Il SudEst

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"L' amore come sola vera conoscenza dell'io"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

 

Nel corso dell'intera vita tutti noi, anche i meno consapevoli ci chiediamo a più riprese il senso delle cose, il più delle volte non approdando a nulla.

 

Qualcosa risulta essere più chiaro negli anni della raggiunta maturità, sebbene si continui ancora a navigare a vista e sia stata ormai acquisita la certezza che tutto sarà chiaro solo alla fine del viaggio. In genere quando si scrive qualcosa che è destinato ad essere letto da un pubblico, piccolo o grande che sia, si evita di sottolineare che dietro quella pagina c'è un io, quello appunto dello scrivente, che solo tramite la sua esperienza ha maturato i pensieri che nello scritto trovano posto. Non sembra essere buona norma infatti il riferirsi all'io personale, sebbene da quell'io tutto abbia sempre origine. Ebbene, in questo caso non posso non partire e dichiaratamente, da quello che è il mio vissuto personale, poiché attribuirlo anche fittiziamente ad altri sarebbe ridicolo e oltretutto poco credibile. Quindi questa che state leggendo è una sorta di confessione che pone al suo centro la valutazione di ciò che la sottoscritta ha ritenuto in questo momento della propria vita essere la chiave, forse fondamentale, per leggere il tragitto che le  è stato dato da compiere. La consapevolezza di un sentiero da dover percorrere presuppone la coscienza di una identità, sia pure sempre in fieri. Tale coscienza si sviluppa in un solo modo: tramite l'esperienza dell'amore. Versi celeberrimi come "L' Amor che move il sole e l'altre stelle " stanno a significare che la ragione prima e fondamentale per la quale agiamo è sempre il sentimento amoroso o quantomeno quella più potente e che solo da essa si generano tutte le altre e questo caratterizza l' uomo e gli esseri viventi in generale, sin dalla notte dei tempi. Se ciò significhi esclusivamente garanzia della prosecuzione della specie, che comunque non sarebbe cosa di secondaria importanza o qualcosa di più complesso, non ci è dato, se non con illazioni, conoscere. Sappiamo infatti appena chi siamo e lo sappiamo appunto grazie all'amore, il perché sembra destinato a sfuggirci.

A ben guardare dunque, la necessità di cantare l'amore, anche attraverso un canto che giudichiamo volgare, come quello della musica neo melodica (sul concetto peraltro discutibile di volgarità molto ci sarebbe da precisare!) trae origine da questa potenza che tutti ci sovrasta e ci schiaccia. Insomma l'amore sembra essere la sola vera cosa seria che possa accaderci e per seria intendo in grado di decretare le sorti di tutte le esistenze, persino di farle finire. È questa la ragione per la quale i poeti di tutti i tempi ne hanno parlato come di un morbo, di una malattia vera e propria, topos ampliamente presente nella cultura letteraria greca e latina ed ovviamente in quella moderna. Per autori come Charles Baudelaire l'amore è IL MALE, lasciando intendere che non solo si presenta come tale, ma che mira a  realizzare il male tra suoi fini ultimi: "L'amore è molto simile ad una tortura o a una operazione chirurgica. La sua volontà unica e suprema  sta nella certezza di fare il male e l'uomo e la donna sanno fin dalla nascita che nel male si trova ogni voluttà." Così il poeta ne "Il mio cuore messo a nudo" ed in effetti il richiamo alla ferocia del sentimento amoroso, che ci pone di fronte ai limiti della nostra sopportazione del dolore, non può considerarsi infondato. La ragione a questo punto vorrebbe che ciò dato come certo ciascuno si adoperasse per evitarlo, per non mettere a repentaglio la propria intera esistenza, tuttavia la vita senza amore non ha attrattive e credo, a differenza di quanto scrive Baudelaire, non solo per la voluttà che lo accompagna, ma perché l'esperienza di essa ci permette di comprendere e fare nostro il mondo, nel quale possiamo proiettare il nostro universo. La furia animalesca del sentimento amoroso ha per fortuna come ogni malattia un inizio ed una fine, sebbene all'apice della sofferenza che è in grado di produrre non riusciamo ad immaginarceli e li pensiamo come impossibili. E così, ciò che si è annunciato come una primavera piena di nuovi odori e colori, trascinandoci, con la  promessa di un paradiso da fare nostro in questa terra, in un abisso nel quale senza luce invece disperati ci muoviamo è destinato, se gli sopravviviamo, ad una qualche forma di stabilizzazione, di equilibrio che coinciderà con la fine almeno di una parte di quella malattia. E cosa lascia dietro di sé il morbo? Io ritengo che lasci uno specchio, la consapevolezza dell'abisso che ci abita o, se preferite, dell'infinito che ci abita, senza il quale non saremmo capaci di comprendere gli altri, di perdonarli, di averne pietà, di prenderci di essi cura. L'amore infatti ci restituisce  la nostra piccolezza, perché anche quello corrisposto ci mette di fronte alla dipendenza verso qualcosa che è al di fuori di noi e verso il quale saremo sempre in una condizione di insanabile fragilità.

Un grande romanziere ha scritto che è sbagliato vedere nella realizzazione del sentimento amoroso un completamento di sé e che anzi, nasciamo interi ed è proprio l'amore a "dividerci", a fare di noi degli schizofrenici che, amando perdono il paradiso e vanno incontro al vuoto interiore ed all'inferno. Non è questa una posizione lontana da quella di Baudelaire, l'amore cioè come distruzione e male. Tuttavia il sentimento amoroso, ovviamente non la relazione, cioè la componente costruttiva, ma quella emozionale, non è solo inferno, ma anche sublime bellezza, realizzazione  profonda dell'io che vorremmo fosse perpetua ed invece porta con sé anche il baratro e che in ogni caso ci fa apparire la vita come degna di essere vissuta, come cioè finalmente piena di senso, creando una distanza non più colmabile con quanto c'era prima. Tutto questo, ci piaccia o meno è inevitabile, sia che lo si consideri una malattia, sia che si concepisca come estasi assoluta. Se è appunto inevitabile, io credo che l'amore, aldilà del suo essere gioia o dolore, sia il solo modo, un modo ricattatorio, affinché noi entriamo in contatto con le parti più vere del nostro essere. Senza le sue promesse infatti nessuno di noi conoscerebbe e penserebbe di frequentare gli estremi che ci abitano. Quindi accanto alla funzione dell'Eros come garanzia di prosecuzione della specie, io ne aggiungerei un'altra, quella che offre all'uomo la coscienza di quanto piccolo sia nei confronti della grandezza del creato e della natura, di cui tramite l'amore comprende di essere minuscola pedina e non padrone. L'amore dunque, in ultima analisi, ci restituituisce attraverso la sua esperienza la dimensione ed il posto che davvero ci appartengono.