Il SudEst

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Coronavirus, le conseguenze sociali della pandemia

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di FLAVIO DIOGRANDE

Sono giorni di attesa, la speranza e l’angoscia si inseguono in modo convulso, mentre tante, troppe domande confondono le nostre certezze. Eppure, questo virus così subdolo e inarrestabile ci ha già cambiati, fornendoci chiari riscontri sulle scellerate scelte politiche fatte in passato – il costante depotenziamento della sanità pubblica e la velata indulgenza nei confronti degli evasori fiscali, solo per fare alcuni esempi – e lanciandoci delle avvisaglie su quello che potrebbe accadere in ottica futura, sul piano socioeconomico. A tale riguardo, oltre al crescente numero di contagiati e di vittime in tutto il mondo, preoccupa molto il probabile crollo della offerta occupazionale a livello globale, con le economie occidentali duramente colpite dalle perdite di guadagni che secondo le previsioni potrebbero sfiorare i 3100 miliardi di euro entro la fine del 2020.


«I comparti più toccati saranno il turismo, i trasporti, ma anche l'industria dell'automobile. Questa non è più solo una crisi sanitaria globale, ma è anche una grave crisi economica e del mercato del lavoro che sta avendo un enorme impatto sulle persone. Sarà un crash-test di proporzioni inquietanti, ben peggiore di quello del 2008», ha affermato Guy Ryder, direttore generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, ricordando la crisi finanziaria di dodici anni fa che portò ad un aumento dei disoccupati su scala mondiale di 22 milioni di unità. Infatti, secondo uno studio condotto dall'Organizzazione internazionale del lavoro, l’agenzia delle Nazioni Unite che riunisce i governi, le sigle sindacali e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi, la pandemia provocherà una significativa diminuzione a livello globale della ricchezza generalizzata col conseguente calo di servizi e consumi, che impatterà sulla forza delle imprese e delle economie nazionali. Gli effetti della crisi da Covid-19 sull’economia del mondo potrebbero tradursi nella perdita di milioni di posti di lavoro – dai 5,3 ai 24,7 milioni secondo le stime contenute nel rapporto “Covid-19 and the world of work: Impacts and responses” disponibile sul sito dell’ILO –  che andrebbero ad aggiungersi ai 188 milioni di disoccupati nel mondo nel 2019. Nel documento dell’organizzazione internazionale si legge che per fronteggiare questo rischio è necessaria «una risposta coordinata delle politiche economiche a livello internazionale come durante la crisi 2008-2009 che potrebbe permettere di ridurre l'impatto dell'emergenza coronavirus sulla disoccupazione globale».

La relazione dell’ILO evidenzia il rischio di un aumento delle disuguaglianze derivante dalla crisi occupazionale che investirà pesantemente alcune categorie lavorative in particolare – precari e persone che svolgono lavori meno retribuiti, lavoratori anziani, nonché lavoratrici e lavoratori migranti –.                          «In tempi di crisi come quello attuale - ha aggiunto Ryder - abbiamo due strumenti chiave che possono aiutare a mitigare i danni e ripristinare la fiducia della gente. In primo luogo, il dialogo sociale e l’interazione costante tra lavoratori, lavoratrici, datori di lavoro e i loro rappresentanti è fondamentale per costruire la fiducia e sostenere le misure di cui si ha bisogno per superare questa crisi. In secondo luogo, le norme internazionali del lavoro forniscono una base solida per adottare risposte attraverso politiche incentrate su una ripresa sostenibile ed equa. Questo misure dovrebbero essere adottate per ridurre al minimo l’impatto di questo difficile momento sulle persone».

Lo studio elaborato dall’Organizzazione dell’Onu che si occupa di lavoro esamina anche le notevoli perdite di reddito per i lavoratori a seguito del crollo dell’occupazione: complessivamente si potrebbero perdere fino a 3.400 miliardi di dollari di stipendi entro la fine del 2020. Inoltre, leggendo le cifre elaborate nel rapporto, nella categoria dei cosiddetti "lavoratori poveri" – quelli che guadagnano meno di 2,90 euro al giorno e vivono sotto la soglia di povertà – rientreranno dagli 8 ai 35 milioni di persone. Prima dello scoppio della pandemia, si prevedeva che nel 2020 la cifra totale di quest’ultimi, pari a 630 milioni di persone nel mondo, sarebbe diminuita di 14 milione di persone. «Prendendo esempio da quanto accadde nel 2008 è di fondamentale importanza proteggere il salario dei dipendenti e cercare di salvare i posti di lavoro», ha sottolineato il direttore generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Guardando in casa nostra, secondo l’Istat «i limiti a spostamenti e attività produttive hanno creato un danno inimmaginabile». Nella memoria inviata al Parlamento relativa alle misure previste dal “Cura Italia” l’Istituto di statistica segnala i pesanti contraccolpi a cui saremo esposti sul piano economico poiché l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria “in Cina e nell’Estremo Oriente dalla seconda metà di gennaio e successivamente nei paesi europei, proprio a partire dall’Italia, e infine negli Stati Uniti - scrivono nella memoria inviata al Parlamento sul Cura Italia - ha imposto limiti alla circolazione delle merci e delle persone e alle attività produttive sempre più stringenti e ora tali da determinare uno shock di dimensioni inimmaginabili all’economia internazionale”

Specificatamente al caso italiano, l’Istat chiarisce che a seguito dei Dpcm dell’11 e 22 marzo meno della metà delle imprese nazionali non sono state al momento sospese: «Le imprese, classificate in base all’attività prevalente, nei settori le cui attività non vengono sospese sono poco meno di 2,3 milioni di unità su 4,5 milioni (il 48,7% del totale), generano circa due terzi del valore aggiunto complessivo (circa 512 miliardi di euro) e il 53,1% delle esportazioni totali».

Sotto l’aspetto occupazionale, l’istituto avverte che solo nel secondo trimestre la valutazione del calo della produzione interna potrà consentire di quantificare le eventuali ripercussioni sul numero degli occupati, aggiungendo che «nel 2019 il numero di occupati è pari a 23 milioni 360mila (media annua); circa i due terzi (il 66%) opera in uno dei settori di attività economica ancora attivi, per un totale di 15 milioni 434 mila occupati e il restante 34% (7 milioni 926 mila occupati) in uno dei settori dichiarati sospesi dal decreto».