Il SudEst

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"Silvia Romano? Meglio morta"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

La cooperante Silvia Romano è stata liberata ed è finalmente tornata dalla sua famiglia e nella sua casa milanese.

Personalmente quasi a scadenza giornaliera postavo sui social un'immagine che la ritraesse, perché temevo che la pandemia in atto potesse farci dimenticare di questa ragazza, ostaggio di chissà chi in qualche parte del mondo, come assurda conseguenza dell'aver dedicato sé stessa a chi ne ha realmente bisogno. Di lei sappiamo molto e tantissimo abbiamo sentito e letto a proposito della sua liberazione, anche i giudizi più sgradevoli che mai avremmo immaginato di dover ascoltare e che non avrò cura di ricordare, anche perché ogni italiano si è sentito tanto autorevole e libero di esprimersi e questa pagina  conterrebbe al massimo la sintesi di una decina delle di loro posizioni. In sostanza però l'opinione pubblica si è divisa in due macroschieramenti: coloro i quali hanno giudicato la liberazione della ragazza come un fatto assolutamente positivo e quanti, soprattutto per la sua conversione all'Islam e se tale liberazione sia  avvenuta a seguito del pagamento di un riscatto, come invece  inutile e controproducente.

Lo strano fenomeno al quale assistiamo negli ultimi anni, tutte le volte in cui qualcuno dei nostri connazionali dopo un rapimento all'estero viene rilasciato è questa spaccatura. Le diversità d'opinione non sono mai in sé negative e per quel che mi riguarda non le valuto  per quanto esplicitamente sembrano significare, ma come sintomo di qualcos'altro, questo sì invece da indagare se possibile e con attenzione. Al momento del suo rapimento la diffusione delle foto che la ritraevano assieme ai bambini con cui in Kenya lavorava o di lei il giorno della sua laurea, sempre con quel sorriso che assieme allo sguardo pareva sfidare con la sua convinzione ed autenticità chi la guardasse, almeno in me avevano suscitato ammirazione ed anche rispetto per qualcosa che io non sono mai stata capace di fare e cioè abbandonare il mio mondo, la mia famiglia e l'Occidente tutto, che, piaccia o meno più garanzie offre rispetto al resto del pianeta, per aiutare chi di quelle garanzie non gode. Ho immaginato la paura dipinta su quel volto, se non il terrore o l'orrore e non l'ho ritenuto cosa desiderabile, auspicabile per quell'età e quel tipo di approccio alla vita. Ho desiderato perciò che si trovasse il modo di liberarla e che ciò accadesse quanto prima anche perché in tutta franchezza ed a prescindere dall'attività che Silvia Romano svolgeva, chi vorrebbe che una giovane donna rimanga in balia di criminali, perché chi rapisce non può che esserlo, violando il diritto alla libertà di una persona, tutelato dalle legislazioni di ogni parte del mondo?

Nei giorni in cui la ragazza fu rapita tutti sembravamo essere su ciò concordi. Certo, c'era qualche voce fuori dal coro che sottolineava come la Romano con le sue scelte "fosse andata a cercarsela", che sarebbe stato meglio si fosse fatta gli affari suoi rimanendo a casa con la famiglia. A parte queste voci pareva che tutti auspicassero che quanto prima Silvia Romano facesse ritorno a casa, tuttavia da quando ha finalmente rimesso piede sul suolo natio, mostrando il suo consueto sorriso, si è assistito ad un attacco feroce alla sua persona, tanto che se oggi ci si volesse fare di questa ragazza un'idea, leggendo i giornali oppure i social, ne verrebbe fuori la figura di un'ambigua, ingrata approfittatrice che ci ha fatto sborsare come contribuenti  milioni di euro, dichiara di essere stata trattata bene dai suoi rapitori e per di più si è convertita all'Islam. Ovviamente ognuno è libero di pensar ciò che vuole ma questo repentino attacco alla cooperante prima ancora di suscitare in noi una reazione, deve farci porre qualche interrogativo sul suo vero significato. In primo luogo si potrebbe osservare che non è questa la prima volta nella quale assistiamo a prese di posizione di una parte dell'opinione pubblica tanto violente quanto in questo caso, nei confronti di figure che meriterebbero ben altro trattamento. Moltissimi anni fa il caso di Giuliana Sgrena e del suo rapimento, costato la vita al funzionario dei servizi segreti Nicola Calipari, fece di questa giornalista una vergogna nazionale, sebbene questa donna nulla avesse fatto per procurare la morte dell'uomo. Di lei rimase un'immagine ambigua che nessuno desidererebbe per sé. All'epoca mi domandai per quale ragione: era una giornalista italiana fatta prigioniera fuori dal territorio nazionale ed il nostro stato si era impegnato per garantirne la liberazione. Trovavo la cosa normale e degna di un paese civile. Il fuoco americano aveva procurato la morte del poliziotto che si trovava in macchina con lei per proteggerla e portarla in salvo, poliziotto che stava facendo il suo lavoro, nel quale credeva, poliziotto del quale nessuno avrebbe desiderato la morte e che era convinto fosse suo dovere far di tutto perché Giuliana Sgrena non perdesse la vita. Responsabilità oggettive della donna nella morte di Calipari non ve ne erano, né potevano esservi. Una cosa però parve essermi chiara e cioè che se la Sgrena fosse morta si sarebbe salvata da ogni critica. Mi pareva in verità un prezzo alto. Più di recente si è verificata la morte di Giulio Regeni, il brillante ricercatore recatosi in Egitto dove ha perso la vita in circostanze ancora poco chiare. A chiedere chiarezza e verità su quanto accaduto sono rimasti i genitori, sempre sostenuti dal sociologo Luigi Manconi e pochissimi altri, sebbene la sua fosse una figura specchiata di studioso, un rappresentante insomma della meglio gioventù di questo paese. Nonostante ciò il suo sorriso nelle note immagini che lo ritraggono, appare straniante: l'intelligenza dei suoi occhi, la fiducia e l'entusiasmo che con tutta evidenza aveva, hanno fatto e fanno tuttora i conti col tradimento umano, purtroppo anche dei suoi connazionali che non hanno accolto la richiesta a non essere dimenticato ed a rendere ai suoi familiari la sola cosa che può essere ancora chiesta e cioè la giustizia. Critiche in questo caso non se ne potevano muovere, essendo il giovane morto, ma qualche voce anche qui, sul suo essere andato a cercarsela si sono sentite. Mutatis mutandis un attacco analogo a quello oggi subito dalla Romano si è verificato nei confronti di Carola Rakete. All'epoca di fatti Ministro dell' Interno era Matteo Salvini, contro la cui decisione di non far entrare la nave governata dalla ragazza in acque italiane con a bordo un carico di migranti salvati da morte sicura,  spaccò l'opinione pubblica del bel paese. Nei confronti della giovane, colta ed impegnata in favore dei più deboli, si sentì di tutto: che era la viziata  rampolla di una ricca famiglia tedesca (è una colpa nascere benestanti?), che non usava il reggiseno ed altre amenità, alcune delle quali ben più offensive di quelle appena ricordate. La matrice politica dell' attacco era in questo caso assolutamente palese e fu sostenuta anche con argomenti che nulla avevano a che fare con essa e che attingevano invece a piene mani dal sessismo più becero e misogino. Una fetta di italiani diede libero sfogo alla parte peggiore di sé, esattamente come oggi con la Romano.

Tornando alla vicenda della cooperante milanese, non tolleriamo insomma che debba pagarsi un riscatto per la liberazione di nostri connazionali che altrimenti sarebbero uccisi, benché da sempre avvenga questo e tutti siano al corrente della necessità che ciò appunto avvenga. All'italiano medio di dover sborsare 0,7 centesimi di euro per la vita di Silvia Romano non va proprio giù, così come non gli va giù che sia tornata in Italia di fede musulmana essendo partita cristiana. Ora io non citero`le disposizione legislative contenute nel nostro ordinamento che le consentono queste ed altre libertà, perché mi rifiuto di perdere tempo e di farlo perdere a chi mi legge, ciò che invece ci tengo a sottolineare è la nostra assoluta ignoranza su come i fatti si siano svolti durante la sua prigionia e l'altrettanto assoluta sproporzione in termini psicologici tra il restarsene comodi in salotto a giudicare e l'essere per mesi trasportati da un paese all'altro dell' Africa, in balia di criminali, sebbene la giovane oggi dichiari di essere sempre stata trattata bene. Un qualsiasi essere umano in stato di necessità attinge ad un suo patrimonio di possibili reazioni che potrebbero garantirgli di aver salva la vita, perché per la Romano non dovrebbe essere così? Perché anche in questo caso manifestare apertamente un sessismo analogo a quello dimostrato nei confronti della Rakete, dipingendola come una donna a cui la prigionia ha in qualche modo fatto piacere? Mi sia consentita una provocazione: e se anche fosse non sarebbe meglio che veder ritornare a casa una persona violentata e traumatizzata dal comportamento tenuto dai propri rapitori? Per quale assurdo amor di patria avrebbe dovuto preferire un comportamento da eroina della tragedia greca ad un sano far di tutto per salvarsi la vita? Per compiacere una destra che dà voce non a ragioni profonde e motivate per le proprie scelte politiche, ma ai volubili umori di una fetta di umanità arrabbiata a cui indica di volta in volta la vittima da sacrificare per sentirsi meglio, per credere di contare qualcosa?

Il breve elenco di connazionali rapiti, sia pure in circostanze diverse, la vicenda di Carola Rakete ed il rapimento e la liberazione di Silvia Romano raccontano molte cose, ma di comune hanno l'elemento politico della reazione degli italiani nei loro confronti. L'attacco a ciascuna di queste persone mira infatti a demolirne la credibilità dei valori da un punto di vista politico. In tutto ciò la cosa sgradevole, oltre le tante già ricordate è che la vittima da sacrificare viene resa talmente diversa da tutti gli altri da  disumanizzarsi, per essere più facilmente lasciata fuori dal consorzio umano del quale facciamo parte. In realtà si tratta di un uso strumentale di una vicenda che prima, molto prima che politica è umana. Senza la considerazione di tale elemento siamo tutti sacrificabili proprio perché non più umani. Umano è sempre sinonimo di un mondo ricco e complesso ma soprattutto delicato, che tutti vorremmo rispettato e giustamente, ma soprattutto se a dover essere difeso è il nostro umano, come se fosse per alcuni appunto diverso da quello degli altri, dimenticando che non siamo al Colosseo ad assistere ad uno scontro tra gladiatori, sebbene le ragioni dell'esistenza dell'Anfiteatro Flavio e quelle dell'attacco a personaggi come Silvia Romano siano sostanzialmente le medesime. In un solo caso la cooperante avrebbe potuto evitare le critiche che le son state mosse: se fosse morta. Infatti così come nessuno nella Roma antica avrebbe pensato di portare al centro del Colosseo il corpo di un uomo già morto, allo stesso modo se la giovane cooperante avesse perso la vita, con essa avrebbe perso le ragioni di una sua strumentalizzazione politica che invece è purtroppo avvenuta.