo stesso livello. Il timore, invece, è che la psicosi della qualità stia dilagando a dismisura, fino sconfinare in settori dove sembra evocare quadri storici allarmanti.