Il SudEst

Saturday
Oct 24th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home

Le prospettive della terapia con plasma iperimmune nella Covid-19 e il protocollo italiano

Email Stampa PDF

di VINCENZA D'ONGHIA

Al momento attuale non è ancora disponibile un trattamento specifico per l’infezione da SARS-CoV-2. Sono oggetto di studio gli antivirali remdesivir e la combinazione lopinavir/ritonavir, il primo dei quali ha dimostrato di possedere un effetto antivirale in un paziente negli Stati Uniti ma sono necessari ulteriori studi per stabilirne la reale efficacia e la sicurezza. Anche la terapia con corticosteroidi per il danno polmonare da Covid-19 pone numerosi problemi per via del rischio di una ritardata clearance dell’infezione virale e delle complicanze. Dal momento che un vaccino non è ancora disponibile e che la pandemia è ancora in atto in buona parte del pianeta, è assolutamente necessario cercare strategie terapeutiche alternative per il trattamento di Covid-19, in particolare nei casi più severi. Nelle ultime settimane l’attenzione di ricercatori e clinici si è sempre più concentrata su di un’opzione terapeutica “datata” ma che apre interessanti prospettive sulla base di risultati ottenuti sul campo: l’utilizzo di immunoglobuline derivate da plasma di pazienti convalescenti da Covid-19 che dovrebbero possedere un elevato titolo di anticorpi neutralizzanti nei confronti di SARS-CoV-2. Secondo questo principio, il plasma viene raccolto tramite una comune procedura di plasmaferesi da soggetti guariti dall’infezione e frazionato per produrre globuline iperimmuni da infondere nei pazienti critici oppure, in alternativa, il plasma fresco congelato può essere utilizzato senza ulteriore frazionamento. Un titolo elevato di anticorpi neutralizzanti può ridurre la disseminazione dell’infezione nell’albero respiratorio e, se somministrato nelle fasi precoci di malattia, può impedirne la progressione, accelerando la guarigione dell’infezione e limitando l’isolamento del paziente.

La terapia con la somministrazione del plasma da pazienti convalescenti è stata adottata da più di un secolo per la prevenzione e il trattamento di alcune malattie infettive e negli ultimi decenni è stata utilizzata nelle epidemie di SARS, MERS (Sindrome Respiratoria Medio-Orientale) e Influenza A H1N1 del 2009 con efficacia e sicurezza soddisfacenti mentre risultati meno incoraggianti sono stati ottenuti nel caso dell’Ebola.  Le analogie microbiologiche e cliniche tra SARS, MERS e Covid-19 fanno propendere per un buon risultato dell’impiego di quest’opzione terapeutica anche nell’infezione da SARS-CoV-2.  A questo proposito risulta molto interessante uno studio cinese condotto su 10 pazienti critici cui è stata infusa una dose da 200 ml di plasma iperimmune da donatori convalescenti con un titolo anticorpale superiore a 1:640 in aggiunta al trattamento di supporto ed alla terapia antivirale. In primo luogo, il trattamento si è rivelato sicuro e senza effetti collaterali se si eccettua un fugace rash cutaneo in un paziente. Dopo l’infusione, il titolo anticorpale si è innalzato in quasi tutti i riceventi e, a partire da 3 giorni dopo la somministrazione si è osservato un significativo miglioramento del quadro clinico, un aumento della saturazione della ossiemoglobina, un sensibile miglioramento del quadro radiologico polmonare alla TC e la stabilizzazione dei parametri di laboratorio, in particolare la conta linfocitaria, la Proteina C-reattiva e le transaminasi epatiche. La carica virale, inoltre, scendeva a livelli non rilevabili in 3 pazienti 2 giorni dopo l’infusione, in altri 3 pazienti 3 giorni dopo e in un ultimo paziente 6 giorni dopo.

Dal punto di vista fisiopatologico, alcune osservazioni preliminari inducono a ritenere che l’infusione di plasma iperimmune nei pazienti critici sia in grado di bloccare la progressione dell’infezione verso la polmonite severa. Infatti il trattamento, oltre ad agire sull’infezione virale, sarebbe anche in grado di ridurre l’imponente risposta infiammatoria alla base della compromissione grave nella Covid-19, probabilmente attraverso il legame delle alte dosi di anticorpi a numerosi recettori inibitori in grado di scatenare una risposta antinfiammatoria. I molteplici meccanismi attraverso cui l’infusione di plasma iperimmune può controllare l’infezione da SARS-CoV-2 e le sue conseguenze richiedono ancora approfondimento ma emerge una relativa sicurezza del trattamento che, se confermata, aggiunge un vantaggio al suo impiego clinico.

Per quanto riguarda l’Italia, i primi centri a sperimentare la terapia con plasma iperimmune di 46 pazienti guariti dalla Covid-19 sono stati il Policlinico San Matteo di Pavia e l’Ospedale di Mantova con risultati che vedono la mortalità nei pazienti critici scendere dal 15 al 6%. Numerosi centri in varie regioni stanno intraprendendo in questi giorni la sperimentazione del trattamento e, al fine di garantire la massima sicurezza dei riceventi, il Centro Nazionale Sangue ha stabilito dei criteri che permettano a soggetti guariti da Covid-19 di donare il plasma. In primo luogo, il paziente/donatore, con diagnosi documentata di Covid-19, deve risultare guarito da almeno 14 giorni secondo criteri clinici e laboratoristici, ossia non deve presentare sintomi e risultare negativo in due test consecutivi per la ricerca di SARS-CoV-2 effettuati a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Possono donare solo uomini o donne nullipare cui non siano mai stati trasfusi emocomponenti e che, dopo un’attenta valutazione clinica, presentino uno stato di salute compatibile con la procedura di aferesi. I pazienti/donatori devono presentare parametri laboratoristici compatibili con la donazione secondo la normativa vigente e devono risultare negativi anche per la ricerca dell’RNA del virus dell’Epatite A ed E nonché del DNA del Parvovirus B19. Inoltre, dal momento che ancora non vi sono dati univoci sul titolo di anticorpi neutralizzanti da adottare, è necessaria una presenza adeguata di anticorpi neutralizzanti anti-SARS-Co-2, con un titolo di almeno 1:320 solo per pazienti affetti da immunodeficienze primarie ed acquisite. In aggiunta, ciascuna unità di plasma raccolta da donatore convalescente deve essere processata tramite un metodo di riduzione dei patogeni di comprovata efficacia, etichettata con la dicitura “Unità di plasma da paziente/donatore convalescente con diagnosi virologica di Covid-19” e conservata separatamente da qualsiasi altro emocomponente di uso clinico. È infine fondamentale l’acquisizione del consenso informato di donatore e ricevente, il rafforzamento dell’emovigilanza e il coordinamento tra il Centro Nazionale Sangue e i centri regionali di coordinamento per la donazione di emocomponenti affinché siano costantemente aggiornati i dati sulle quantità di plasma raccolte e disponibili per l’infusione nei pazienti selezionati per il trattamento.

 


 

Immagine I: Una sacca di plasma da paziente convalescente per Covid-19 pronta per essere infusa in un paziente critico (Foto Il Mattino)

Bibliografia

  1. Chen et al., Convalescent plasma as a potential therapy for COVID-19, Lancet Infect Dis. 2020 Apr;20(4):398-400. doi: 10.1016/S1473-3099(20)30141-9. Epub 2020 Feb 27
  2. Duan K. Et al., Effectiveness of convalescent plasma therapy in severe COVID-19 patients, Proc Natl Acad Sci U S A. 2020 Apr 28;117(17):9490-9496. doi: 10.1073/pnas.2004168117. Epub 2020 Apr 6.
  3. 3. De Alwis et al., Impact of immune enhancement on Covid-19 polyclonal hyperimmune globulin therapy and vaccine development. EBioMedicine. 2020 Apr 16;55:102768. doi: 10.1016/j.ebiom.2020.102768.
  4. Franchini M et al., Operational protocol for donation of anti-COVID-19 convalescent plasma in Italy. Vox Sang. 2020 Apr 23. doi: 10.1111/vox.12940
  5. Saverino D, Hyper-immune/convalescent plasma: an old option and a valid strategy for treatment of COVID-19?, Minerva Med. 2020 May 14. doi: 10.23736/S0026-4806.20.06616-1.
  6. 6. Baldi C, La regione Lombardia lancia la banca del plasma iperimmune, ecco come funziona, La Stampa, 11 Maggio 2020