Il SudEst

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Armi italiane, Egitto primo acquirente

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di FLAVIO DIOGRANDE

Pecunia non olet. I latini dicevano che il denaro non ha odore e vale a prescindere da quale sia la sua origine. Il denaro ha un valore assoluto anche quando la sua provenienza ha il retrogusto amaro di scelte politiche basate su un cinico pragmatismo che rifugge da ogni premessa ideologica o morale.

Se le parole possono rivelare buoni propositi, i numeri riportano fatti ed è a quelli che bisogna attenersi per analizzare l’annuale relazione governativa sull’export di armamenti presentata nei giorni scorsi al Parlamento, come richiesto dalla Legge 185/90 che disciplina la vendita estera dei sistemi militari italiani e riassume l’attività del settore industriale della difesa per l’anno scorso. Il rapporto è stato trasmesso alle Camere con grave ritardo sui termini previsti dalla legge, così come accade ormai da diversi anni, pregiudicando di fatto la possibilità per Camera e Senato di poter esercitare un controllo democratico sul mercato delle armi.

Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace hanno potuto visionare in anteprima il capitolo introduttivo del Rapporto annuale sull’export di armamenti, redatto dalla Presidenza del Consiglio, che riassume i documenti dei dicasteri coinvolti nell’iter autorizzazione. Esaminando i dati raccolti le due associazioni constatano che nel 2019 il Governo ha autorizzato l’esportazione di materiale bellico per un valore di 5,17 miliardi di euro e il cliente migliore è stato proprio l’Egitto con 871,7 milioni di euro di commesse. Il Paese nordafricano, che conta 60mila prigionieri politici – tra cui lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki arrestato a inizio febbraio – e in cui Giulio Regeni ha perso tragicamente la vita nel 2016, è il principale cliente dell’industria militare italiana, seguito dal Turkmenistan (guidato da un governo dittatoriale, dove l'omosessualità è ancora criminalizzata per intenderci), destinatario di licenze per un valore di 446,1 milioni di euro e dal Regno Unito con 419,1 milioni di euro. L’esportazione di armi di produzione italiana verso il regime di al-Sisi è più che centuplicato nel giro di quattro anni, dato che nel 2016 erano state autorizzate licenze per 7,1 milioni: «Questo è l’elemento più preoccupante – commenta Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo –. Dobbiamo registrare che quasi 900 milioni di euro di licenze sono destinate all’Egitto, che non solo è implicato nei casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki, ma ricordiamo è anche uno degli attori che destabilizzano maggiormente la Libia. Peraltro l’Egitto è anche sospettato di violare l’embargo internazionale delle armi verso il conflitto Libico. La responsabilità ovviamente è a metà tra il Governo Conte 1 e il Governo Conte 2, e per questo abbiamo chiesto anche di capire quando sono state date queste autorizzazioni, anche per valutare se ci sia stato un cambio di rotta».

In generale, dai dati emerge che il business dell’esportazione di materiale bellico gode di buona salute – valore complessivo di 5,174 miliardi di euro e ben 84 paesi destinatari – con un calo minimo rispetto al 2018 (-1,38%) e più vistoso se paragonato al triennio d’oro 2015-2017 (8,2 miliardi nel primo anno, poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017): «Non siamo ai livelli dei record avuti nei 3 anni precedenti, che sono arrivati fino a 14 miliardi di euro – commenta Vignarca – però siamo all’80% in più di quanto si aveva prima di questo picco. Trainato da queste grosse commesse degli ultimi anni ormai il livello di autorizzazioni e il livello di export italiano è cresciuto in maniera stabile”

Tra le prime dieci destinazioni in cui l’Italia ha autorizzato l’export di armi, nel 2019, ci sono quattro Paesi della Nato (due dei quali appartenenti anche all’Unione Europea), due Paesi dell’Africa Settentrionale (Egitto e Algeria), due asiatici (oltre al Turkmenistan, la Corea del Sud), l’Australia e il Brasile: «Due terzi dei sistemi militari esportati sono destinati a paesi che non fanno parte delle alleanze politiche, economiche e militari dell’Italia, come Ue e Nato – ha affermato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi Opal di Brescia –. Dimostra, ancora una volta, che i prodotti della cosiddetta “industria della difesa” servono molto poco alla difesa comune. Spesso sono forniture militari che sostengono regimi autoritari e repressivi e alimentano conflitti contribuendo all’instabilità di intere regioni. Negli ultimi anni il parlamento ha dedicato scarsissima attenzione all’esame della Relazione governativa».

Seguono, in questa particolare classifica, l’Arabia Saudita, con 105,4 milioni di euro, e gli Emirati Arabi Uniti che si collocano al dodicesimo posto con 89,9 milioni, dimezzando il volume d’affari rispetto al record del 2018, mentre il Kuwait e il Baherin, anch’essi facenti parte della coalizione a guida saudita attiva militarmente in Yemen, hanno ricevuto rispettivamente armamenti per circa 82 milioni e 12,5 milioni. «L’Italia è ancora protagonista negativa dei flussi di armi verso i Paesi coinvolti nel sanguinoso conflitto in Yemen – osservano amaramente le due organizzazioni – con altissimo tributo di vittime civili, distruzione di infrastrutture vitali e di un impatto umanitario devastante anche a causa di numerose ed accertate violazioni di diritti umani con possibili crimini di guerra. Una situazione inaccettabile e per la quale chiediamo immediati chiarimenti ed interventi a Governo e Parlamento».

Per quel che riguarda le imprese, al vertice della classifica delle autorizzazioni ricevute c’è la Leonardo Spa, ex Finmeccanica, il cui principale azionista è il ministero italiano dell’Economia, con il 58%, seguita da Elettronica (5,5%), Calzoni (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Quanto alle importazioni di armi registrate nel 2019, il valore totale è stato pari a 214 milioni di euro, con Stati Uniti (68%) e Israele (14%) che primeggiano tra i principali fornitori dell’Italia (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da UE e area economica europea non più soggetti a controlli UAMA).

Matteo Salvini, il 13 giugno del 2018, al Corriere della Sera disse che «comprende bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto».

Prima gli affari, appunto.

nena-news.it