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Fukushima, “unica opzione è smaltire l’acqua radioattiva nell’Oceano Pacifico”

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di NICO CATALANO

“Ancora una volta l’ecologia deve subire il primato dell’economia”



“Noi non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli a cui abbiamo il dovere di restituirla così come ci è stata donata “sono le bellissime parole contenute in un discorso pronunciato nel 1854 da Capo Seattle, un lascito che ancora oggi rappresenta il più completo e profondo documento ecologico mai scritto dall’uomo. A queste sagge parole degli antichi nativi americani, risultano sempre più sorde le orecchie dell’uomo moderno, ancora troppo preso dalla sua brama di profitto a scapito della natura.

Destano sgomento le dichiarazioni, rilasciate nei giorni scorsi dal ministro giapponese dell’Ambiente Yoshiaki Harada, il quale ha profilato che per smaltire le acque radioattive provenienti dalla centrale nucleare di Fukushima, danneggiata dal forte sisma del marzo 2011, non ci sarebbe altra soluzione che il loro scarico nelle acque dell’Oceano Pacifico.

Una soluzione, quella proposta da Harada, talmente devastante e pericolosa per la sopravvivenza della vita in un vasto areale con conseguenze terribili di portata globale, che ha provocato la pronta reazione da parte del governo del Paese del Sol Levante, costretto a prendere le distanze da quanto dichiarato dal ministro. Infatti, tramite un documento ufficiale il governo giapponese, ha definito quanto dichiarato da Harada come “una personale presa di posizione non concordata” comunicando che lo stesso politico, mercoledì dovrebbe lasciare l’esecutivo guidato dal premier Shinzo Abe in occasione di un rimpasto.

La centrale Daichi, situata nei pressi di Fukushima, fu colpita dall’onda devastante dello tsunami, generato dal terremoto e successivamente dall’esplosione di idrogeno, con il rilascio di materiale radioattivo. La Tokyo Electric Power (Tepco) società che si occupa della gestione del luogo, utilizza oltre 200 metri cubi di acqua al giorno pompata nei siti radioattivi, per raffreddare i reattori danneggiati nel 2011, al fine di evitare che fondano e producano nuove fughe di radioattività. L’acqua però rimane debolmente radioattiva e pertanto necessita di essere stoccata in circa un migliaio di serbatoi preposti, costruiti sul sito dell’impianto. Secondo la compagnia Tepco, queste cisterne saranno piene nel 2022, quindi spinto dalla pressione esercitata dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) il governo giapponese sta studiando diverse soluzioni per risolvere la questione, fra le quali l’iniezione sotterranea e la vaporizzazione, anche se sembrerebbe che  l’opzione di disperdere queste acque in mare sia una “seria opzione” presa in considerazione da tempo da parte del governo Tokyo, in quanto risulterebbe  la soluzione più rapida e meno costosa, difatti servirebbero circa 7 anni per riversare in mare le acque contaminate, con un costo stimato pari a 28 milioni di euro. L’impatto che questo sversamento, potrebbe avere sui settori agricolo e della pesca e conseguentemente sulla salute, la sicurezza dei cittadini giapponesi e per estensione su tutti i paesi confinanti sull’oceano sarebbe spaventoso, tanto da rendere l’intero Oceano Pacifico radioattivo per decenni, determinando un problema di inquinamento nucleare di portata mondiale a causa delle elevate concentrazioni di trizio e altre sostanze radioattive, ben oltre i limiti imposti dagli organismi internazionali. Come sempre, per l’uomo del terzo millennio, l’ecologia deve subire il primato dell’economia, quando il genere umano invertirà questa tendenza sarà purtroppo tardi.

Fonte della foto: Il fatto Quotidiano