Il SudEst

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Silvia Romano… La “difficoltà” di tornare a casa

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di BARBARA MESSINA

E l’italiano medio si scopre maschilista, bacchettone, pettegolo ed egoista.

 

 

Come ormai da copione, squallido, e ripetitivo anche per la liberazione della giovane cooperante milanese si è passati repentinamente dalla felicità per una liberazione che ormai nessuno si aspettava  all'odio sui social e trasmissioni Tv. In meno di 48 ore, il ritorno in Italia di Silvia Romano si è così trasformato da attimo di gioia a oggetto di scherno, volgarità, creando tifoserie contrapposte pronte a lanciarsi addosso fango e insulti a raffica. Fango ignobile ed insopportabile ingiustamente  riservato a una giovane donna che fino a prova contraria è una vittima e come tale va rispettata. Infatti, se è lecito discutere, avanzare argomenti di segno opposto, contrapporre sensibilità o visioni alternative del mondo o della vita, questo non giustifica, come invece accade oggi, il linciaggio mediatico di una persona su social e media di ogni genere. E’ sufficiente scorrere velocemente i post, i commenti e i tweet, per rendersi conto della cattiveria e del fango che i “leoni” da tastiera stanno riversando su questa ragazza per capire quanto il “diverso” faccia ancora paura. Il fiume di parole, di tweet, di post scritti su Silvia fanno capire quanto sia futile il mondo in cui viviamo e, se mai ce ne fosse bisogno, ci svelano una volta di più la pericolosità dell’uso indiscriminato dei social dove quando finisce il ragionamento, si esce dall'universo delle opinioni e si entra nell'universo parallelo degli hater. “Dell’odiatore” di professione che non giustifica o spiega quello che dice, ma offende; e incita alla violenza, trasformandosi in una vera e propria forma di brutalità. Perché? Perché senza sapere come si è arrivati alla liberazione di Silvia siamo pronti ad aggredire? Perché siamo sempre  pronti a litigare? Come ben spiegava Elias Canetti nel saggio Massa e Potere, il branco per riversare il proprio odio verso un individuo non ha bisogno di condanne giudiziarie, esso si scatena senza un vero motivo, spesso con furore e risentimento ingiustificati, per il sol fatto di ritenere un determinato soggetto “colpevole”. Sui social, sempre più spesso, si assiste a veri e propri linciaggi, dove individui “insospettabili” danno libero sfogo agli istinti più bassi, si urla, si offende, ci si scanna reciprocamente, si odia e si insulta senza un motivo apparente. È come se il "branco", aiutato dalla possibilità di potersi esprimersi liberamente, avesse la capacità di catalizzare intorno a sé tutta una serie di persone che, prese singolarmente, non si avvicinerebbero mai a posizioni di tale brutalità . Ma, una volta sui social, “travolte” dalla logica del branco vengono trasformate in aguzzini incapaci di dialogare, incapaci persino di rendersi conto degli orrori che proferiscono, lapidando senza pietà chiunque trovino sul loro cammino o meglio sulla loro tastiera. Ecco così che i dubbi su una liberazione che ha ancora diversi lati oscuri, vengono trasformati in un alibi perfetto a giustificare il fiume di fango gettato su una giovane ragazza che ha trascorso gli ultimi diciotto mesi della sua vita prigioniera di un gruppo jihadista fra i più pericolosi. "Come vuole che stia?”risponde la mamma di Silvia a chi le chiede notizie della figlia, “Provate a mandare un vostro parente due anni là e voglio vedere se non torna convertito". È lo sfogo della madre di Silvia Romano, che risponde ai giornalisti uscendo dalla sua casa di Milano. Vi prego "usate il cervello", ha aggiunto la signora, "abbiamo bisogno di pace, vogliamo stare in pace". Un clima pesante, dunque, che contrasta con la grande ondata di affetto che Milano e tutta Italia, hanno dimostrato dal giorno della liberazione della ragazza.  "Ora Abbiamo bisogno di stare in pace, c'è una ragazza da proteggere" è lo sfogo del papà della ragazza a Radio Capital che continua "un sorriso non vuol dire stare bene,....., mia figlia sta come una che è stata prigioniera per diciotto mesi,..., non è che se uno sorride sta benissimo, non confondiamo il sorriso con la capacità di reagire per rimanere in piedi dignitosamente da una situazione di cui si è preda e che ti porta poi ad andare nella depressione più totale. Meno male che ha un po' di palle e cerca di reagire, ma è la sopravvivenza". Sono ancora molti i lati oscuri di questa vicenda, dal perchè del rapimento, alla dislocazione di una ragazza alla prima esperienza in un luogo in cui la Farnesina sconsiglia i viaggi perché ritenuto altamente pericoloso, dal comportamento della onlus, ai termini del rilascio. Polemiche, polemiche a non finire a cui non si sottrae neppure la mamma della cooperante milanese che ha rivelato di aver preso le distanze dalla onlus Africa Milele per la quale sua figlia ha lavorato in Africa. “Ci hanno lasciati soli”, ha dichiarato la mamma,  ma "non sono io l'organo preposto per parlare di queste cose, c'è una procura che indaga, ci penseranno loro, io non rilascio dichiarazioni sull'argomento". Ai cronisti che le chiedevano lumi sull'eventualità di una conferenza stampa, la Sig.ra Fumagalli ha poi aggiunto "non facciamo niente, Silvia è in quarantena. Siamo qua, fra due settimane vedremo, non lo so, del doman non v'è certezza. Visto come sono andate le cose, non so nulla". Quello che sicuramente è certo è che Silvia ora ha bisogno di essere assistita, soprattutto psicologicamente, diciotto mesi di prigionia sono durissimi per tutti specie per una giovane ragazza appena laureata che andata in Kenya con l’intento di aiutare le popolazioni che soffrono la fame si è trovata a vivere una delle situazioni peggiori che un essere umano possa subire. La mente umana è un universo sconosciuto capace di adattarsi a tutto per sopravvivere ecco perché non mi sento di accusare Silvia di alcunchè, molti hanno avuto da ridire su abiti o conversione, dimenticandosi che spesso le vittime piuttosto di compiacere il proprio carceriere al fine di salvarsi la vita sono disposte a stravolgere la propria esistenza, il proprio credo, i propri ideali. Se proprio devo trovare un punto negativo nell’attimo di gioia dato dalla liberazione di Silvia, bene, questo lo trovo nello show a favor di telecamera instaurato dal Governo all’arrivo a Ciampino che, se già opinabile in situazioni più “facili”, nel caso della cooperante milanese poteva facilmente essere evitato e non per nascondere conversione o altro ma solo per evitare a Silvia un “massacro” mediatico che poteva tranquillamente essere evitato.