Veronica Calati si racconta tra la danza popolare e l’influenza poetica di Fabrizio De Andrè

Stampa

 

di MARIA DEL ROSSO

Nostra Intervista

 


Veronica Calati è una giovane danzatrice delle terre di Puglia che attraverso la sua arte esprime la positività, l’energia e con il suo talento, determinazione e passione ha raggiunto grandi traguardi in Italia e all’ estero.

E’ conosciuta al grande pubblico per le sue esibizioni sui palchi prestigiosi italiani ed esteri e per le  partecipazioni ai diversi festivals come "Locarno Folk", "Festival Della Lingua Italiana" "Tarantelliri Festival", "Taranta Sicily Fest", "Li Ucci Festival", "Sud Sud Festival", "Basula Fest", "Festival Book And Wine", "Festival Oriente Occidente", "Battiti Live", "Popoli  Festival", "Calitri Sponz Festival", "Sibylla Folk Festival", "Notte Della Taranta".

Veronica ci racconta la sua passione per la danza popolare della sua terra, una delle danze piu’ affascinanti del Sud Italia, la pizzica pizzica e l’influenza poetica di Fabrizio De Andrè che ha caratterizzato la sua vita.

La talentuosa Calati è nata nel profondo Sud della Puglia, a Miggiano, uno dei paesi caratteristici per il mare incantevole del basso Salento, una terra magica fatta di bellezza e di folklore, di gente semplice e di tradizioni.

Sin da piccola si è appassionata alla danza, ha una formazione classica e poi si è avvicinata alla musica popolare salentina collaborando con grandi artisti e gruppi musicali.

Tra le sue tante collaborazioni ricordiamo la compagnia di danza popolare “Tarantarte” di Maristella Martella  nel 2009.  Durante la sua carriera artistica ha danzato  con diversi gruppi musicali, in Bosnia (Sarajevo e Mostar), a Sofià (Bulgaria), a Monaco di Baviera (Germania), a Locarno (Svizzera), a Budapest (Ungheria) a Corfù e l’ anno scorso  ha rappresentato la Puglia a Shenzhen, in Cina.

Veronica Calati è una danzatrice carismatica che attraverso lo sguardo,  i movimenti,

i gesti,  trasmette emozioni al pubblico e la sua immensa passione per la sua arte è da sempre riconosciuta dalla critica. Infatti, ha ricevuto i premi “Nettuno”, “Raffaello

Sanzio” e “Diego Velazquez”   dell’ Accademia “Italia in arte nel mondo”.

Attualmente Veronica vive e insegna le danze popolari a Conversano dove ha fondato l’ associazione culturale “Terra battuta”.

Negli ultimi anni Veronica è impegnata nei teatri con lo spettacolo teatrale “Morsi d’ amore” con Giusy Frallonardo, Enrico Romita, Luigia Bressan, Raffaele Tammorra, Scintilla Porfido e Miriam Lorusso. “Morsi d’ amore” verrà proposto il primo marzo al Teatro Norba a Conversano.

Veronica, sei conosciuta al grande pubblico per essere una talentuosa danzatrice di pizzica pizzica, la danza della tua terra, il Salento.

Con quale aggettivo definiresti la tua pizzica e quando danzi a chi ti ispiri?

Ti ringrazio del complimento e ne approfitto per ringraziare anche coloro che mi stimano e mi seguono e che negli anni mi hanno aiutato a trasformare la mia passione nel mio lavoro, che è una cosa bellissima, una fortuna che non tutti hanno.

Non so come definirei la mia danza. So che quando iniziai a danzare mi capitò di restare ipnotizzata, ammirando da sotto al palco,Vera di Lecce, mentre ballava con i Nidi               d’ Arac. Per me la sua danza era oltre, fuori dagli schemi. Mi ha ispirata nell’abbattere pregiudizi e nel liberare il mio carattere, mettendomi a nudo attraverso la musica, senza paura. Del resto, non si puo’ mentire quando si danza. Quando ci si abbandona alla musica, è la musica stessa a diventare la massima fonte di ispirazione.

Certe note e melodie toccano varie sfaccettature del nostro carattere che probabilmente non sapevamo neanche di avere, la musica riesce a tirare fuori semplicemente il vero che alberga sotto strati e strati di maschere che spesso siamo costretti a indossare nella vita quotidiana. Secondo me è giusto che emerga ciascuna personalità. Io, per esempio, ho sempre avuto una forte attrazione per tutto cio’ che reputo  intimo,  vero, senza filtri, senza schemi ma senza eccessi, perchè alla base ci deve essere sempre il buon senso e il  rispetto per questa musica e la sua tradizione; credo che il mio stile si sia lasciato influenzare da questo lato emozionale e interiore. Anche l’aver studiato per dieci anni danza classica con Elena De Donno ha sicuramente modellato un po' il mio modo di danzare, proprio perché  noi non siamo corpi vuoti, ma corpi pieni di tutte le esperienze raccolte nella vita, ognuno con il proprio modo di sentire. Non si tratta di una semplice esecuzione, bensì di interpretazione consapevole di un ritmo che ancora oggi riesce a portare gioia nei cuori di chi lo ascolta.

Sei legata ad una pizzica in modo particolare di cui non potresti farne a meno di proporla nei tuoi stages e ai corsi?

Durante i miei stage viaggio tra le pizziche di una volta, istintive, di pancia, crude, cariche e poi le integro con pezzi più recenti, nuove melodie, arrangiamenti, che però hanno lo stesso filo conduttore:  il rispetto con il quale ci si approccia ad esse, suonandole o danzandole. Ogni pizzica tira fuori qualcosa di noi, in base al contesto cambia il modo di approcciarsi all’altra persona nella danza, che sia in maggiore o in minore, che sia veloce o lenta, festosa o condita con versi di rabbia o malinconia. Non posso fare a meno di variare il piu’ possibile nel repertorio musicale. Del resto, in base al contesto, che sia una ronda oppure un palco, cambia il nostro modo di danzare, anche in base al tamburo o agli strumenti che accompagnano la danza. Mi piace pensare ad un viaggio tra il passato e il presente, dove l’uno non esclude l’altro, anzi dove l’uno ispira l’altro. Dopodiché posso dire di prediligere le pizziche in minore.

Durante la tua carriera artistica hai collaborato con diversi danzatori e artisti.

Quali ti hanno segnato profondamente?

Ho avuto la fortuna di collaborare con tanti artisti, gruppi, compagnie, musicisti e danzatori, tutti hanno contribuito ad essere quella che sono oggi. Prima che diventasse la mia professione, tanti anni fa, li guardavo tutti da sotto un  palco. Io e un amico, Romolo, facevamo chilometri e chilometri di strada ogni sera, rientrando all’alba per seguire concerti e non perderci nessuna ronda. E’ stato un onore per me poter collaborare con ognuno di loro. Ciascuno  ha contribuito alla mia crescita, soprattutto nei primi anni, quando in punta di piedi cercavo di fare tesoro di ogni loro consiglio. Le esperienze vissute insieme, poi i viaggi, i disagi, i sorrisi,  il sudore,  le emozioni condivise hanno amplificato ogni momento, diventando  uno scambio continuo di stimoli, sacrifici ma anche tante di soddisfazioni.

Negli anni della tua adolescenza hai avuto l’ opportunità di conoscere Pino Zimba, uno dei grandi maestri della musica popolare salentina. Hai qualche aneddoto da raccontarci e quali qualità ti hanno colpito del maestro?

Si, ho avuto la fortuna di conoscere Pino Zimba. All’epoca ero una ragazzina molto timida e insicura, erano gli anni dei miei primi viaggi, ero piena di incertezze e lui per me rappresentava tutto cio’ che io non ero: sicuro, senza peli sulla lingua, trasparente.

Per me era una roccia, lui non temeva giudizi, era semplicemente se stesso, senza filtri. Gli aneddoti sono tanti : ora mi fanno sorridere, ma all’epoca certi episodi mi lasciavano imbarazzatissima, timida come ero. Per esempio: a volte in quegli anni capitava di avere dei palchi davvero piccoli  e lui , mentre suonava,  di punto in bianco si toglieva i sandali e li lasciava li’ dove si trovava, cioè  in mezzo al palco, continuando a suonare e ballare avanti e indietro. Quando accadeva, puntualmente io ci inciampavo sopra ballando.

Io volevo evaporare dalla vergogna, ma lui lì col sorriso a dire : “Che è successo? Non è successo niente” e continuava a cantare, era un continuo spronarmi fra le righe a ritmo di “Fregatene, divertiti, balla, non è morto nessuno”. Un altro episodio : eravamo in Sicilia, sempre sul palco, a un certo punto lui  d’improvviso smise di suonare e cantare, tutti noi ci fermammo , tutti i volumi si abbassarono perché lui doveva rispondere a un tizio che doveva avergli detto qualcosa di poco piacevole da sotto il palco. Pino lo aveva sentito, e allora tutti fermi, in silenzio, perché lui potesse rispondergli a tono durante il concerto. Io lì, paralizzata dall’ imbarazzo. Ma sentite questa: “Io sono vegetariana, pranzavamo in trattoria prima del concerto e io mi ero fatta portare solo delle verdure grigliate.” Lui senza chiedermi niente chiamò il cameriere e ordinò per me un piatto strapieno  di pezzi di parmigiano, era il suo modo per dire “Non ti preoccupare, mò ci penso io, devi mangiare”. Durante un altro concerto, lascio’ il palco per salire sul tettuccio di un camion parcheggiato li’ affianco e continuo’ tranquillamente a cantare lì sopra, trascinandosi tutto dietro.

Un grandissimo. Sono tutti bellissimi ricordi che non posso dimenticare : l’aver collaborato con Pino Zimba e il suo gruppo Zimbaria mi ha aiutato a scrollarmi di dosso tanti di quei timori di non essere all’altezza che avevo all’epoca. Pino era la voce, il tamburo, la forza, l’energia, era il sangue, imprevedibile e sempre se stesso. Era un vulcano.

Ci manca ormai da troppi anni.

Nell’ epoca dei social network in cui spesso si perde il contatto con la realtà,  quanto sia importante  conoscere  la pizzica per ritrovare il senso di comunità e ritornare ad esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti attraverso lo sguardo?

Credo che i social network siano un’arma a doppio taglio, da un lato accorciano le distanze tra persone di città e culture diverse e allo stesso tempo le allontana dal vicino di casa, dalla piazza del paese. La pizzica permette e facilita momenti collettivi in cui persone diverse, con vite, estrazioni sociali, età, caratteri diversi si incontrino e rivivono la bellezza dell’ insieme, delle cose semplici, dei sorrisi reali, del gioco, della festa, degli sguardi sinceri. Fermare il tempo, prendersi del tempo  per godersi un momento d’insieme, una felicità condivisa, senza fretta.

Un salto indietro nel tempo con una musica che ci permette di essere semplicemente quello che siamo, senza timore dell’altro ma insieme all’altro.

Il primo marzo sarai impegnata  al Teatro Norba con lo spettacolo “Morsi

d’ amore” in qualità di danzatrice e  di coreografa. Al riguardo, come vivi

l’ esperienza di lavorare in teatro e di unire le diverse arti con la pizzica pizzica?

“Morsi d’Amore” è una bellissima “favola” in versi che vede musica, teatro, danza, cartapesta, scultura, unirsi su un unico palcoscenico. Quest’esperienza mi ha aiutata a cercare di riconoscere i miei limiti per poi superarli. Mi ha aiutata a porre attenzione sul dettaglio, a lasciar vivere tutte le emozioni. Mi ha dato l’opportunità di conoscere persone preparate e competenti con le quali condividere una grande emozione, oltre che uno spettacolo, ognuno nel proprio campo. La meravigliosa scenografia, le musiche, i versi hanno fatto si’ che il teatro danza e la pizzica si sposassero benissimo col contesto, creando un tutt’uno con l’intero spettacolo. Farne parte mi rende orgogliosa perché il teatro ha in se’ qualcosa di magico, diverso dal contesto in cui sono solita esibirmi ma con le stesse identiche emozioni, a tratti addirittura amplificate. Al teatro Norba, il primo marzo, sarò con GiusyFrallonardo, Enrico Romita, Luigia Bressan, Raffaele Tammorra, Scintilla Porfido e Miriam Lorusso. Vi aspettiamo.

La tua vita è da sempre caratterizzata dall’ influenza poetica di Fabrizio De Andrè.

C’ è un verso o una canzone del grande Faber che vorresti dedicare alla tua terra e alla tua danza?

De Andrè ha segnato la mia vita, è vero, esisteva sulle mie cassette prima ancora che ci arrivasse la musica popolare. I suoi versi, la sua musica davano voce agli oppressi, ai dimenticati, agli “Sbagliati” di questo mondo e da ultimi li’ rendeva protagonisti.

Amavo e amo  le sue verità difficili da digerire.  Dava luce a  temi che  molti avrebbero preferito lasciare al buio.

“Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni piu’ le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

Questo suo verso, tratto da “La Città vecchia”  penso possa riassumere tanti momenti importanti della mia vita e di conseguenza il mio modo di vivere questa danza.

La foto è del fotografo Maurizio Puato